<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>The Post Internazionale</title>
	<atom:link href="http://www.thepostinternazionale.it/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.thepostinternazionale.it</link>
	<description>World News - Politics - Economics</description>
	<lastBuildDate>Thu, 24 May 2012 13:22:07 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.0.1</generator>
		<item>
		<title>Che fine hanno fatto gli indignati?</title>
		<link>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/che-fine-hanno-fatto-gli-indignati/</link>
		<comments>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/che-fine-hanno-fatto-gli-indignati/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 24 May 2012 11:19:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>The Post Internazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[INTERNAZIONALE]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[disoccupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Indignados]]></category>
		<category><![CDATA[Indignati]]></category>
		<category><![CDATA[Merkel]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento 15-M]]></category>
		<category><![CDATA[Occupy Wall Street]]></category>
		<category><![CDATA[Piazza Tahrir]]></category>
		<category><![CDATA[Rajoy]]></category>
		<category><![CDATA[SPAGNA]]></category>
		<category><![CDATA[Zuccotti Park]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.thepostinternazionale.it/?p=37564</guid>
		<description><![CDATA[.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.thepostinternazionale.it%2F2012%2F05%2Fche-fine-hanno-fatto-gli-indignati%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=80" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:80px;" allowTransparency="true"></iframe><p><em><strong><span style="color: #800000;">C’è un anello di congiunzione che lega Piazza Tahrir a Zuccotti Park. Quest’anello si chiama “Movimiento 15-M” o, più comunemente, “los Indignados”. In Spagna la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 50 percento e il colosso bancario Bankia è crollato. In queste condizioni, il governo Rajoy potrebbe opporsi al rigore imposto dalla Germania della Merkel. Perché la Spagna si sta trasformando da meta di immigrazione in terra di emigranti</span></strong></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><strong><span style="color: #800000;"><a rel="attachment wp-att-37598" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/che-fine-hanno-fatto-gli-indignati/120518_6/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37598" title="120518_6" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/120518_6.jpeg" alt="" width="698" height="432" /></a><br />
</span></strong></em></p>
<p><strong>C&#8217;È un filo rosso</strong> che, almeno simbolicamente, collega le rivolte della Primavera Araba al movimento di protesta americano <em>Occupy Wall Street.</em> Mentre i giovani nordafricani hanno lottato contro decrepite tirannie per ottenere il diritto a votare, i ragazzi di New York denunciano l’inutilità del voto in un mondo dominato dalla dittatura della finanza.</p>
<p><strong>In questa galleria</strong> del dissenso, c’è un anello di congiunzione che lega Piazza Tahrir a Zuccotti Park, e quest’anello si chiama <em>Movimiento 15-M</em> o, più comunemente, <em>los Indignados</em> di Spagna.</p>
<p><strong>15-M indica</strong> il 15 maggio 2011, giorno in cui più di 50.000 giovani si riunirono nella piazza principale di Madrid, la Puerta del Sol, per protestare contro la crescente disoccupazione, la disumanità di un’economia globale dominata dalle banche e dalla finanza e l’incapacità dei due maggiori partiti spagnoli – il PSOE e il PPE – di offrire delle soluzioni.</p>
<p><strong>Le manifestazioni</strong> si estesero a tutta la Spagna, calamitando l’attenzione dei media mondiali, e la Puerta del Sol si trasformò in un accampamento permanente dove giorno e notte tutti gli <em>Indignados</em><em> </em>tenevano lunghe assemblee per cercare nuove soluzioni che sostituissero le inutili ricette dei politici.</p>
<p><strong>Fra marce</strong>, slogan e atti dimostrativi, il presidio ha resistito fino ad agosto 2011, giusto in tempo per l’eruzione, ai primi di settembre, dei moti anti-Wall Street di cui gli <em>Indignados </em>si consideravano gli ispiratori.</p>
<p><strong>A un anno</strong> di distanza da quel 15 maggio, la Spagna ha non solo un nuovo governo – guidato da Mariano Rajoy del PPE – ma anche vecchi problemi che si fanno sempre più gravi. L’austerità promossa da Rajoy comincia a farsi sentire, la disoccupazione giovanile ha ormai raggiunto il 50 percento e sono sempre di più i laureati spagnoli che fuggono dal paese alla ricerca di più verdi prospettive in Sudamerica o nei paesi europei dove le economie sono più solide. La Spagna si sta trasformando da meta di immigrazione in terra di emigranti.</p>
<p><strong>In questa situazione</strong>, gli Indignados sono tornati ad alzare la voce nell’anniversario della loro nascita, la scorsa settimana, organizzando tre giorni di manifestazioni in tutto il paese, da Madrid a Barcellona, dalle Asturie alle Canarie.</p>
<p><strong>Come previsto</strong>, la manifestazione ha avuto grande risonanza in Spagna, e non solo. Ma iniziative di questo genere riescono a dare solo una vaga idea di ciò che il 15-M è diventato.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-37599" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/che-fine-hanno-fatto-gli-indignati/sondaggio/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37599" title="sondaggio" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/sondaggio.png" alt="" width="980" height="904" /></a></p>
<p><strong>Proprio nelle grandi</strong> azioni collettive <em>los Indignados</em> segnano il passo: l’obbligo di prendere le decisioni con il metodo del consenso si è dimostrato spesso un ostacolo – ineludibile perché è anche uno dei cardini del nuovo pensiero politico germinato dagli accampamenti di Sol.</p>
<p><strong>Inoltre</strong>, il tentativo di varie organizzazioni studentesche e politiche (dal partito Izquierda Unida al collettivo Democracia Real Ya) di prendere il comando del movimento ha creato non poche tensioni.</p>
<p><strong>È invece a</strong> livello locale che il 15-M sta dando i risultati più concreti, grazie alla creazione di una rete di assemblee di città e di quartiere in cui gruppi di cittadini gestiscono sistemi di mutuo soccorso basati sulla condivisione di beni e servizi, o si mobilitano per impedire specifiche azioni del governo e delle banche (dall’arresto d’immigrati clandestini al pignoramento delle case dei disoccupati).</p>
<p><strong>Paradossalmente</strong>, è proprio da una banca (fra l’altro, una delle banche “prese d’assedio” nelle ultime manifestazioni) che il 15-M potrebbe veder arrivare il cambiamento che invoca.</p>
<p><strong>Il recentissimo crollo</strong> del colosso spagnolo Bankia e la sua susseguente nazionalizzazione, spingerà molto probabilmente Mariano Rajoy ad accantonare l’austerità contestata dagli<em> Indignados </em>per unirsi al coro di chi chiede all’Unione Europea meno rigore e più sviluppo.</p>
<p><strong>La Spagna potrebbe</strong> quindi raggiungere Francia e Italia nel partito europeo della crescita opposto al partito del rigore capitanato dalla Germania di Angela Merkel. Il fatto che, a margine del vertice Nato a Chicago, Mario Monti abbia esteso a Rajoy l’invito per il summit di giugno in cui, con Hollande e Merkel, si discuterà del futuro dell’economia europea, acquisterebbe così un significato particolare.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><em>di Gian Maria Volpicelli</em></strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/che-fine-hanno-fatto-gli-indignati/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Dandora, la città della spazzatura africana</title>
		<link>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/dandora-la-citta-dei-rifiuti/</link>
		<comments>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/dandora-la-citta-dei-rifiuti/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 May 2012 12:11:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>GIACOMO DELLA ROCCA</dc:creator>
				<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[INTERNAZIONALE]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Dandora]]></category>
		<category><![CDATA[Inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[Kenya]]></category>
		<category><![CDATA[Korogocho]]></category>
		<category><![CDATA[Nairobi]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuti]]></category>
		<category><![CDATA[Spazzatura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.thepostinternazionale.it/?p=37570</guid>
		<description><![CDATA[.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.thepostinternazionale.it%2F2012%2F05%2Fdandora-la-citta-dei-rifiuti%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=80" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:80px;" allowTransparency="true"></iframe><p><strong><em><span style="color: #800000;">A Nairobi, capitale del Kenya, la popolazione delle baraccopoli vive e lavora per la città-discarica di Dandora</span></em></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em><span style="color: #800000;"><a rel="attachment wp-att-37624" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/dandora-la-citta-dei-rifiuti/1-23/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37624" title="1" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/13.jpg" alt="" width="689" height="432" /></a></span></em></strong></p>
<p><strong>LA prima luce</strong> dell’alba rischiara l’orizzonte della baraccopoli di Korogocho, alla periferia di Nairobi.</p>
<p><strong>Da ormai molti</strong> anni la città si è trasformata in una megalopoli in continua espansione, se da una parte enormi cartelloni pubblicitari di multinazionali come Coca-Cola e Google svettano nei quartieri più agiati, nelle zone periferiche le baraccopoli proliferano.</p>
<p><strong>Percorrendo le strade</strong> di Korogocho, tra le baracche e l’immondizia, nelle prime ore del mattino si incontrano decine di camion che procedono lenti verso Dandora, la &#8220;città dei rifiuti&#8221;.</p>
<p><strong>Le colline di Dandora</strong> sono visibili da qualche chilometro di distanza, e la nebbia che le ricopre sparge nell’area un odore nauseante.</p>
<p><strong>Procedendo pian piano</strong> si capisce che quelle che sembravano colline non sono altro che enormi cumuli di rifiuti, dei più disparati generi.</p>
<p><strong>Centinaia di persone </strong>migrano all’alba verso Dandora, e accompagnano i lavoratori del servizio municipale di raccolta e scarico dei rifiuti.</p>
<p><strong>Uomini, donne e bambini</strong> rovistano per ore nel marasma di rifiuti in cerca di cibo e scarti riciclabili per la vendita.</p>
<p><strong>Mentre rovistano senza protezioni</strong>, respirano i fumi tossici dovuti alla macerazione degli inquinanti, tutto per guadagnare a fine giornata qualche dollaro.</p>
<p><strong>Se si chiede</strong> in giro, tutti rispondono che è l’unico lavoro disponibile. E la paura di poter perdere anche una “risorsa” del genere li terrorizza.</p>
<p><strong>Il sindaco di Nairobi</strong> più volte ha pensato di chiuderla e spostarla altrove, ma ormai Dandora è dotata anche di un proprio governo.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-37633" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/dandora-la-citta-dei-rifiuti/2-16/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37633" title="2" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/21.jpg" alt="" width="853" height="527" /></a></p>
<p><strong>Tiger è il</strong> guardiano di Dandora. I camion della città gli pagano un pedaggio per entrare nel sito. E’ cresciuto mangiando gli avanzi dei passeggeri delle compagnie aeree di Nairobi e ha trascorso gran parte della sua vita lavorando a Dandora.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-37634" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/dandora-la-citta-dei-rifiuti/3-10/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37634" title="3" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/31.jpg" alt="" width="852" height="527" /></a></p>
<p><strong>Ogni giorno</strong> gli scarti di insalate, panini, pane, yogurt, bicchieri e rifiuti di ogni aereo che atterra a Nairobi vengono trasportati alla discarica municipale di Dandora. Decine di uomini combattono per gli scarti non appena il camion arriva.</p>
<p><strong>Mangiano quello</strong> che trovano, e mettono tutto ciò che può essere venduto e riciclato in sacchi di grandi dimensioni.</p>
<p><strong>Ognuno sembra</strong> avere un particolare prodotto che lo interessa: gomma, legna, scarti di cibo, contenitori del latte, plastica o cartone.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-37635" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/dandora-la-citta-dei-rifiuti/4-9/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37635" title="4" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/41.jpg" alt="" width="853" height="527" /></a></p>
<p><strong>Rahab Ruguru</strong>, 42 anni, madre di sei figli &#8211; di età compresa tra 4 e 17 anni &#8211; si trasferì in una piccola casa direttamente confinante con Dandora dopo le violenze post-elettorali che sconvolsero il paese nel 2007, distruggendo la fattoria della famiglia di Rahab a Eldoret, vicino al confine occidentale del Kenya.</p>
<p><strong>&#8220;Lavorare qui mi</strong> permette di sfamare i miei figli&#8221; racconta Ruguru, &#8220;Certo, non è un lavoro normale: maiali, preservativi usati, mangiare quello che trovo. Non ne sono felice. Ma è un lavoro e devo andare avanti.”</p>
<p><strong>L’asma rende la vita</strong> ancora più difficile a Ruguru, stando tutto il giorno a contatto con i fumi tossici e i piccoli incendi di rifiuti. Come madre, però, ciò che la preoccupa maggiormente è il comportamento disumano degli adulti a cui i suoi figli sono costretti ad assistere giornalmente. Lei si batte per far avere ai suoi figli un&#8217;istruzione e un futuro migliore lontano da Dandora.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-37636" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/dandora-la-citta-dei-rifiuti/5-9/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37636" title="5" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/51.jpg" alt="" width="849" height="530" /></a></p>
<p><strong>Gli acquirenti</strong> (numerose imprese di riciclaggio) pagano i raccoglitori presso vicine stazioni di peso, dove ci sono anche camion pronti a riportare via la merce da Dandora. Nessuno dei lavoratori guadagna più di  2,50 $ al giorno.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-37637" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/dandora-la-citta-dei-rifiuti/6-8/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37637" title="6" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/61.jpg" alt="" width="852" height="527" /></a></p>
<p><strong>I raccoglitori di</strong> spazzatura pagano al guardiano Tiger circa 0,12 $ per usare il suo tavolo da biliardo durante le pause.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-37638" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/dandora-la-citta-dei-rifiuti/7-7/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37638" title="7" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/71.jpg" alt="" width="853" height="528" /></a></p>
<p><strong>Sopra</strong>, un uomo della baraccopoli di Korogocho solleva il suo ultimo sacco di spazzatura della giornata, nella speranza di rivendere la maggior parte degli scarti raccolti.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-37639" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/dandora-la-citta-dei-rifiuti/8-5/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37639" title="8" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/81.jpg" alt="" width="853" height="528" /></a></p>
<p><strong>In lontananza</strong>, nella notte, la vicina baraccopoli di Korogocho è illuminata da luci ad alta potenza, installate per cercare di prevenire la dilagante criminalità.</p>
<p><strong><em>A cura di Giacomo Della Rocca</em></strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/dandora-la-citta-dei-rifiuti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Fuori da Kabul entro il 2014, e Obama a Chicago fa già i conti con i ‘big’</title>
		<link>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/fuori-da-kabul-entro-il-2014-e-obama-a-chicago-fa-gia-i-conti-con-i-big/</link>
		<comments>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/fuori-da-kabul-entro-il-2014-e-obama-a-chicago-fa-gia-i-conti-con-i-big/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 May 2012 02:21:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>TOMMASO NATOLI</dc:creator>
				<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[INTERNAZIONALE]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Hollande]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Kabul]]></category>
		<category><![CDATA[Karzai]]></category>
		<category><![CDATA[Nato]]></category>
		<category><![CDATA[Obama]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.thepostinternazionale.it/?p=37572</guid>
		<description><![CDATA[.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.thepostinternazionale.it%2F2012%2F05%2Ffuori-da-kabul-entro-il-2014-e-obama-a-chicago-fa-gia-i-conti-con-i-big%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=80" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:80px;" allowTransparency="true"></iframe><p><a rel="attachment wp-att-37580" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/fuori-da-kabul-entro-il-2014-e-obama-a-chicago-fa-gia-i-conti-con-i-big/summit144961127/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37580" title="summit144961127" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/summit144961127.jpg" alt="" width="625" height="400" /></a></p>
<p><strong>“SIAMO STATI APPENA FERMATI sotto il nostro appartamento,</strong> 12 macchine della polizia ci hanno puntato le armi addosso, perquisiti e ammanettati, senza darci alcuna spiegazione”. I <em>tweet </em>di coloro che hanno partecipato alle proteste questo weekend raccontano il livello di tensione che ha accompagnato la due giorni di Summit della NATO a Chicago.</p>
<p><strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Tim_Pool">Tim Pool</a>, 26 anni, giornalista americano indipendente</strong>, ha raggiunto la notorietà durante l’occupazione di <em>Zuccotti Park</em> documentando senza sosta gli avvenimenti attraverso un canale di <em>livestreaming. </em>Racconta come la Polizia di Chicago ha tenuto d’occhio lui e alcuni suoi colleghi sin dalle prime ore di sabato, quando hanno cominciato a riversare in rete immagini e parole provenienti dai luoghi della protesta rinominata <em>Occupy Peace</em>.</p>
<p><strong>Ad aprire il lungo corteo che ha sfilato per la città sono</strong> una cinquantina di ex militari statunitensi veterani delle guerre in Iraq e Afghanistan, arrivati con l’obiettivo di riconsegnare simbolicamente le medaglie al valore ricevute al momento del congedo. Bloccati dai cordoni di sicurezza prima di raggiungere i luoghi del <em>Summit,</em> le hanno lanciate comunque al di là delle recinzioni.</p>
<p><strong>Tra di loro c&#8217;era anche Scott Olsen, il soldato sopravvissuto</strong> a due missioni in Iraq che l’anno scorso è stato operato al cervello per le lesioni dovute ai colpi di manganello della polizia di Oakland nel corso di una manifestazione. “Si tratta solamente di simboli ideati per ricompensarci del fatto di aver partecipato a conflitti nei quali l’1 per cento del mondo ha oppresso intere popolazioni, e che ci hanno fatto sprofondare in una spirale distruttiva” ha spiegato. “Sono prive di significato per me”.</p>
<p><strong>In questo lungo week-end in casa di Barack Obama</strong>, nel quale i ‘grandi’ del mondo hanno affrontato i temi più scottanti delle <em>policies</em> globali, le questioni legate alla sicurezza sono state quindi, sia dentro che fuori il polo congressuale di McCormick Place, al centro dell’attenzione.</p>
<p><strong>Il futuro della missione militare in Afghanistan</strong>, al primo posto nell’agenda, è stato l’oggetto principale dei lavori e degli incontri politici <em>a latere</em>. La parola chiave che ha riecheggiato più volte nell’enorme sala conferenze dove si è tenuto l’incontro è stata “irreversibile”, utilizzata per qualificare l’<em>exit-strategy</em> dal conflitto. La fine è vicina, come da mesi va ripetendo Barack Obama, non si può mollare adesso.</p>
<p><strong>Il <a href="http://www.nato.int/cps/en/SID-0218161F-8AFCF5A7/natolive/official_texts_87595.htm?">comunicato finale</a> ha raffigurato come di consueto </strong>una sostanziale unità di intenti e vedute tra i 28 leader dell’Alleanza. Ma dietro la ‘patina diplomatica’ molti sono stati i motivi di frizione e di tensione. In linea con quanto stabilito a Lisbona nel 2010 il passaggio nel comando di tutte le missioni di combattimento dall’ISAF alle forze nazionali afghane (Ansf) è prevista per la metà del 2013, mentre il ritiro della quasi totalità dei 130.000 soldati stranieri per la fine del 2014. Restano però una serie di incognite legate al futuro mantenimento della sicurezza nel paese. Per potervi far fronte è stato necessario quindi concentrarsi su una chiara ripartizione delle spese da sostenere.</p>
<p><strong>Gli Stati Uniti hanno messo sul tavolo la loro parte</strong>, 1,3 miliardi di dollari l’anno, e hanno chiesto agli alleati di fare altrettanto, pur nella consapevolezza che la tempesta economica nel Vecchio Continente è tutt’altro che risolta e che grandi fette di elettorato sono stanche di sostenere i costi del ‘pantano afghano’.</p>
<p><strong>Fonti non ufficiali hanno parlato di un contributo italiano </strong>che dovrebbe aggirarsi intorno ai 100 milioni di euro annuali dal 2015 al 2017, e più o meno sulla stessa cifra si sarebbero orientate le delegazioni britanniche e australiane.</p>
<p><strong>Al neo-eletto François Hollande è stato invece chiesto</strong> un sostegno finanziario doppio, considerata l’intenzione di disimpegnare l’<em>Armée</em> entro la fine dell’anno, in anticipo rispetto alla tabella di marcia, scelta che preoccupa gli strateghi a stelle e strisce che temono per la tenuta dell’Alleanza.</p>
<p><strong>Hamid Karzai ha centrato il suo obiettivo,</strong> ottenendo ulteriori rassicurazioni in merito allo <a href="http://www.whitehouse.gov/sites/default/files/2012.06.01u.s.-afghanistanspasignedtext.pdf"><em>Strategic Partnership Agreement</em></a> firmato dal Presidente americano il 2 maggio scorso durante il suo blitz a Kabul, che garantisce, almeno sulla carta, un sostegno politico e ‘strutturale’ decennale una volta che l’occidente lo lascerà solo al comando di un paese tutt’altro che pacificato e ancora chiaramente permeabile alla minaccia talebana. Al Pentagono sono consapevoli del fatto che l’Afghanistan non è ancora in grado di sostenere i 350.000 effettivi delle forze nazionali che la NATO sta addestrando, i quali comportano una spesa totale che si aggira intorno ai 4 miliardi di dollari.</p>
<p><strong>Inutili sono stati i tentativi di giungere a un accordo </strong>con il presidente pakistano Asif Ali Zardari (inserito all’ultimo momento nella lista degli invitati) in merito alla riapertura delle vie di transito che Islamabad ha deciso di chiudere in seguito agli ‘incidenti’ di frontiera che hanno portato alla morte di 24 soldati pakistani nel novembre scorso. Le richieste economiche, 5.000 dollari per ogni camion in transito, e politiche, tra le quali quella di sospendere <a href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/02/la-guerra-dei-droni-le-armi-del-futuro/">gli attacchi dei droni</a> e presentare ‘scuse ufficiali’ per le uccisioni, sono state ritenute eccessive e il <em>meeting</em> bilaterale con Obama è saltato.</p>
<p><strong>Una soluzione andrà comunque trovata in quanto i “corridoi” </strong>pakistani sono fondamentali, soprattutto in vista del ritiro e non solo per un rientro sicuro delle truppe ma anche per permettere il passaggio di un’enorme quantità di materiali ed equipaggiamenti. Alcune fonti NATO hanno lasciato trapelare l’intenzione di giungere a un accordo quadro con altri paesi confinanti, come l’Uzbekistan, per garantirsi un ritiro senza sorprese, anche se più lento e costoso.</p>
<p><strong>Insomma, a Chicago la tabella di marcia </strong>sembra essere stata rispettata, senza eccessivi sconvolgimenti da un punto di vista operativo. Nonostante i fiumi di parole spesi a favore della nascita di un Afghanistan stabile e pacifico, la sensazione però è che una volta terminato il processo di transizione si navigherà a vista, considerando anche l’<em>impasse</em> nei colloqui segreti con gli esponenti Talebani in Qatar, fermi ormai da marzo.</p>
<p><strong>Sarà fondamentale la creazione di un</strong> <a href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/03/le-mani-di-mosca-e-pechino-sullasia-centrale-prima-ancora-che-gli-americani-lascino-kabul/">nuovo quadro strategico sul piano regionale</a>, che allineerà i paesi dell’area secondo dinamiche comuni in materia di cooperazione, l’unica possibilità di evitare che il paese ripiombi nel baratro della corruzione e della violenza. I partecipanti alla prossima conferenza di Tokyo, prevista per luglio e dedicata proprio al tema dello sviluppo afghano, dovranno mostrarsi al di sopra delle aspettative generali.</p>
<p><strong><em>di Tommaso Natoli</em></strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/fuori-da-kabul-entro-il-2014-e-obama-a-chicago-fa-gia-i-conti-con-i-big/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Tutto quello che c&#8217;è da sapere sulle prime elezioni del nuovo Egitto</title>
		<link>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/tutto-quello-che-ce-da-sapere-sulle-prime-elezioni-del-nuovo-egitto/</link>
		<comments>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/tutto-quello-che-ce-da-sapere-sulle-prime-elezioni-del-nuovo-egitto/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 May 2012 01:52:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ENRICO LAVECCHIA</dc:creator>
				<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[INTERNAZIONALE]]></category>
		<category><![CDATA[democratiche]]></category>
		<category><![CDATA[egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Moussa]]></category>
		<category><![CDATA[nuovo Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[prime elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[rivoluzione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.thepostinternazionale.it/?p=37568</guid>
		<description><![CDATA[.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.thepostinternazionale.it%2F2012%2F05%2Ftutto-quello-che-ce-da-sapere-sulle-prime-elezioni-del-nuovo-egitto%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=80" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:80px;" allowTransparency="true"></iframe><p><strong><em><span style="color: #800000;">Il 23 e il 24 maggio si terranno in Egitto le elezioni presidenziali. Sono le prime</span></em></strong><strong><em><span style="color: #800000;"> dalla rivoluzione del 25 gennaio 2011 che portarono alla caduta di Mubarak e le prime in un clima politico multipartitico. </span></em></strong><strong><em><span style="color: #800000;">Come si vota? Chi sono i candidati? </span></em></strong></p>
<p><strong><em><span style="color: #800000;"><a rel="attachment wp-att-37574" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/tutto-quello-che-ce-da-sapere-sulle-prime-elezioni-del-nuovo-egitto/20120519_map001_412/"><img class="size-full wp-image-37574 alignleft" title="20120519_MAP001_412" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/20120519_MAP001_412.jpg" alt="" width="288" height="162" /></a></span></em></strong></p>
<p><strong><span style="color: #800000;"> IL SISTEMA ELETTORALE</span></strong></p>
<p><strong>Le modifiche alla legge elettorale apportate nell’autunno 2011 dallo Scaf</strong>, la giunta dei militari che gestisce la transizione, hanno portato a un sistema ibrido per cui un terzo dei rappresentanti è scelto con il metodo maggioritario e i restanti due terzi con un proporzionale a liste bloccate.</p>
<p><strong>In questo modo l’Egitto,</strong> tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, ha eletto il primo Parlamento del dopo Mubarak, con una tornata elettorale lunga e macchinosa. La legge prevede la cosiddetta “quota occupazionale”, con cui la metà dei seggi deve essere affidata a esponenti della categoria dei lavoratori o agricoltori, mentre sono state abolite le quote rosa introdotte da Mubarak.</p>
<p><strong>L’Assemblea del popolo</strong>, la camera bassa, è composta da 498 seggi, eletti con il doppio turno per cinque anni mentre il Consiglio della Shura da 264, eletti per sei anni. Il primo ministro è nominato dal Presidente con l’approvazione del Parlamento. Il Presidente della Repubblica Araba d’Egitto viene eletto con un sistema a doppio turno e con la maggioranza assoluta dei voti per un mandato di sei anni.</p>
<p><strong><span style="color: #800000;">I CANDIDATI</span></strong></p>
<p><em>Tra ritiri e bocciature della commissione elettorale, ecco i candidati alla prossima presidenziale egiziana. La prima dalla rivoluzione del 25 gennaio 2011 che portò alla caduta di Mubarak e la prima in un clima politico multipartitico. Professori, diplomatici, difensori dei diritti civili, militari e islamisti. Presto si deciderà il futuro del più popoloso Paese arabo, i suoi rapporti con Israele, con gli Stati Uniti e la sharia.</em></p>
<p><strong>Amr Moussa</strong>: molte attenzioni sono puntate su di lui. Diplomatico di spicco, è stato rappresentante del Cairo presso le Nazioni Unite e ministro degli Esteri dal 1991 al 2001, distinguendosi per le sue posizioni dure nei confronti di Israele. Fino al 2011 è stato presidente della Lega Araba. Tuttavia durante il suo mandato ricevette critiche per un certo immobilismo in occasione dell’intervento statunitense in Iraq nel 2003 e il raid israeliano nei confronti della Palestina nel 2008. All’inizio della rivolta la sua figura era offuscata dall’attivismo dell’altro diplomatico, el-Baradei. Moussa. Nel tentativo di conciliare le posizioni dei militari al potere con le istanze liberali e degli islamisti, si è attirato le critiche di quanti gli rimproverano di far parte del sistema. Ma Moussa criticò la giunta in occasione della strage allo stadio di Port Said nel febbraio scorso. Non fa mistero di voler modificare il trattato di pace israelo-egiziano del 1978, ritenuto umiliante e iniquo per l’Egitto.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Ahmed Shafiq</span> : </strong>ex comandante dell’aviazione egiziana,<strong> </strong>ha partecipato nel 1973 alla guerra contro Israele sotto il comando di Mubarak. Tra gli anni Ottanta e Novanta è stato attaché militare presso l’Ambasciata egiziana di Roma, quindi ministro dell’Aviazione civile dal 2002 al 2011. Fu nominato Primo ministro da Mubarak pochi giorni dopo il 25 gennaio 2011, inizio della rivoluzione. Non riuscì a pacificare la situazione, soprattutto perché non comprese la volontà dei manifestanti di cacciare il dittatore. Anzi, propose in televisione di distribuire caramelle ai manifestanti di piazza Tahrir. Vicino alle gerarchie militari, è ritenuto il candidato del Consiglio militare attualmente al potere. Di idee liberali, è appoggiato da quanti vogliono fare del libero mercato la chiave di volta per lo sviluppo del Paese.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Abdullah El-Ashaal</span></strong>: professore di diritto internazionale all’università del Cairo e autore di libri tradotti in tutte le lingue, è stato diplomatico in Burundi e forte oppositore di Mubarak, soprattutto per quanto riguarda la politica estera e i rapporti con Israele. Sostiene che la politica del Cairo nei confronti di Tel Aviv non abbia fatto altro che peggiorare la questione palestinese. Alla guida del Free Egypt party, El-Ashall ci tiene a far sapere a Israele che, qualora dovesse vincere, la politica egiziana andrà in direzione totalmente contraria a quella del regime di Mubarak.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Mahmoud Hossam Eddin Galal</span></strong>: tra i più giovani concorrenti alla poltrona presidenziale, è stato ufficiale di polizia e uomo d’affari. Con due mogli e un solo figlio, intende riavviare l’economia egiziana e riportare la sicurezza nelle strade. E’ stato il fondatore del partito El-Bedaya (l’inizio), da molti ritenuto una costola del defunto Partito democratico nazionale guidato da Mubarak.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Hossam Khairallah</span></strong>: con una trentennale carriera nei quadri militari e nell’intelligence egiziana, ha partecipato alla guerra del Kippur contro Israele nel 1973. Impegnato nel campo ambientale, è a capo del New Cairo Sports Club e membro di una Ong impegnata a rafforzare i rapporti civili tra Egitto e Stati Uniti. Poco conosciuto al grande pubblico, è per uno Stato in cui vi sia il rispetto dei diritti, a partire da quelli delle donne e della minoranza religiosa copta. Con tendenze laiche non si mostra tuttavia preoccupato del probabile avvento di forze islamiche alla guida dello Stato e dell’economia. Il rapporto di lunga data con le forze militari attira su Khairallah non pochi sospetti e dubbi dell’opinione pubblica.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Mohamed Selim El-Awa</span></strong>: con un master in filosofia alla Soas di Londra, è figlio di un membro della Fratellanza musulmana fuggito dall’Egitto di Nasser e autore di molti libri e articoli di giornale. Fu arrestato nel 1965 con l’accusa di far parte del gruppo illegale della Fratellanza. Rientrato in Egitto è stato professore universitario e membro del partito islamista moderato Wasat, alternativo ai Fratelli musulmani ma riconosciuto solo dopo le dimissioni di Mubarak nel febbraio 2011. Si è inimicato la chiesa ortodossa con alcune dichiarazioni molto scomode, come per esempio l’affermazione circa il possesso di armi da parte dei copti in chiave anti musulmana. Avvistato spesso tra la folla di piazza Tahrir durante i sit-in, è stato poi a favore della modifica costituzionale adottata dal Consiglio militare nel marzo scorso. Questo schieramento con la “reazionaria” giunta Tantawi può costargli caro in termini di voti.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Hisham El-Bastawisi</span></strong>: magistrato di stampo riformista, la sua figura è molto conosciuta soprattutto per le battaglie a favore dell’indipendenza del potere giudiziario. Nel 2008 abbandona il Paese per il Kuwait per fare ritorno in Egitto nel gennaio 2011 durante la celebre 18 giorni di sit-in in piazza Tahrir. Si è poi unito al partito di sinistra Tagammu. Tuttavia la sua candidatura non è sorretta da nessun’altra forza politica e le sue risorse finanziarie sono esigue.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Abul-Ezz El-Hariri</span></strong>: socialista e attivista per i diritti dei lavoratori, fu membro del partito di ispirazione socialista Tagammu, diventando il parlamentare più giovane nel 1976. Durante l’era Sadat fu arrestato ripetute volte per il suo incitamento allo sciopero e per l’opposizione al trattato di pace del 1978 con Israele. Partecipò al movimento Kefaya del 2004, di ispirazione democratica e forte oppositore del regime di Mubarak. Nel 2010 fu tra i fondatori dell’Assemblea nazionale per il cambiamento, partito riformista tra le cui fila spiccava l’ex direttore Aiea el-Baradei. Lascia per divergenze ideologiche il partito Tagammu nel 2011. Dopo la caduta di Mubarak fu tra i creatori del partito dell’Alleanza socialista popolare, primo partito di sinistra legalmente riconosciuto nel Paese e punto di riferimento delle forze riformiste. Forte oppositore della giunta militare di transizione, intende intercettare i voti della classe più povera e fautrice della rivoluzione, spaventata in parti uguali dall’era Mubarak e dai Fratelli musulmani.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Hamdeen Sabbahi</span></strong>: giornalista, poeta ed esperto di mass media, è convinto oppositore di Israele e degli Stati Uniti. Fedele discepolo del pensiero nasseriano (sostanzialmente socialista), nel 1996 fonda il partito al-Karama e viene eletto più volte in Parlamento. Nel 2003, in seguito all’organizzazione di manifestazioni contro l’intervento statunitense in Iraq, perde l’immunità parlamentare e viene arrestato. Sabbahi vuole mettere in discussione i trattati con Israele e ha affermato che come presidente sosterrà la resistenza palestinese. Ha fortemente criticato la gestione della transizione politica portata avanti dalla giunta militare.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Khaled Ali</span></strong>: avvocato per i meno abbienti, ha offerto il proprio patrocinio gratis come volontario presso il Centro di assistenza legale del Cairo negli anni Novanta. Ha poi fondato un proprio studio di assistenza legale impegnato soprattutto nel campo dei diritti umani. Nel 2008 ha fornito supporto legale al movimento di protesta sindacale nella città industriale di Mahalla e nel 2009 fonda il Centro egiziano per i diritti economici e sociali. Durante lo scoppio della rivoluzione ha partecipato attivamente alle manifestazioni di piazza, soprattutto fornendo aiuto a quanti fossero rimasti feriti negli scontri e assistenza legale nei processi che si sono susseguiti. Nel suo programma Ali intende realizzare gli obiettivi della rivoluzione, intesi come maggiore uguaglianza sociale, redistribuzione della ricchezza e diritti civili nonché dimissionare, se eletto, il comandante in capo Tantawi.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Abdel-Moneim Abul-Fotouh</span></strong>: tra i grandi favoriti alla corsa presidenziale. Medico e con una grande esperienza in campo internazionale, è membro di spicco dei Fratelli musulmani anche se non nasconde le sue tendenze liberali e di impegno sociale; atteggiamento che gli procura le critiche di quanti lo accusano di essere un prestigiatore politico intenzionato solamente a vincere la tornata elettorale. Ha guidato la Fratellanza dal 1987 fino al 2009, lasciando, pare, in seguito a un irrigidimento delle posizioni radicali all’interno del movimento. Durante la sua militanza è stato imprigionato più volte e per cinque anni durante il regime di Mubarak. Supporter dell’intifada palestinese, con il tempo le sue posizioni ultraconservatrici si sono addolcite, riuscendo a conciliare istanze liberali e democratiche (è stato tra le figure più importanti del movimento Kefaya). Da subito tra coloro che diedero vita alla rivolta in piazza Tahrir il 25 gennaio, intende battersi per l’uguaglianza tra uomini e donne e per i diritti dei cristiani copti.</p>
<p><strong>Mohamed Mursi</strong>: dopo gli studi in ingegneria e il servizio militare, è stato professore in California. Diventato membro dei Fratelli musulmani, è stato portavoce in parlamento dal 2000 al 2005 del movimento e particolarmente attivo in campo politico. Nel 2004 è stato tra i fondatori del movimento Kefaya, di ispirazione liberal-democratica e forte oppositore del regime di Mubarak. Ha anche partecipato alla creazione nel 2010 dell’Assemblea nazionale per il cambiamento, insieme al riformista el-Baradei. Nell’aprile 2011 è diventato presidente del movimento espressione della Fratellanza, il partito della Libertà e giustizia, ottenendo il 45 per cento dei suffragi alle ultime legislative. Dato tra i possibili vincitori alle prossime presidenziali, tuttavia sconta la difficile alleanza in Parlamento con i salafiti del partito al-Nour e la mancata promessa da parte dei Fratelli musulmani di non presentare candidati per la corsa alla massima carica egiziana. I detrattori sostengono che una eventuale sua vittoria potrebbe mettere in discussione i fondamentali aiuti della comunità internazionale.</p>
<p><strong><em>A cura di Enrico Lavecchia</em></strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/tutto-quello-che-ce-da-sapere-sulle-prime-elezioni-del-nuovo-egitto/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Black Jails, le prigioni segrete nel cuore di Pechino</title>
		<link>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/black-jails-le-prigioni-segrete-nel-cuore-di-pechino/</link>
		<comments>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/black-jails-le-prigioni-segrete-nel-cuore-di-pechino/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 22 May 2012 02:27:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>The Post Internazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[INTERNAZIONALE]]></category>
		<category><![CDATA[Black Jails]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[carceri clandestine]]></category>
		<category><![CDATA[carceri segrete]]></category>
		<category><![CDATA[carcerieri]]></category>
		<category><![CDATA[Changping]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[guardie]]></category>
		<category><![CDATA[Human Rights Watch]]></category>
		<category><![CDATA[laogai]]></category>
		<category><![CDATA[Lin]]></category>
		<category><![CDATA[Pechino]]></category>
		<category><![CDATA[petitioners]]></category>
		<category><![CDATA[prigioni nere]]></category>
		<category><![CDATA[prigionieri]]></category>
		<category><![CDATA[Ufficio di Stato delle Lettere e delle Telefonate]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.thepostinternazionale.it/?p=37507</guid>
		<description><![CDATA[.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.thepostinternazionale.it%2F2012%2F05%2Fblack-jails-le-prigioni-segrete-nel-cuore-di-pechino%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=80" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:80px;" allowTransparency="true"></iframe><p><strong><em><span style="color: #800000;">Un dossier sulle carceri clandestine cinesi, sui prigionieri e sui carcerieri. Chi sono?</span></em></strong></p>
<p><strong><em><span style="color: #800000;"><a rel="attachment wp-att-37509" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/black-jails-le-prigioni-segrete-nel-cuore-di-pechino/schermata-2012-05-22-a-01-46-16/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37509" title="Schermata 2012-05-22 a 01.46.16" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/Schermata-2012-05-22-a-01.46.16.png" alt="" width="638" height="422" /></a></span></em></strong></p>
<p><strong>DIECI, VENTI, TRENTA FACCE oltre la fredda barra grigliata.</strong> Il cielo rannuvolato e pesto come di tempesta nei loro occhi a palla, gli zigomi prominenti scavati dalla fame e un’intelaiatura di muscoli secchi, ossa e cartilagine per resistere alla vita, quella da carcerati nelle “prigioni nere” segrete di Pechino.</p>
<p><strong>Lin ha soli quindici anni</strong><strong>, è la più giovane di tutte </strong>nella cella del centro di detenzione coatto di Changping, rincantucciata in posizione fetale in un angolo di quel tugurio putrido di schiavitù. Ciondola avanti e indietro con la fronte china sulle ginocchia come a volersi ninnare. Era arrivata a Pechino dal Sichuan solo qualche settimana prima per portare all’attenzione dell’autorità centrale l’ingiustizia subita da suo padre, invalido e rinchiuso in una struttura psichiatrica senza il consenso dei familiari e lì percosso con violenza.</p>
<p><strong>Le “camicie nere”</strong><strong>, gli uomini della sicurezza privata</strong>, l’hanno presa per strada, caricata in auto e segregata in uno dei numerosi buchi di prigionia clandestina della città, spazi senza speranza ricavati in alcuni palazzi residenziali, alberghi in rovina o vecchi ospedali psichiatrici. Per soffocare la sua voce e zittire i suoi reclami le “camicie nere” l’hanno picchiata selvaggiamente contro i genitali e minacciata di gettarla in un carcere maschile e farla violentare a turno dai prigionieri.</p>
<p><strong>Quella di Lin è la storia</strong> <strong>di milioni di <em>petitioners</em> </strong>che impinguano le <em>“black jails”</em> cinesi, imprigionati in carceri fatiscenti gestite da un apparato para-poliziesco di sicurezza privato perché hanno cercato di denunciare gli abusi perpetrati dai funzionari locali presentando petizioni all’Ufficio di Stato delle Lettere e delle Telefonate.</p>
<p><strong>Le prigioni nere di Pechino</strong> <strong>sono centri di detenzione illegali</strong>, privi di status giuridico, ubicati in strutture di proprietà dello Stato. Come ostelli, palazzi ministeriali o ospedali pensati allo scopo di frenare il flusso di <em>petitioners</em> provenienti dalle province interne che, a differenza dei carcerati nei <em>laogai</em> o nelle prigioni ufficiali, sono reclusi senza conoscere la propria colpa. La carcerazione avviene senza alcuna formalizzazione di una accusa pubblica, senza diritti di assistenza legale, processo penale o una condanna ufficiale e i detenuti sono sottoposti a continue violenze fisiche e psicologiche.</p>
<p><strong>&#8220;Ho chiesto per quale</strong> <strong>ragione mi avessero arrestato</strong>, e subito un gruppo di uomini [le guardie] è entrato nella cella e ha sferrato pugni e calci contro di me, dicendomi che volevano uccidermi. Ho gridato ad alta voce e si sono fermati, ma da quel momento in poi, non ho più osato chiedere nulla per non rischiare un altro pestaggio.&#8221;</p>
<p><strong>Secondo un rapporto</strong><strong> di <em>Human Rights Watch</em> le guardie carcerarie</strong> utilizzerebbero ogni sorta di tortura sui prigionieri, ridotti alla fame e senza tutele, compresa la privazione del sonno e la negazione delle cure mediche. Yu Hong, 57 anni, è riuscita a salvarsi dalla furia delle “camicie nere” che volevano picchiarla mordendo tra le labbra una lama di un rasoio, così da minacciarli che ogni loro colpo infertole l’avrebbe uccisa.</p>
<p><strong>La sua colpa</strong><strong> era forse quella di aver cercato lo scorso dicembre</strong> di raggiungere l’Ufficio centrale per le petizioni al fine reclamare la compensazione pecuniaria per la morte di suo marito e di suo figlio, deceduti misteriosamente nello stesso giorno nella fabbrica in cui lavoravano. Per i funzionari locali si era trattato di un suicidio doppio e pertanto non andava avviata nessuna indagine. Yu doveva levarsi dalla testa la prospettiva di ottenere un risarcimento.</p>
<p><strong><span style="color: #800000;">GUARDA IL VIDEO</span></strong></p>
<p><iframe width="500" height="281" src="http://www.youtube.com/embed/NsN4-A1G5zc?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>Il sistema di petizione</strong> <strong><em>à la chinoise </em>ha radici vecchie</strong>, che attingono al sistema-mondo dei valori tradizionali confuciani della benevolenza, dell’ascolto e della virtù del “principe”, diffuso nell’area sinica fin dalla dinastia dei Zhou. Già in epoca Ming il sistema permeava tutti i livelli di governo a partire dal livello di contea, ma è sotto la dinastia Qing che, grazie alla modernizzazione del sistema di comunicazione interna e di trasporto ferroviario, si consolidò la prassi dei rimostranti di raggiungere la sede centrale dell’autorità per presentare le proprie istanze.</p>
<p><strong>Il sistema di petizione</strong> <strong>è stato teorizzato allo scopo di rinsaldare il legame</strong> tra centro e periferia, e irrobustire il canale di interrelazione tra il governo e la cittadinanza: la base e il vertice. Per tale ragione è stato mantenuto anche in epoca maoista, considerato quale nodo sostanziale per monitorare il lavoro dei funzionari locali e dei loro sottoposti nelle province più remote e lo sviluppo degli insediamenti attraverso una sorta di <em>feedback</em> attivo. Gli Uffici di Stato per le Lettere e le Telefonate sono gli uffici di petizione incaricati di ricevere reclami e ricorsi. Operano su tre livelli (locale, provinciale e statale) secondo uno schema gerarchico in base al grado di soddisfazione dei richiedenti e alla compensazione ottenuta.</p>
<p><strong>In un documento</strong><strong> inedito di indagine redatto</strong> dalla <em>Commissione Centrale per l&#8217;Ispezione disciplinare</em>, è dimostrato che tra gennaio e giugno del 2011 il numero dei <em>petitioners</em> registrati ha raggiunto i 150 milioni e circa il 95 per cento delle petizioni presentate è sostenuta da motivazioni legittime e ragionevoli.</p>
<p><strong>La ragione di un incremento</strong> <strong>dell’utilizzo del servizio lo ha spiegato</strong> Zhou Hanhua, ricercatore dell&#8217;Istituto di Diritto presso l&#8217;Accademia cinese di Scienze Sociali: <em>&#8220;</em>Il sistema delle petizioni è diventato il canale più utile e conveniente per la risoluzione di reclami individuali e del conflitto sociale. Cercare giustizia attraverso il contenzioso costa molto di più, ci vuole molto più tempo per eseguire una sentenza della Corte e la compensazione è bassa. Poi un sacco di persone non si fidano del sistema giudiziario a causa della corruzione e preferiscono avanzare petizioni, secondo il modo tradizionale. Sempre più cinesi contano sulle petizioni, il governo sta lavorando a tutti i livelli sotto pressione, intollerabilmente alta. Così si è innescato un circolo vizioso.&#8221;</p>
<p><strong>Le prigioni nere</strong> <strong>sono state introdotte per sostituire il meccanismo </strong>di “fermo e rimpatrio” che consentiva la detenzione arbitraria dei non residenti e dei senzatetto, abolito nel 2003 a seguito della morte di Sun Zhigang, un giovane laureato trovato morto in carcere dopo esser stato arrestato perché sprovvisto di un documento di riconoscimento e del permesso di permanenza in città.</p>
<p><strong>La limitazione dei poteri</strong> <strong>della polizia arbitraria ha accresciuto</strong> però i poteri dei corpi di sicurezza privata e con loro si sono moltiplicati i centri di prigionia extra-legali per coloro che non sono “desiderati” in città. In poche parole l’abolizione della legge del “fermo e rimpatrio” ha dato vita a un sistema malato incapace di scongiurare il rischio dell’instabilità e del conflitto interno avanzato dal flusso dei <em>petitioners</em> e, tanto più, di fermare gli abusi, che sono continuati seppure “costretti alla clandestinità nella dimensione extra-giudiziale delle nuove prigioni nere”.</p>
<p><strong><span style="color: #800000;">GUARDA IL VIDEO</span></strong></p>
<p><iframe width="500" height="281" src="http://www.youtube.com/embed/QrCJA1gIhII?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La chiave di volta</strong> <strong>è proprio il conflitto sociale minacciato</strong> dalla denuncia formale dei rimostranti contro i governi periferici, che costringono alla gogna pubblica e al sanzionamento da parte delle autorità centrali i funzionari locali, accusati di corruzione, frode, espropri e violenze d’ogni sorta.</p>
<p><strong>È questo il seme causale dell’istituzione di un corpo di polizia segreta</strong>, gestito da alcune società di sicurezza private ma finanziate dai governi locali, i cui uomini, gli “intercettori” che indossano le camicie nere, hanno il compito di rapire i <em>petitioners</em> prima che riescano a raggiungere gli Uffici centrali di Pechino, per rinchiuderli in una delle prigioni disposte per la detenzione e poi ricacciarli indietro nei loro villaggi d’origine. La prigionia è a bassissimo costo e rimpatriare i rimostranti tutti insieme puttosto che singolarmente è economicamente più vantaggioso.</p>
<p><strong>L’intercettazion</strong><strong>e, come ha sottolineato Hu Jun</strong>, direttore di <em>Human Rights Campaign</em> in Cina, è condotta ordinariamente dal <em>Comitato per gli Affari Politici e Legislativi,</em> il potente apparato interno del regime di sicurezza comunista cinese diretto da Zhou Yongkang, membro del <em>Comitato permanente del Politburo</em>, che si mormora sia sotto indagine interna dopo la cacciata del suo alleato Bo Xilai. Secondo Hu, il <em>Comitato per gli Affari Politici e Legislativi</em> finanzierebbe i governi locali che a loro volta pagherebbero “generosamente” queste pseudo-società di sicurezza.</p>
<p><strong>La spesa per la “stabilità interna”</strong> <strong>quest&#8217;anno è stata fissata intorno ai 700 miliardi di yuan</strong> (100 miliardi di dollari). Per mantenere le prigioni segrete a Pechino i governi locali pagano alle camicie nere un contributo giornaliero di 150-200 yuan per persona (22-29 dollari). La prigionia clandestina si è trasformata pertanto in un mercato crudele, che incentiva i rapimenti e la violenza.</p>
<p><strong><span style="color: #800000;">GUARDA IL VIDEO</span></strong></p>
<p><iframe width="500" height="281" src="http://www.youtube.com/embed/0YTGuuQlVSY?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>Il governo cinese ha</strong> <strong>categoricamente negato l&#8217;esistenza di “prigioni nere”</strong>, ribadendo che <em>“</em>non ci sono prigioni nere nel Paese. Cose come queste non esistono in Cina<em>”</em>. Lo scorso marzo il <em>Congresso Nazionale del Popolo</em> ha approvato, con il 92 per cento dei voti a favore, la versione modificata del codice di procedura penale e la legislazione sulla detenzione segreta è stata emendata in modo che possa essere utilizzata solo in casi che mettono in pericolo la sicurezza nazionale o in casi di terrorismo.</p>
<p><strong>Il limite alla giurisdizione della detenzione segreta</strong> è però nebuloso e volutamente vago, e in molti iniziano a chiedersi quanti <em>petitioners</em> ora verranno accusati di terrorismo interno ed eversione dell’ordine costituito pur di impedire loro di manifestare il dissenso.</p>
<p><strong>&#8220;L&#8217;esistenza di prigioni nere</strong> <strong>nel cuore di Pechino si fa beffe della retorica </strong>del governo cinese sul miglioramento dei diritti umani e sul rispetto dello Stato di diritto<em>&#8220;,</em> ha dichiarato Sophie Richardson, referente di <em>Human Rights Watch </em>per l’Asia. &#8221;Il governo dovrebbe agire rapidamente per chiudere questi impianti, indagare su chi li esegue, e fornire assistenza a coloro che hanno subìto abusi”.</p>
<p><strong>La detenzione clandestina</strong> <strong>è una violazione del diritto internazionale</strong>, della libertà di espressione, ma è soprattutto una infrazione sacrilega ai regolamenti stessi cinesi sul diritto di petizione, all’antico sistema delle “lettere e visite”, e alla Costituzione della RPC.</p>
<p><strong>Dieci, venti, trenta</strong> <strong>facce oltre la fredda barra grigliata.</strong> Qualcuno disse loro che no, le prigioni nere non esistono e che in quel luogo la loro vita non vale neppure un centesimo. Dentro quei nidi bui nel cuore di Pechino morire è facile come per una formica sotto la suola della scarpa e, lì, loro non sono più che formiche.</p>
<p><em><strong>di M. Dolores Cabras</strong></em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/black-jails-le-prigioni-segrete-nel-cuore-di-pechino/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La Merkel cambia pelle verso le elezioni del 2013</title>
		<link>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/la-merkel-cambia-pelle-verso-le-elezioni-del-2013/</link>
		<comments>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/la-merkel-cambia-pelle-verso-le-elezioni-del-2013/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 22 May 2012 02:08:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>The Post Internazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[INTERNAZIONALE]]></category>
		<category><![CDATA[Altmaier]]></category>
		<category><![CDATA[Bundeskanzlerin]]></category>
		<category><![CDATA[CDU]]></category>
		<category><![CDATA[CSU]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[FDP]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Governo]]></category>
		<category><![CDATA[Hannelore Kraft]]></category>
		<category><![CDATA[Merkel]]></category>
		<category><![CDATA[merkel cambia pelle]]></category>
		<category><![CDATA[Nordreno-Vestfalia]]></category>
		<category><![CDATA[Röttgen]]></category>
		<category><![CDATA[SPD]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.thepostinternazionale.it/?p=37505</guid>
		<description><![CDATA[.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.thepostinternazionale.it%2F2012%2F05%2Fla-merkel-cambia-pelle-verso-le-elezioni-del-2013%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=80" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:80px;" allowTransparency="true"></iframe><p><em><strong><span style="color: #800000;">Il trionfo nella regione Nordreno-Vestfalia (NRW) lancia Hannelore Kraft tra i candidati socialdemocratici alla Cancelleria. Ma battere la Merkel non sarà facile. Perché l&#8217;economia continua a marciare. Intanto, la Bundeskanzlerin ha sostituito il ministro dell&#8217;ambiente <strong>Norbert Röttgen,</strong> sconfitto in NRW, con Peter Altmaier </span></strong></em></p>
<p><span style="color: #800000;"><a rel="attachment wp-att-37528" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/la-merkel-cambia-pelle-verso-le-elezioni-del-2013/germany-and-its-chancellor-angela-merkel-photo-ap-618x385/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37528" title="Germany-and-its-Chancellor-Angela-Merkel-Photo-AP-618x385" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/Germany-and-its-Chancellor-Angela-Merkel-Photo-AP-618x385.jpg" alt="" width="618" height="385" /></a></span></p>
<p><strong>BERLINO</strong> <strong>– </strong><strong>DOPO LE ELEZIONI NELLO stato del Nordreno-Vestfalia (NRW) è cambiato tutto</strong>. La bruciante sconfitta della CDU, il partito di Angela Merkel, non poteva lasciare immutata la situazione a Berlino e qualcuno ha dovuto assumersi le proprie responsabilità.</p>
<p><strong>Spinta</strong> <strong>dalle</strong> <strong><a href="http://www.faz.net/aktuell/politik/inland/wahl-in-nordrhein-westfalen-2012/nach-rauswurf-als-minister-roettgen-kaempft-um-sein-politisches-ueberleben-11757528.html" target="_blank">dure critiche</a> ricevute</strong> dagli alleati della CSU e FDP, la Cancelliera ha dichiarato in una <a href="http://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2012/05/2012-05-16-merkel-umweltminister.html" target="_blank">conferenza stampa</a> di un minuto e quaranta secondi (senza lasciare spazio a possibili domande) che Norbert Röttgen, il candidato CDU sconfitto in NRW, dovrà abbandonare il suo ruolo di ministro dell’ambiente.</p>
<p><strong>La cacciata di Röttgen</strong> <strong>ha colto alla </strong><strong>sprovvista</strong> non solo l’opinione pubblica ma anche molti all’interno del partito, e ha mostrato quanto la <em>Bundeskanzlerin</em> sia sensibile agli umori di due partiti che, seppur minoritari, sono fondamentali per raggiungere la maggioranza in parlamento.</p>
<p><strong>Frau Merkel</strong><strong> ha quindi preferito </strong>mettere alla porta uno dei suoi fidati collaboratori, pur di mettersi a riparo dalle critiche e mostrare di avere sempre delle figure vincenti nel suo Gabinetto. Per rimanere in sella il più a lungo possibile, la Cancelliera è quindi disposta a fare terra bruciata attorno a sé, anche a danno del suo stesso partito.</p>
<p><strong>D&#8217;altronde la Merkel</strong> <strong>oggi può contare </strong>ancora su un forte consenso popolare, dato dal fatto che l’economia tedesca continua a galoppare. Ma sa bene che ciò non può bastare: ora è il problema delle alleanze a farsi sempre più pressante.</p>
<p><strong>Stando ai sondaggi,</strong><strong> l’attuale alleanza</strong> con la FDP non basta più per avere la maggioranza, e SPD e Verdi stanno cercando di organizzarsi per creare un blocco anti-Merkel. Il compito però non sembra facile.</p>
<p><strong>La Troika che guida</strong><strong> i socialdemocratici </strong>(SPD) non riesce a decidere né chi debba essere il candidato giusto per sfidare Angela Merkel, né quali siano i punti di programma con cui mettere in crisi la CDU. La linea di rigore impostata dalla Cancelliera, infatti, non può essere interrotta, ma a questa si vuole accumunare un programma di crescita.</p>
<p><strong>Per ora dunque</strong> <strong>quelle dei socialdemocratici </strong>sono solo idee, anche perché nessuno ha ancora spiegato dove si intendano trovare i fondi, eccezion fatta per una non specificata tassa proposta sulle transazioni finanziarie – che però dovrebbe essere applicata almeno a livello europeo per avere un senso.</p>
<p><strong>Così, questa mancanza</strong><strong> di prospettive</strong> lascia apparire la SPD più in balia degli eventi esterni che alla ricerca di un proprio percorso e per questo motivo già si parla di “Hollandizzazione della SPD”.</p>
<p><strong>Come se non bastasse, a mettere in crisi</strong> il vertice trino dei socialdemocratici ci ha pensato anche la netta vittoria di Hannelore Kraft (SPD) in NRW. La neo-governatrice sembra essersi ritagliata una <a href="http://www.spiegel.de/politik/deutschland/spd-linke-wollen-hannelore-kraft-zur-kanzlerkandidaten-kueren-a-834044.html" target="_blank">corsia preferenziale</a> per candidarsi al Cancellierato. Nel fine settimana, <em>Die Zeit</em> <a href="http://www.zeit.de/politik/deutschland/2012-05/kraft-kanzlerkandidatin-umfrage" target="_blank">ha pubblicato</a> un sondaggio che le assegnerebbe il 43 per cento rispetto al 34 della Merkel. Un dato importante per le opposizioni.</p>
<p><strong>Rimasta sola sul fronte interno</strong>, la Merkel, “paladina” dell’<em>austerity</em>, ha quindi ammorbidito la sua posizione e si è adattata in fretta al nuovo corso, sostenendo oggi il connubio di crescita e rigore.</p>
<p><strong>Ma come mostra il vertice del G8 a Camp David</strong>, anche sul piano internazionale la Cancelliera <a href="http://www.sueddeutsche.de/wirtschaft/g-gipfel-in-camp-david-merkel-gegen-den-rest-der-welt-1.1362045" target="_blank">si trova isolata</a>. Obama e Hollande premono sulla Germania perché la politica di responsabilità fiscale venga rivista e richiedono maggiori stimoli alla crescita e all’occupazione.</p>
<p><strong>Il 13 maggio potrebbe aver segnato</strong> l’inizio della fine del governo di Angela Merkel. La cacciata di Röttgen vuole mostrare che quella in NRW non è stata una sconfitta della Cancelliera, ma solo dei vertici del partito. Presto però potrebbe trasformarsi anche nella &#8220;sua&#8221; sconfitta.</p>
<p><strong>Il nuovo ministro che ha sostituito Röttgen all&#8217;Ambiente</strong>, Peter Altmaier, dovrà riuscire dove i suoi predecessori non sono riusciti: guidare la Germania fuori dal nucleare, potenziare le rinnovabili e trovare finalmente un luogo (che vada bene a tutti) dove stivare le scorie radioattive. Sarà fondamentale portare a casa risultati concreti se la CDU vuole vincere nel 2013, ma non è rimasto molto tempo.</p>
<p><em><strong>di Amedeo G. Goria </strong></em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/la-merkel-cambia-pelle-verso-le-elezioni-del-2013/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Stravolgere l’Europa (e dividere l’Italia)</title>
		<link>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/stravolgere-leuropa-e-dividere-l%e2%80%99italia/</link>
		<comments>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/stravolgere-leuropa-e-dividere-l%e2%80%99italia/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 22 May 2012 00:59:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>The Post Internazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[EUROPA]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.thepostinternazionale.it/?p=37521</guid>
		<description><![CDATA[.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.thepostinternazionale.it%2F2012%2F05%2Fstravolgere-leuropa-e-dividere-l%25e2%2580%2599italia%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=80" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:80px;" allowTransparency="true"></iframe><p><em><strong><span style="color: #800000;">The Economist </span></strong></em><strong><em><span style="color: #000000;">sposta le isole e i paesi come fossero persone: immaginate un&#8217;Europa sottosopra, quasi completamente stravolta, e un&#8217;Italia divisa</span></em></strong></p>
<p><strong><em><span style="color: #800000;">GUARDA IL VIDEO:</span></em></strong></p>
<p><object id="flashObj" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="595" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="bgcolor" value="#FFFFFF" /><param name="flashVars" value="videoId=1250962189001&amp;playerID=1180743010001&amp;playerKey=AQ~~,AAABDH-R__E~,dB4S9tmhdOrgQJ-vz7N_KM-Fn5lQ8FIH&amp;domain=embed&amp;dynamicStreaming=true" /><param name="base" value="http://admin.brightcove.com" /><param name="seamlesstabbing" value="false" /><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="swLiveConnect" value="true" /><param name="allowScriptAccess" value="always" /><param name="src" value="http://c.brightcove.com/services/viewer/federated_f9?isVid=1" /><param name="name" value="flashObj" /><param name="flashvars" value="videoId=1250962189001&amp;playerID=1180743010001&amp;playerKey=AQ~~,AAABDH-R__E~,dB4S9tmhdOrgQJ-vz7N_KM-Fn5lQ8FIH&amp;domain=embed&amp;dynamicStreaming=true" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed id="flashObj" type="application/x-shockwave-flash" width="595" height="390" src="http://c.brightcove.com/services/viewer/federated_f9?isVid=1" name="flashObj" allowscriptaccess="always" swliveconnect="true" allowfullscreen="true" seamlesstabbing="false" base="http://admin.brightcove.com" flashvars="videoId=1250962189001&amp;playerID=1180743010001&amp;playerKey=AQ~~,AAABDH-R__E~,dB4S9tmhdOrgQJ-vz7N_KM-Fn5lQ8FIH&amp;domain=embed&amp;dynamicStreaming=true" bgcolor="#FFFFFF"></embed></object></p>
<p><a rel="attachment wp-att-37523" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/stravolgere-leuropa-e-dividere-l%e2%80%99italia/201018eum926-2/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37523" title="201018EUM926" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/201018EUM926.gif" alt="" width="595" height="601" /></a></p>
<p><span style="color: #ffffff;"><a rel="attachment wp-att-37522" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/stravolgere-leuropa-e-dividere-l%e2%80%99italia/20110917_ldp001_1/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37522" title="20110917_LDP001_1" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/20110917_LDP001_1.jpg" alt="" width="595" height="335" /></a>.</span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/stravolgere-leuropa-e-dividere-l%e2%80%99italia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Ecco come li massacravi, Ratko</title>
		<link>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/ecco-come-li-massacravi-ratko/</link>
		<comments>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/ecco-come-li-massacravi-ratko/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 20 May 2012 22:34:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>The Post Internazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[RIFLESSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[Aja]]></category>
		<category><![CDATA[foto]]></category>
		<category><![CDATA[massacro]]></category>
		<category><![CDATA[Mladic]]></category>
		<category><![CDATA[musulmani]]></category>
		<category><![CDATA[Ratko Mladic]]></category>
		<category><![CDATA[Srebrenica]]></category>
		<category><![CDATA[Tpi]]></category>
		<category><![CDATA[tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia]]></category>
		<category><![CDATA[Vi taglio la gola]]></category>
		<category><![CDATA[video]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.thepostinternazionale.it/?p=37487</guid>
		<description><![CDATA[.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.thepostinternazionale.it%2F2012%2F05%2Fecco-come-li-massacravi-ratko%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=80" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:80px;" allowTransparency="true"></iframe><p><strong><em><span style="color: #800000;">Il processo all&#8217;ex comandante delle milizie serbo-bosniache Ratko Mladic è stato sospeso a &#8220;tempo indeterminato&#8221; 24 ore dopo il suo inizio. La pubblica accusa avrebbe commesso “errori evidenti” nella trasmissione di documenti alla difesa. Ma contro il boia di Srebrenica non ci sono solo le foto dei cadaveri legati e incappucciati, ma anche i filmati dell&#8217;epoca in cui si programmava l&#8217;eccidio dei musulmani. E il generale non si pente: al processo, indirizzandosi a una delle &#8220;madri del massacro di Srebrenica&#8221;, Mladic fa scorrere l’indice sul collo, da destra verso sinistra: “Vi taglio la gola”</span></em></strong></p>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-37490" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/ecco-come-li-massacravi-ratko/schermata-2012-05-20-a-22-50-36/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37490" title="Schermata 2012-05-20 a 22.50.36" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/Schermata-2012-05-20-a-22.50.36.png" alt="" width="629" height="373" /></a></strong></p>
<p><strong>“LA BANALITA&#8217; DEL MALE”, quella che fu di Eichmann</strong>, il “killer dietro una scrivania” che uccideva migliaia di persone con un tratto di penna, non si presta bene come <em>sigla </em>per descrivere l’operato di Ratko Mladic.</p>
<p><strong>Comincia il processo contro il cosiddetto “boia di Srebrenica”</strong>, un uomo d’azione, di certo non uno scribacchino dietro a un tavolo, uno che sui luoghi dei massacri c’è stato, che ha guardato in faccia le sue vittime prima che venissero scaraventate nelle fosse comuni.</p>
<p><strong>Del resto, dubbi non ce ne sono: </strong>il generale Mladic è colpevole per quanto riguarda i capi d’imputazione a suo carico, in particolare quelli di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Ci sono le foto dei cadaveri legati e incappucciati che documentano la brutalità delle esecuzioni.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-37491" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/ecco-come-li-massacravi-ratko/schermata-2012-05-20-a-22-53-33/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37491" title="Schermata 2012-05-20 a 22.53.33" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/Schermata-2012-05-20-a-22.53.33.png" alt="" width="630" height="373" /></a></p>
<p><strong>E su questo non ci piove: </strong>si trattò di pulizia etnica e il numero degli omicidi non è stato “ampiamente esagerato”, come sostiene la difesa. Per quanto le fosse comuni possano essere state distribuite logisticamente lontane le une dalle altre, in modo da rendere meno chiare le dinamiche del massacro, il numero di vittime dissotterrate è talmente elevato che difficilmente gli avvocati di Mladic riusciranno a dimostrare che gli omicidi attribuibili al loro assistito ammontano a sole poche centinaia.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-37492" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/ecco-come-li-massacravi-ratko/a-24/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37492" title="a" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/a.jpg" alt="" width="872" height="540" /></a></p>
<p><strong>La difesa proverà a giocare un’altra carta:</strong> quella della estraneità dell’assistito ai luoghi dell’eccidio &#8211; lontano dagli occhi, lontano dal cuore, quindi; ipotesi tuttavia altamente improbabile. Perché la procura ha in mano prove che sembrerebbero schiaccianti.</p>
<p><strong>Tra queste, l’ordine di Mladic del 13 Luglio 1995</strong> di isolare le zone circondariali di Srebrenica e Zepa, non permettendo l&#8217;ingresso dei giornalisti nelle aree delimitate, non lascia spazio a fantasiose interpretazioni: si è trattato di sigillare ermeticamente le colline, creando una bolla all’interno della quale agire indisturbati.</p>
<p><strong>Proprio sul cancelletto di partenza,</strong> però, il processo si blocca all’improvviso. Quella che dovrebbe essere una macchina perfetta, costituita da magistrati di assoluta e certificata competenza, incappa nel più banale degli imprevisti: la pubblica accusa ha commesso “errori evidenti” nella trasmissione di documenti importanti alla difesa dell’imputato, proprio quei documenti che potrebbero inchiodare Mladic una volta per tutte.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-37493" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/ecco-come-li-massacravi-ratko/schermata-2012-05-20-a-23-04-18/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37493" title="Schermata 2012-05-20 a 23.04.18" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/Schermata-2012-05-20-a-23.04.18.png" alt="" width="627" height="370" /></a></p>
<p><strong>Dunque tutto rimandato a data da destinarsi.</strong> Salta così l’importante audizione dei testimoni diretti dei massacri fissata per il 29 maggio. I difensori di Mladic, che lunedì scorso avevano chiesto uno slittamento di sei mesi del processo per poter meglio preparare la difesa, possono ora tirare un sospiro di sollievo.</p>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-37494" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/ecco-come-li-massacravi-ratko/schermata-2012-05-20-a-22-50-21/"><img class="alignleft size-full wp-image-37494" title="Schermata 2012-05-20 a 22.50.21" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/Schermata-2012-05-20-a-22.50.21.png" alt="" width="166" height="213" /></a>Testimoni in gran parte donne:</strong> madri, nonne e mogli che assistettero impotenti alla cattura e alla deportazione dei loro cari, quelle che oggi sono presenti all’Aja per chiedere giustizia.</p>
<p><strong>Ed è proprio a queste che si rivolge</strong> l’attenzione dell’ex generale subito dopo il suo ingresso in aula: con un sorriso beffardo rivolto verso l’area dove le donne urlano improperi all’indirizzo del “boia”, Mladic fa scorrere l’indice sul collo, da destra verso sinistra: “<em>Vi taglio la gola</em>”.</p>
<p><strong>“Non è umano” risponde una di queste,</strong> appartenente all’<em>Associazione Madri di Srebrenica e Žepa</em>, alla domanda di un cronista che le chiede un giudizio su Mladic. Effettivamente nei documenti in mano alla pubblica accusa c’è ben poca &#8220;umanità&#8221;.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-37495" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/ecco-come-li-massacravi-ratko/schermata-2012-05-20-a-22-50-50/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37495" title="Schermata 2012-05-20 a 22.50.50" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/Schermata-2012-05-20-a-22.50.50.png" alt="" width="630" height="369" /></a></p>
<p><strong>Non solo le foto delle fosse</strong>, con i cadaveri evidentemente esecutati, ma anche video che descrivono quella che era la vita quotidiana a Sarajevo, città della quale Mladic contribuì a pianificare l’assedio durante il conflitto, carte demografiche che attestano la pulizia etnica compiuta dall’esercito serbo-bosniaco ai danni della popolazione musulmana, ma anche testimonianze documentate che provano la presenza di Mladic nelle zone interessate nei giorni delle stragi.</p>
<p><strong>“Ho paura che non sopravviva fino alla condanna”,</strong> ha detto una delle Madri di Srebrenica. E questo sì che sarebbe un vero peccato. Quando il procedimento entrerà nella sua fase clou, il peso della documentazione prodotta spiegherà tutto il suo potenziale e la difesa dovrà fare i salti mortali per evitare quella che a tutto il mondo sembra una condanna già scritta. Errori di forma permettendo.</p>
<p><em><strong>di Giacomo Giovanardi</strong></em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/ecco-come-li-massacravi-ratko/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il primo ‘Gay President’ degli Stati Uniti d’America</title>
		<link>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/il-primo-%e2%80%98gay-president%e2%80%99-degli-stati-uniti-d%e2%80%99america/</link>
		<comments>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/il-primo-%e2%80%98gay-president%e2%80%99-degli-stati-uniti-d%e2%80%99america/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 20 May 2012 17:45:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>The Post Internazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[US & Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[AMERICA]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[gay]]></category>
		<category><![CDATA[Gay President]]></category>
		<category><![CDATA[matrimoni gay]]></category>
		<category><![CDATA[Obama]]></category>
		<category><![CDATA[sesso]]></category>
		<category><![CDATA[Unioni Civili]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.thepostinternazionale.it/?p=37451</guid>
		<description><![CDATA[.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.thepostinternazionale.it%2F2012%2F05%2Fil-primo-%25e2%2580%2598gay-president%25e2%2580%2599-degli-stati-uniti-d%25e2%2580%2599america%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=80" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:80px;" allowTransparency="true"></iframe><p><strong><em><span style="color: #800000;">Obama ha dichiarato di essere a favore dei matrimoni gay. Ma l’America è pronta ad accettarli? Secondo un recente sondaggio, il 38 per cento approva i matrimoni tra le coppie dello stesso sesso, il 24 per cento le unioni civili e il 33 per cento è contrario. Che sia questa la nuova battaglia su cui puntare per le prossime elezioni? Nient&#8217;affatto. Gli strateghi di Obama contano sul fatto che il tema non sarà centrale. L&#8217;ostacolo maggiore? Le chiese conservatrici. Che devono essere rassicurate</span></em></strong></p>
<div id="attachment_37469" class="wp-caption aligncenter" style="width: 516px"><a rel="attachment wp-att-37469" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/il-primo-%e2%80%98gay-president%e2%80%99-degli-stati-uniti-d%e2%80%99america/obamagay/"><img class="size-large wp-image-37469" title="obamagay" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/obamagay-723x1024.jpg" alt="" width="506" height="717" /></a><p class="wp-caption-text">Copertina di Livia Albanese Ginammi</p></div>
<p><strong>SONO LE 4.30 DI MERCOLEDI&#8217; 9 maggio alla Casa Bianca</strong>. Obama ha concesso <a href="http://www.youtube.com/watch?v=kQGMTPab9GQ&amp;feature=youtu.be" target="_blank">un’intervista a <em>Abc News</em></a> da nemmeno due ore. Un’intervista storica. Per la prima volta, un presidente a stelle e strisce s’è espresso a favore dei matrimoni gay.</p>
<p><strong>L’uomo s’è tolto un peso.</strong> In settimana, il suo vice Joe Biden gli aveva tirato la giacchetta, <a href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/lamerica-dibatte-i-matrimoni-gay-a-colpi-di-vignetta/" target="_blank">anticipando la sua “evoluzione” </a>e, di fatto, costringendolo all’<em>outing</em> politico.</p>
<p><strong>Ma è il presidente a essere inquieto.</strong> Obama è al telefono, e non per ricevere le congratulazioni degli attivisti o dei liberali. In una chiamata-conferenza, l’inquilino dello Studio Ovale ha radunato una decina scarsa di pastori afro-americani. Una piccola Corte suprema teologica.</p>
<p><strong>L’ex senatore dell’Illinois è abituato </strong>ad affidarsi ai consigli dei religiosi. Nel marzo 2008, Obama si era distanziato dal suo mentore religioso, il reverendo Jeremiah A. Wright Jr. (autore del sermone <em>“The Audacity of Hope”</em> che ha dato il titolo alla biografia del presidente americano), per certe dichiarazioni estremiste. Da allora, il presidente prega e si consulta con cinque pastori, tra cui T.D. Jakes, il vescovo di Dallas che con le sue prediche riempie gli stadi.</p>
<p><strong>Stavolta, però, Obama non cerca un confronto religioso</strong>. Vuole essere certo del possibile impatto della sua “evoluzione” in merito ai matrimoni gay. Il reverendo “liberale” Jim Wallis è preoccupato: “Speriamo che il presidente si spieghi con chi è in disaccordo. Le chiese conservatrici devono essere rassicurate”, <a href="http://www.nytimes.com/2012/05/14/us/politics/on-marriage-obama-tried-to-limit-risk.html?_r=1&amp;nl=us&amp;emc=edit_cn_20120514&amp;pagewanted=print" target="_blank">ha detto al New York Times</a>.</p>
<p><strong>Una prova? Il vescovo Harry Jackson </strong>della <em>Hope Christian Church</em> di Baltimora <a href="http://www.rightwingwatch.org/content/jackson-black-community-adulterous-relationship-president-obama-over-gay-marriage" target="_blank">ha ammonito</a>: “La comunità nera è in una relazione adultera col presidente Obama. Ci sta chiedendo di allontanarci dai principi più basilari delle Scritture”.</p>
<p><strong>L’ansia delle comunità cristiane è un megafono</strong> dell’incertezza dell’America. Obama è personalmente pronto ad accettare questo tema: lo ha dimostrato con lo storico annuncio. Anche molti americani lo stanno diventando: <a href="http://thecaucus.blogs.nytimes.com/2012/05/14/poll-age-and-partisanship-mark-divide-over-gay-marriage/?ref=samesexmarriage" target="_blank">secondo un recente sondaggio</a>, il 38 per cento degli intervistati approva i matrimoni gay, il 24 per cento le unioni civili e il 33 per cento è contrario.</p>
<p><strong>Ma l’America è pronta ad accettarli politicamente?</strong> È disposta a “dire di sì” collettivamente? Qui il terreno si fa più franoso. Il modo in cui la Casa Bianca s’è espressa non convince: per il 67 per cento degli americani, Obama ha aperto ai matrimoni omosessuali non perché intimamente convinto ma per scopi politici.</p>
<p><strong>L’avversario Romney è a favore di un emendamento </strong>costituzionale che non riconosca i diritti alle coppie omosessuali. Dalla sua ha circa metà degli statunitensi e trenta Stati nelle cui costituzioni ogni unione gay è vietata. Ultimo, in ordine cronologico, il North Carolina, dove l’8 maggio scorso il 61 per cento dei votanti ha approvato un emendamento in tal senso.</p>
<p><strong>Obama invece prova a buttarla sugli ideali. </strong>Tenta di rispolverare la retorica del cambiamento, come nel 2008. “Se ne fa un’elezione di scelta, vince. Se ne fa un referendum sugli ultimi quattro anni di crisi economica, potrebbe perdere”, scrive l’attivista gay Andrew Sullivan su Newsweek. Che va dietro alla sua penna, con una copertina che fa discutere: “The first gay president” e un Obama dall’aureola iridata.</p>
<p><strong>Sul tema dei diritti degli omosessuali,</strong> il presidente ha giocato di pazienza. Ha avuto un approccio graduale, per non suscitare clamori. Tramite il suo ministro della giustizia Eric Holder, ha tacciato di incostituzionalità il <em>Defense of marriage Act.</em> Lasciando che fosse il capo degli Stati maggiori riuniti a parlare, ha aperto ai gay tra i militari. Istruendo la Clinton, ha incluso i diritti dei gay nella battaglia globale per quelli umani.</p>
<p><strong>Tuttavia, l’America rischia di non essere politicamente</strong> pronta per questa &#8220;evoluzione&#8221;. Il 14 maggio scorso il parlamento della Virginia ha bocciato la nomina a giudice di Tracy Thorne-Begland. Il motivo? Essere gay. Nelle parole del deputato conservatore Bob Marshall, “un aggressivo attivista per l’agenda pro-omosessuali” non può avere imparzialità.</p>
<p><strong>Gli strateghi di Obama contano sul fatto</strong> che il tema non sarà centrale nelle elezioni (solo il 3 per cento degli americani ne è convinto). Piuttosto, sperano di attirare abbastanza indipendenti e attivisti dalla sinistra per compensare un’inevitabile perdita al centro, soprattutto nella comunità afro-americana.</p>
<p><strong>Nel calcolo, però, devono entrare anche i cosiddetti <em>swing States</em></strong>. Quelli senza i quali alla Casa Bianca non si torna. Nelle ultime dieci elezioni presidenziali, nessuno ha vinto senza l’Ohio, perno della famosa <em>Bible Belt</em>, la “cintura della Bibbia”. Qui, il referendum contro gli omosessuali è passato già nel 2004 e, fuori dalle grandi città, la questione è ancora un potente serbatoio per i repubblicani. Stessa storia in Colorado, dove un terzo dei democratici e il 40 per cento degli indipendenti s’oppone ancora alle unioni gay. E Colorado Springs è la capitale degli evangelici.</p>
<p><strong>Che il mondo religioso possa mettersi di traverso</strong> nella corsa alla rielezione di Obama lo suggerisce una frase sibillina di uno dei pastori chiamati a raccolta dal presidente. “Vista la mia interpretazione delle scritture, non posso arrivare alla sua stessa conclusione. Uno dei motivi per cui ci ha chiamati era per essere sicuro che il nostro rapporto non fosse toccato ed è ovvio che sarà così”. Politicamente, non certo quello che Obama voleva sentirsi dire.</p>
<p><em><strong>di Federico Petroni</strong></em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/il-primo-%e2%80%98gay-president%e2%80%99-degli-stati-uniti-d%e2%80%99america/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Tu te lo ricordi Kony? Ora sta per finire davvero</title>
		<link>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/tu-te-lo-ricordi-kony-ora-sta-per-finire-davvero-2/</link>
		<comments>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/tu-te-lo-ricordi-kony-ora-sta-per-finire-davvero-2/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 20 May 2012 17:24:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>The Post Internazionale</dc:creator>
				<category><![CDATA[Africa & Medio-Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[GEOPOLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[Esercito di resistenza del Signore]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Kony]]></category>
		<category><![CDATA[Kony]]></category>
		<category><![CDATA[Kony2012]]></category>
		<category><![CDATA[Uganda]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.thepostinternazionale.it/?p=37456</guid>
		<description><![CDATA[.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.thepostinternazionale.it%2F2012%2F05%2Ftu-te-lo-ricordi-kony-ora-sta-per-finire-davvero-2%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=80" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:80px;" allowTransparency="true"></iframe><p><strong><em><span style="color: #800000;">Portatori di una visione oscura dei precetti della religione, i miliziani dell’Esercito di resistenza del Signore sono ormai accerchiati e allo sbando nella giungla africana. Inseguiti dall’esercito ugandese supportato da truppe dell’Unione africana e americane, i ribelli sono ridotti a poche centinaia. Ma la ricostruzione sarà difficile, soprattutto per le migliaia di bambini soldato coinvolti in questo assurdo conflitto</span></em></strong></p>
<p><strong><em><span style="color: #800000;"><a rel="attachment wp-att-37457" href="http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/tu-te-lo-ricordi-kony-ora-sta-per-finire-davvero-2/ugandans_watching_kony2012_0-2/"><img class="aligncenter size-full wp-image-37457" title="ugandans_watching_kony2012_0" src="http://www.thepostinternazionale.it/wp-content/uploads/2012/05/ugandans_watching_kony2012_01.jpg" alt="" width="625" height="400" /></a></span></em></strong></p>
<p><strong>RICORDATE LA CAMPAGNA “KONY 2012”</strong>, promossa dall’Ong americana Invisible Children per la cattura di Joseph Kony? Lanciata qualche mese fa, veniva supportata da un <a href="http://www.youtube.com/watch?v=9Ve3_ziWAIM" target="_blank">documentario</a> diventato presto virale, dove un padre tentava di spiegare al figlio con il linguaggio dell’innocenza le nefandezze di uomini senza scrupoli.</p>
<p><strong>Persone che nel cuore dell’Africa rapiscono</strong>, drogano e terrorizzano migliaia di bambini costringendoli a imbracciare le armi e a sostenere la causa ribelle dell’invasato Esercito di resistenza del Signore. Il loro leader, Joseph Kony, una sorta di Kurtz moderno, in quel cuore di tenebra che è l’Uganda, è il padre padrone di questa armata: un capo mistico e oscuro, imbevuto del più distruttivo fanatismo religioso.</p>
<p><strong>Quale la peculiarità di questa vicenda?</strong> Semplice, che tutto a un tratto se ne è parlato: dal film “Children of war”, presentato al Festival delle libertà di Bruxelles nel novembre scorso, fino alla citata campagna “Kony 2012” e le condivisioni fiume sui social network. Il tutto condito dall’arresto per atti osceni dello stesso fondatore di Invisible Children, il trentatreenne Jason Russell.</p>
<p><strong>La volontà di donare la maggiore visibilità</strong> possibile all’intervento contro l’Esercito di resistenza del Signore segna un precedente importante di “brandizzazione” di un fatto di rilevanza politica e internazionale. E il clamore mediatico ha evidentemente avuto i suoi effetti.</p>
<p><strong>All’imponente operazione di marketing</strong>, infatti, ha fatto seguito lo stanziamento di 5.000 truppe da parte dell’<a href="http://articles.cnn.com/2012-03-24/africa/world_africa_africa-union-kony_1_uganda-lra-joseph-kony?_s=PM:AFRICA" target="_blank">Unione africana</a> a supporto dell’operazione “Tuoni e fulmini”, lanciata dal governo di Kampala nel 2008 e coadiuvata da un centinaio di uomini inviati da Washington.</p>
<p><strong>Così l’esercito regolare ugandese ha annunciato</strong> la cattura di uno tra i massimi ricercati della milizia di Kony, <a href="http://www.aljazeera.com/news/africa/2012/05/20125131322546999.html" target="_blank">Caesar Achellam</a>. L’uomo si trovava nella giungla della Repubblica Centrafricana, probabilmente in fuga alla volta della vicina Repubblica democratica del Congo, vasta area di confine dove le poche centinaia di guerriglieri rimasti fedeli a Kony starebbero trovando riparo.</p>
<p><strong>Il cerchio intorno a Kony sembra ora stringersi.</strong> “In guerra non esiste la parola scusa”. Così il Generale Achellam si esprime davanti alle telecamere che lo immortalano subito dopo l&#8217;arresto, a dimostrazione dell’assenza di rancore per gli atti atroci che vengono imputati a lui e ai suoi uomini.</p>
<p><strong>Con alle spalle più di vent’anni</strong> di attività sovversiva e decine di migliaia di bambini trasformati in combattenti, l’Esercito di resistenza del Signore sembra arrivato ormai alle battute finali e i suoi adepti ridotti a un gruppo di cani sciolti nel cuore profondo dell’Africa.</p>
<p><strong>La Corte penale internazionale</strong> ha già spiccato nel 2005 un mandato di arresto nei confronti di Kony e dei suoi scagnozzi, con accuse per crimini di guerra e contro l’umanità che vanno dallo stupro, alla schiavitù e all’utilizzo di bambini soldato.</p>
<p><strong>Comunque vada a finire </strong>questa vicenda di odio e disumanità, gli strascichi della follia invasata degli uomini di Kony si faranno sentire a lungo. Dopo il momento delle armi e della ribalta mediatica arriverà il tempo della ricostruzione e del recupero, soprattutto psicologico, di migliaia di bambini strappati così violentemente alle proprie infanzie.</p>
<p><strong>Si tenta già di farlo in Uganda,</strong> ricorrendo alla catarsi, riproducendo per gioco scene di guerra a cui questi bambini sono chiamati a partecipare per liberarsi di un fardello che li ha oppressi per anni. Per ora resta una sola certezza, che anche questa, come tante altre, rimarrà una ferita silenziosa che si tramanderà di generazione in generazione alimentando e gonfiando l’insaziabile cuore di tenebra.</p>
<p><strong><em>di Enrico Lavecchia</em></strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.thepostinternazionale.it/2012/05/tu-te-lo-ricordi-kony-ora-sta-per-finire-davvero-2/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

