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Chi è Christian Lindner: il nuovo falco tedesco dell’Austerity

In tedesco, il termine “schuld” ha un doppio significato: vuol dire debito ma anche colpa. Questa semplice considerazione spiega senza lasciare adito a dubbi quale sia l’approccio della classe dirigente di quel Paese sul tema dell’austerità.

Basti pensare, a tal proposito, che uno dei principali sostenitori della “Schuldenbremse” (il pareggio di bilancio) non era un arcigno esponente della Cdu ma il socialdemocratico Peer Steinbrück, sconfitto da Angela Merkel alle elezioni federali del settembre 2013. E basti ricordare l’operato del super-falco Wolfgang Schäuble nei giorni del referendum greco sugli aiuti targati Troika, quando l’Unione europea, sedicente culla della civiltà, decise di soffocare Atene pur di non cedere sul dogma del rigorismo. 

Negli ultimi anni, in particolare dopo l’approvazione del Recovery Fund, questa linea insensata e foriera di disastri sembrava essere stata accantonata. Purtroppo, ci sbagliavamo. A riportare la Germania sulla via dell’austerità sta provvedendo, infatti, un degno epigono di Schäuble.

Parliamo di Christian Lindner, dall’8 dicembre 2021 ministro delle Finanze, il quale di recente ha dichiarato in un intervento sul FinancialTimes: «Il nostro obiettivo è rafforzare il Patto di Stabilità e Crescita, non indebolirlo, abbiamo bisogno di più responsabilità». Come se non bastasse, ha aggiunto che sono necessarie «disposizioni di salvaguardia per garantire un’effettiva diminuzione dei rapporti debito/Pil», sottolineando che una riforma «è accettabile solo se apportiamo miglioramenti significativi al quadro, in caso contrario, non sarebbe opportuno modificare le regole». 

Militare e imprenditore
Lindner, nativo di Wuppertal, città del ricco Nord Reno-Vestfalia, è un liberale di 44 anni che deve la sua ascesa al disastro compiuto dal suo partito, l’Fdp, alle elezioni del 2013, quando, per la prima volta dal 1949, non entrò in Parlamento. Figlio di un’insegnante, dopo la separazione dei genitori è cresciuto con la madre nella vicina città di Wermelskirchen.

Laureato in Scienze politiche presso l’Università di Bonn, ha conseguito il master nel 2006. Iscritto al Partito Liberale dal 1995, l’anno successivo è stato eletto presidente dell’organizzazione studentesca del partito, il Liberalen Schüler, nel suo land, prima di entrare a far parte del comitato direttivo dell’Fdp del Nord Reno-Vestfalia ed essere poi eletto deputato regionale alle elezioni del Landtag del 14 maggio 2000. 

Allievo di Guido Westerwelle, che lo volle segretario generale di partito nel 2009, è oggi il leader dei liberali tedeschi. Non bastando la carriera politica, Lindner ha avuto anche una piccola carriera militare da riservista all’interno della Luftwaffe, oltre ad aver creato un’agenzia pubblicitaria specializzata in imprese di telecomunicazioni (1997), da cui si è separato nel 2004, e la società informatica Moomax (2000), che lasciò nel 2001 e sei mesi dopo finì in bancarotta. Insomma, all’uomo non mancano esperienza, spregiudicatezza e spirito battagliero.

Rimpiangere Merkel?
Il vero problema è Olaf Scholz. Parliamoci chiaro: non sarebbe stato facile per nessuno assumere il potere dopo Merkel, non foss’altro che per la durata del suo cancellierato e per le innumerevoli sfide che ha saputo affrontare con risultati considerevoli, al punto di far sembrare spesso l’Spd un partito alla deriva e in balia della propria incapacità di offrire un’alternativa all’altezza. 

Schröder, Steinmeier, Steinbrück e Schulz, i quattro leader socialdemocratici sconfitti dalla Merkel fra il 2005 e il 2017, erano infatti prigionieri della dottrina della “terza via” introdotta proprio da Schröder con l’Agenda 2010, la Neue Mitte e le leggi Hartz sul mercato del lavoro, fra le cause della scissione dell’ala sinistra dell’Spd che condusse alle elezioni anticipate nel 2005 e che ha condannato la sinistra tedesca, in crisi d’identità, a trascorrere tre lustri all’opposizione.

Se Scholz avesse dovuto sfidare la Merkel, non ci sarebbe stata partita. La sua fortuna è stata quella di beneficiare dell’esaurirsi di un lungo ciclo politico e del fatto che il successore della cancelliera, lo spento Armin Laschet, non si sia rivelato all’altezza della competizione. 

Ora che è al governo, tuttavia, Scholz dovrebbe evitare di farci rimpiangere la “kanzlerin”, il che purtroppo non sta accadendo. Basti pensare che, come riporta Angelo Bolaffi in “Germania/Europa”, saggio scritto insieme a Pierluigi Ciocca, di fronte al trumpismo arrembante, nel 2017 Angela Merkel affermò: «I tempi nei quali potevamo fare totale affidamento sugli altri appartengono al passato e per questo posso solo dire che noi europei dobbiamo veramente prendere in mano il nostro destino». Sarebbe in grado Scholz di compiere affermazioni così nette? Purtroppo, temiamo di no. 

Minaccia
Nel momento in cui il bavarese Weber, esponente della Csu e leader di fatto del Ppe, parla apertamente di muri e ipotizza alleanze con gli amici di Giorgia Meloni, c’è da preoccuparsi, specie se si vanno a rileggere alcune dichiarazioni compiute in passato da Lindner, raccolte dal collega Claudio Paudice su Huffington Post in un articolo pubblicato il 24 novembre 2021.

A proposito della Grecia: «L’Europa unita uscirebbe rafforzata se un membro cronicamente malato lasciasse la zona euro almeno temporaneamente». A proposito dei Paesi più indebitati: «I debiti nazionali sono una minaccia per la stabilità dell’Unione economica e monetaria. Ecco perché deve essere chiaro: la responsabilità finanziaria individuale degli Stati membri dell’Ue è una garanzia di stabilità e solidità!».

A proposito del Recovery Fund: «È sensato che la Germania sia ancora l’avvocato della stabilità». E ancora: «Il Recovery Fund è stato giustamente identificato come un’eccezione. Non ci sarebbe una maggioranza sicura al Bundestag tedesco per un’unione fiscale. Sconsiglio quindi i dibattiti di pura speculazione, soprattutto perché i 750 miliardi di euro non sono ancora stati utilizzati del tutto».

A proposito dell’Italia, ai tempi del governo gialloverde: «Signora cancelliera, non abbiamo sentito una parola sull’Italia. Noi siamo favorevoli a investimenti di economia reale in Europa. Ma non ci possono essere fondi che distribuiscono soldi di fronte a governi come quello di Roma, che vogliono solo fare regali». Un esecutivo che, evidentemente, non gli piaceva ancor prima che nascesse: «Al più tardi dopo la formazione del governo, la Commissione europea dovrebbe iniziare la procedura di infrazione contro l’Italia». Perché? Perché – a suo dire – «Bruxelles ha annacquato le regole troppo a lungo, interpretandole secondo una certa flessibilità politica». 

Non a caso, due veri esperti di economia come lo storico Adam Tooze e il premio Nobel Joseph Stiglitz, in una lettera al settimanale tedesco Die Zeit, avevano messo in guardia sui rischi rappresentati dall’ascesa di questo personaggio: «L’agenda della politica finanziaria dell’Fdp e di Lindner è solo un accumulo di cliché conservatori, soprattutto degli anni Novanta. Sarebbe un errore esaudire il desiderio di Lindner. La Germania e l’Europa non possono permettersi questo crash-test. Per il suo stesso bene, a Lindner dovrebbe essere risparmiato l’impossibile compito di dover applicare la sua agenda di bilancio all’attuale situazione finanziaria». 

In un’Europa in cui la Bce alza con imprudenza i tassi, tornano a spirare venti di recessione e si rischia, l’anno prossimo, una drammatica svolta a destra. Il fatto che il Paese più influente segua le ricette di un soggetto del genere, per giunta in un governo teoricamente di centro-sinistra, spiega meglio di ogni altra analisi quanto buia sia la notte.

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