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Spostamenti impossibili, spazi negati e famiglie abbandonate: l’Italia non è un Paese per genitori

Quando si parla di denatalità bisogna partire da un assunto di base: la società di oggi non è a misura di famiglie con figli. Le persone che vivono la loro quotidianità con bambini o bambine si scontrano ogni giorno con barriere strutturali e culturali: welfare inefficace, scarsa copertura di asili nido gratuiti, congedi parentali irrisori, endemica visione catastrofica della maternità all’interno del mercato salariato e discriminazione.

Oltre a tutto questo, particolare importanza è da rivolgere all’impatto che la difficoltà di accesso agli spazi comuni ha sulle famiglie con figli o figlie. Questa difficoltà si avvale di barriere di caratteri diversi, accomunate da un’unica matrice: la responsabilità istituzionale.

Questione di priorità
Partiamo dalle esigenze di spostamento dei genitori: quelle di chi all’interno del nucleo familiare compie anche il lavoro di cura non salariato sono diverse rispetto a chi non ha questo carico. Il genitore che si occupa del lavoro di cura realizza quotidianamente quello che viene definito “trip-chaining”, termine che si riferisce a una modalità di viaggio composta da più tappe concatenate e strategiche. I mezzi pubblici, però, nella maggior parte dei casi non sono pensati per questo tipo di spostamento, oltre al fatto che, specie in molte aree specifiche, non c’è sufficiente copertura delle corse. 

Dietro a questa impostazione c’è certamente un problema di risorse, ma soprattutto di priorità. L’urbanista Inés Sánchez de Madariaga ha condotto uno studio sulla mobilità connessa al lavoro di cura, che fornisce un quadro per riconoscere, misurare, rendere visibile e contabilizzare correttamente tutti i viaggi associati al lavoro di cura non retribuito, dimostrando che i tragitti compiuti per questa mansione non sono contabilizzati nei set di dati sui trasporti di tutto il mondo.

Progettare dei sistemi di trasporto pubblico che rispondano alle esigenze del lavoro di cura non salariato, però, comporta anzitutto una ripianificazione urbana a livello globale.

La logica della pianificazione attuale tende a suddividere gli spazi urbani in aree commerciali, residenziali e industriali, secondo il principio del cosiddetto “azzonamento” (che si riferisce alla suddivisione di un territorio in zone, a scopo burocratico, amministrativo o urbanistico.) I regolamenti urbanistici attuali si fondano anche su esigenze di spostamento di persone che considerano la casa un luogo di riposo, dove rientrare la sera.

Il tragitto quotidiano del genitore che compie il lavoro di cura, invece, non è casa-lavoro, lavoro-casa, ma è fatto di tante tappe intermedie. Questo vale, naturalmente, per tutti i “caregivers”, non solo per il lavoro di cura rivolto ai bambini. Data la difficoltà di delegare a figure professionali parte del lavoro di cura che prevede modalità di spostamento strategiche, facilitare i genitori nell’operazione almeno dal punto di vista pratico sarebbe un buon inizio.

Viaggi da incubo
Le famiglie con figli, però, non si spostano solo per esigenze riconducibili al lavoro salariato o non salariato. I genitori, esattamente come le persone senza figli, si spostano anche per attività di svago, sociali o culturali. Pensiamo, ad esempio, ai viaggi in aereo o in treno.

Viaggiare con bambini piccoli può rivelarsi un’impresa fisicamente e psicologicamente sfibrante. Quando si viaggia con un neonato ci si imbatte in un coacervo di difficoltà, la prima riguarda l’aspetto economico. Le compagnie aeree italiane low cost più utilizzate, prevedono il pagamento di tasse aeroportuali per un posto che i bambini non occupano. Non si tratta di cifre irrisorie né standard, come invece riportano alcuni dei loro siti web.

La seconda criticità è di natura pratica. Quando si imbarca un passeggino bisogna richiuderlo in autonomia, e farlo con un bambino in braccio è impossibile. A questa, sempre in tema aeroporto, si associa la questione salta-fila, che nella maggior parte delle strutture non è segnalata.

La scarsa considerazione della presenza delle famiglie con figli in viaggio si manifesta anche in alcuni criteri sulla sicurezza, che presenta parametri variabili. Alcune compagnie prevedono che i bambini e le bambine viaggino in braccio a una persona adulta solo durante la fase di decollo e atterraggio e altre, invece, impongono che i bambini e le bambine viaggino in braccio a una persona adulta per tutta la durata del volo. Tutto questo vale solo fino ai due anni di età, a prescindere da peso e statura dei bambini.

L’impressione è che la presenza delle famiglie con figli all’interno del sistema viaggi sia poco contemplata e scarsamente considerata. Alcune compagnie aree non prevedono l’utilizzo del seggiolino (Ryanair ad esempio non mette a disposizione la possibilità di prenotare il posto seggiolino dall’applicazione, c’è possibilità di farlo solo se si telefona al servizio clienti.)

Altre ancora prevedono l’utilizzo del seggiolino, ma solo tra i due posti dei genitori, escludendo automaticamente la possibilità alle famiglie mono-genitoriali o a chi viaggia senza partner di ricorrere a questa possibilità.

In treno la situazione non è migliore: Trenitalia si fregia di consentire i viaggi gratuiti ai bambini sotto i 4 anni. Questa misura, però, non garantisce il posto a sedere. Infatti i genitori devono tenere i figli in braccio per l’intera durata del viaggio, impresa difficilissima se non impossibile, se i bambini non sono neonati – e dai 0 ai 4 anni c’è un lunghissimo lasso in tempo in cui non lo sono.

Menzione speciale è da riservare al lavoro di cura all’interno di tutti gli spazi pubblici. Pensiamo ai servizi igienici, ad esempio. I fasciatoi si trovano quasi sempre solo in quelli riservati alle donne, e la loro superficie è dolorosa per i bambini e scomoda per i genitori.

Inoltre, se ad utilizzare i servizi è un genitore, deve farlo con i bambini in braccio (azione che in spazi angusti e in movimento come i bagni dei treni o degli aerei è letteralmente impossibile.) Solo pochissimi servizi igienici, in Italia, sono provvisti di seggiolino specifico per esigenze di questo tipo.

Spazi negati
Esiste anche una spessa barriera di carattere culturale a intrappolare i genitori in una quotidianità fatta di potenziale solitudine e certa difficoltà di accesso agli spazi pubblici: gli ambienti non sono accoglienti per i genitori perché, in fondo, non ci si aspetta di vederli in giro. Ci si aspetta che non escano di casa con i bambini se non per andare nei parchi giochi. Quando li si incontra nei luoghi “non a misura di famiglie” di loro si pensa che sono coraggiosi o egoisti. In ogni caso, da loro ci si aspetta efficienza, abnegazione, funzionalità e pazienza. Se gli spazi sono ancora così respingenti per i genitori, di fatto, gli è negata la possibilità di occuparli.

Un genitore non è mai solo una persona che viaggia, è anzitutto un genitore. In questi giorni, su Twitter, impazza la polemica sulla presenza dei bambini nei luoghi pubblici. È giusto che ci siano? Bisognerebbe vietare loro l’ingresso?

Come si può non vedere la profonda discriminazione alla base di questi interrogativi? Come ci si può chiedere se è giusto garantire l’ingresso a tutte le categorie di persone, nei luoghi pubblici?

Qualcuno scrive convintamente che se fosse vietato l’ingresso ai bambini nei luoghi pubblici, o almeno sugli aerei e sui treni, si vivrebbe meglio. Qualcun altro che i genitori non muoiono se per qualche mese stanno a casa. E che importa se quei mesi sono difficili, così difficili da diventare anni. Così difficili da diventare solitudine.

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