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Dentro la prigione delle purghe di Putin: a Lefortovo l’Urss non sembra mai finita

È difficile sovrastimare il significato che occupa nell’immaginazione russa il carcere di Lefortovo, dove è detenuto il reporter statunitense Evan Gershkovich. Progettato per intensificare il senso di isolamento e disperazione nei prigionieri, fu eretto nel 1881 a est di Mosca dallo zar Alessandro III e prende il nome da Francois Le Fort, nobiluomo ginevrino del XVII secolo, consigliere dello zar Pietro il Grande. Ma le origini del luogo restano in gran parte avvolte nel mistero, come ad esempio il motivo per cui l’ala dei detenuti sia a forma di “K”.

Ritenuto dai bolscevichi un penitenziario modello, fu solo con l’arrivo dell’era sovietica che il posto acquisì una propria fama a causa delle numerose violenze ed esecuzioni avvenute al suo interno a partire dagli anni ’30, durante il periodo delle Grandi purghe di Iosif Stalin. Come racconta nelle sue memorie la scrittrice sovietica Eugenia Ginzburg, negli scantinati la polizia segreta di Stalin giustiziò un numero mai precisato di vittime in quegli anni. «Utilizzavano i motori dei trattori per coprire il suono degli spari». Oggi i funzionari di polizia utilizzano quelle stesse stanze come poligoni.

Ospiti illustri
Dopo l’era Stalin, da Solzhenitsyn a Limonov, da Litvinenko a Sutyagin, sono centinaia i prigionieri politici, scrittori, ribelli, dissidenti e presunte spie passate per Lefortovo, fino a conferirgli la reputazione di luogo simbolo del controllo dello Stato sulla popolazione russa. Oggi, questo edificio dai mattoni color giallo ocra, è un centro di detenzione cautelare dove le persone vengono prese in custodia per un anno o più. Gli uffici del dipartimento investigativo dell’Fsb, il servizio di sicurezza federale, sorgono nelle sue immediate vicinanze, agevolando le visite degli agenti ai condannati.

Gli attuali detenuti sono per la maggior parte individui di alto profilo accusati di terrorismo, ex ufficiali o “spie” costrette a vivere in celle di meno di 3 metri per 4 per 23 ore al giorno, con una sola ora d’aria a disposizione all’interno del ristretto cortile del penitenziario. Le telefonate non sono concesse e si possono inviare solo lettere scritte a mano a familiari e amici. Ed è qui che è stato portato Evan Gershkovich, giornalista del Wall Street Journal, accusato di spionaggio mentre svolgeva il suo lavoro in Russia.

Il 31enne è un cittadino statunitense, figlio di una coppia di ebrei russi, fuggiti separatamente dall’Unione Sovietica nel 1979 per ricongiungersi in Michigan. Il suo arresto ha causato molto scalpore, per vari motivi. Per i suoi colleghi, è un reporter in gamba, volenteroso e energetico. Ha scritto per il Moscow Times, passando per l’Agence France-Press, fino ad approdare al Wsj nel gennaio 2022. Era felice e i suoi amici erano fieri di lui: era riuscito a ottenere un posto presso un autorevole quotidiano per parlare di un luogo – irritante e affascinante in egual misura, ma mai noioso o irrilevante – a lui molto caro, la Russia. Ma poi arrivò la guerra.

Nel febbraio 2022, quando la Russia invase l’Ucraina, quello che sembrava un graduale processo di limitazione delle libertà all’improvviso accelerò. TV Rain, un’emittente televisiva indipendente con un forte seguito online, fu chiusa e vietata al pubblico. Lo stesso avvenne poco dopo con la stazione radiofonica di stampo liberale Echo Movsky. Il 4 marzo 2022 il governo approvò una serie di leggi sulla censura, criminalizzando a tutti gli effetti ogni forma di comunicazione obiettiva e onesta sull’invasione. Quasi ogni giornalista russo lasciò il Paese di lì a pochi giorni, e chi è rimasto non ha avuto altra scelta se non quella di cambiare mestiere. Anche Evan lasciò la Russia, ma poi, incerto su come proseguire il proprio lavoro dall’esterno, durante l’estate decise di tornare. 

La Russia nel frattempo era diventata una scatola oscura, divenendo un luogo sempre più difficile da immaginare per chi ne restava fuori, rendendo il lavoro di Evan ancora più vitale ed essenziale da leggere. Evan ha viaggiato per tutto il Paese, e sebbene fosse seguito ovunque andasse, sembrava in qualche modo la norma e non si dava troppa pena, come racconta il suo amico e collega del New Yorker, Joshua Yaffa. Pochi sanno di cosa si stesse occupando negli ultimi giorni, secondo fonti russe è probabile che fosse qualcosa legato al gruppo Wagner, fornitore di mercenari nello sforzo bellico russo. Forse, alcuni particolari dei suoi articoli hanno agitato le menti paranoiche dell’Fsb. Quello che nessuno si aspettava però, era l’avvento del suo arresto. Nonostante la forte repressione di un Paese autocratico verso i dissidenti e la persecuzione verso i suoi giornalisti, in Russia era in vigore una sorta di patto post-sovietico per i corrispondenti esteri, verso i quali era sempre stato garantito un certo livello di libertà. L’arresto di Gershkovich ha cambiato questa percezione.

Scambi asimmetrici
È la prima volta dalla fine della Guerra Fredda che un giornalista americano viene arrestato con l’accusa di spionaggio in Russia. L’ultimo fu Nicholas Daniloff, a capo dell’ufficio di Mosca dell’U.S. News & World Report, fermato nel 1986. Anch’egli fu portato a Lefortovo e rilasciato dopo qualche settimana attraverso uno scambio di prigionieri. In molti ora aspettano un esito simile per Gershkovich. Il suo arresto è avvenuto infatti poco dopo l’annuncio del Dipartimento di Giustizia statunitense di una requisitoria contro una presunta spia russa iscritta un’università americana sotto falso nome con un passaporto brasiliano contraffatto.

Questa tesi coinciderebbe con una serie di scambi asimmetrici tra i due Paesi avvenuti di recente. Un anno fa, la Russia scambiò l’ex marine Trevor Reed per Konstantin Yaroshenko, detenuto negli Stati Uniti con l’accusa di traffico di droga. Poi a dicembre, ha scambiato la giocatrice di basket Brittney Griner per il trafficante d’armi russo Viktor Bout. Reed era stato arrestato dopo una notte di bagordi, che lo condusse a una pena di detenzione di nove anni per aver messo a repentaglio «la salute e la sicurezza» degli agenti di polizia russi. Griner era stata arrestata per aver portato con sé una pennetta elettronica contenente olio d’hashish, e anche lei fu condannata a nove anni di carcere. Entrambi sono stati trattenuti a Lefortovo prima di essere spediti in altri istituti di pena.

Dieci anni fa, questo scambio di prigionieri in pieno stile real-politik sarebbe parso un retaggio del passato. Con la caduta dell’Unione sovietica, molti speravano che anche luoghi come Lefortovo e ciò che rappresentano sarebbero stati consegnati alla storia. Ma nonostante le speranze di rinnovamento, oggi la Russia è un Paese in mano a un ex agente del Kgb. In Ucraina e in altri luoghi ha intrapreso programmi di politica estera aggressivi ispirati al periodo sovietico e all’impero zarista. In questo senso, Lefortovo sembra una metafora del ritorno del Paese al suo passato oscuro. Qui, l’Unione Sovietica è ancora nell’aria, non è mai morta.

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