Doveva essere un’operazione sperimentale, segretamente avviata nel 2004 dall’ex presidente americano George W. Bush. Ma quella che da quasi tre anni l’amministrazione Obama sta combattendo nel Waziristan del nord è sempre più “una guerra nella guerra”
A FRONTEGGIARSI da un lato gli ormai famosi velivoli senza pilota (UAV – unmanned aerial vehicles) impropriamente chiamati ‘droni’, italianizzando la parola inglese drone (ronzio). Dall’altra l’intricata rete formata da bande di mujaheddin, talebani e terroristi che popolano le FATA (dall’acronimo inglese Federally Administered Tribal Areas).
Queste zone montagnose di frontiera, nominalmente amministrate dal governo federale pakistano ma de facto controllate dalle diverse tribù Pashtun che le abitano, sono totalmente impenetrabili sia politicamente che amministrativamente e per questa ragione negli ultimi anni al-Qaeda è riuscita a farne il suo santuario.
Tuttavia, lo scorso giovedì l’organizzazione terroristica ha subito una nuova pesante perdita. Il suo capo operativo in Pakistan, Badar Mansoor, ritenuto responsabile di una lunga serie di attentati che hanno insanguinato il paese dal 2007 in poi, è stato ucciso nella notte dal missile di un Predator (uno dei modelli di UAV da guerra) a Miranshah, una delle città principali del distretto tribale. La notizia è stata confermata pochi giorni dopo da un funzionario dei servizi pakistani (ISI).
Si è trattato solamente di una fase dell’intera operazione della US – Air Force, durata in totale quasi 24 ore e consistita in una serie di attacchi apportati nella notte nei compounds della città, nella quale sono morti anche 9 componenti della rete “Haqqani”.
Quello che solo alcune fonti di informazione hanno riportato, però, è che insieme ai presunti terroristi sono stati uccisi anche i componenti delle loro famiglie. Badar Mansoor, in particolare, è stato trovato morto insieme a sua moglie e ai suoi due figli.
Il fatto ricorda gli eventi del 17 marzo 2011 a Datta Khel, quando un ‘drone’ lanciò un attacco missilistico su una jirga (assemblea) di uomini impegnati a risolvere una disputa relativa a una miniera di cromite. Tra di loro vi erano una decina di uomini armati, probabilmente talebani che erano intervenuti per risolvere la controversia, ma il bilancio complessivo fu di 48 morti e 50 feriti, tra cui alcuni bambini.
Secondo una ricerca condotta dalla New America Foundation nel biennio 2010–2011 c’è stata una forte impennata nel numero di attacchi per mezzo di ‘droni’: 188 rispetto ai soli 9 registrati nel periodo 2004-2007. Il numero delle vittime totali oscilla, ma secondo le stime sarebbe di 2,712, di cui 2,241 riconosciuti come ‘militanti’, e solo 18 come ‘leader’ (e quindi come obiettivi importanti). Se ne deduce che sono circa 500 le casualties, civili o non combattenti, presumibilmente innocenti, che sono rimasti uccise. Secondo un’altra ricerca condotta dal britannico Bureau of Investigative Journalism, 175 di questi sarebbero minori.
Vittime invisibili di una guerra dissimulata. Gli attacchi degli UAV non sono mai stati confermati da Washington, e proseguono grazie un accordo tacito con il governo Pakistano che pubblicamente denuncia la loro efferatezza ma ufficiosamente acconsente questi atti di guerra sul proprio territorio, i quali senza le informazioni fornite dall’ISI non sarebbero possibili e sui quali i militari vorrebbero avere più voce in capitolo.
Tale sistema di copertura non permette alcun controllo, né alcuna possibilità di investigare sulla morte dei civili (ed eventualmente di elargire compensi ai familiari) o vigilare sul rispetto delle norme di diritto internazionale umanitario.
Il dato è ancora più preoccupante se si considera il fatto che questo tipo di tecnologia è già considerato, secondo gli esperti militari, il futuro dell’industria bellica. Molti piloti oggi addestrati negli Stati Uniti sono già destinati a divenire “piloti virtuali”, in posizioni operative a terra di guida, di controllo e, all’occasione, di apertura del fuoco mirato. Sembra che la disponibilità di UAVs tra Us-Af e Cia superi già le 600 unità.
Sarebbero poi circa cinquanta gli Stati, tra cui tutti i paesi del Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) ma con ogni probabilità anche il Giappone, l’Iran e le due Coree, che potrebbero acquisire questa tipologia di assets nel breve e medio periodo. In molti casi infatti si tratterebbe solamente di armare velivoli già disponibili per missioni di sorveglianza e ricognizione utilizzati anche in ambito civile, come ad esempio nelle operazioni di Search and Rescue.
Questi dati imporranno prima o poi una riflessione più ampia e approfondita, che non si limiti alla valutazione di un fenomeno tecnologico industriale o di sicurezza, ma che sollevi problemi di natura anche “etica”. Sarà sempre più necessario affrontare la questione da un punto di vista sia diplomatico che giuridico in quanto tale evoluzione potrebbe condurre al sovrapporsi di una serie di conflitti serpeggianti, privi dei requisiti minimi di trasparenza e responsabilità. E che sarebbero difficilmente sottoponibili al controllo dei governi e degli organismi internazionali preposti.
di Tommaso Natoli





