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Il presidente di Enac a TPI: “L’operazione sull’aeroporto di Cagliari mette a rischio la vigilanza del pubblico”

Dottor Di Palma, a che punto è la fusione degli aeroporti sardi dal vostro punto di vista, quello dell’ente regolatore del volo?
«Noi, nei mesi scorsi, abbiamo già fatto e detto tutto quello che era nella nostra facoltà. Adesso attediano di capire cosa accade sul mercato». 

C’è un problema che la fusione che si sta determinando in Sardegna pone alle autorità regolatrici, e in primo luogo a voi?
«Sì, c’è un problema che si è profilato: riguarda il ruolo di garanzia che il controllore pubblico chiede di poter esercitare su una società controllata da soggetti privati che assume il controllo di una infrastruttura strategica per il territorio». 

Questo ragionamento non riguarda solo la Sardegna.
«No, è una questione di norme e di principio, un problema che si pone ovunque, in tutto il Paese». 

E questa operazione sarda, così come viene prospettata, mette questo potere di controllo a rischio?
«Diciamo pure così e spieghiamo perché. Ma ci tengo a precisare che non siamo noi di Enac a dirlo. Sono le istituzioni regionali sarde». 

E adesso cosa accade nel percorso di controllo sulla proposta di fusione?
«La palla è passata in mano al ministro». 

E questo passaggio, in concreto, cosa significa?
«Che di fronte ad un conflitto che non si sana, c’è ora la possibilità di una moral suasion da parte dell’autorità esecutiva pubblica più alta». 

Cioè?
«Di un intervento che detti dei precetti a chi sta portando avanti l’operazione». 

E poi che cosa accadrà?
«Io spero calmamente che questa moral suasion sia esercitata, nell’interesse di tutti. E che abbia effetto». 

Altrimenti cosa potrebbe accadere?
«Di fronte alla perdita di un diritto potestativo da parte della Regione, se l’operazione dovesse chiudersi nei termini in cui si sta prospettando, c’è il rischio che questa perdita resti un vulnus rispetto al nostro regolamento». 

E se questo vulnus non si dovesse sanare?
(Pausa, sospiro). «Mi auguro che non accada. Altrimenti, per una vicenda così, si potrebbe finire anche davanti al giudice». 

Perché?
«Perché, come spiegherò tra breve, il tema delle quote di controllo dell’ente pubblico è delicato». 

È già accaduto?
«Sì, in diversi casi, nel nostro Paese. Quando si realizzano fusioni, scalate e acquisizioni questo diritto in partenza veniva sempre garantito». 

E poi?
(Sospiro). «Poi, con le mutazioni naturali o indotte delle catene di controllo, accade che si diluiscano le quote di controllo del pubblico e che si perda il potere di influenza più importante. Quello della chiamata in assemblea». 

Pierluigi Di Palma, presidente dell’Enac (Ente nazionale Aviazione civile), è un uomo prudente ma anche arguto: è una vecchia volpe del settore (la sua prima nomina risale all’età prodiana), non ha mai posto veti all’operazione che si sta realizzando sugli aeroporti della Sardegna, ma continua a sottolineare – e lo fa anche in questa intervista – le criticità e i vincoli che a suo avviso devono essere rispettati perché la legge sia rispettata. 

Presidente, si potrebbe dire così? Enac aveva dato un parere in linea di principio favorevole all’operazione. Ma poi continua a chiedere che sia rispettato il “diritto potestativo” delle istituzioni pubbliche.
«Guardi, è vero, ma non c’è nessuna contraddizione nella posizione che lei ha illustrato, anzi». 

Mi spieghi perché.
«Enac non ha posizioni ideologiche, non pretende di determinare il mercato, lo regola secondo le norme di legge e i regolamenti che è tenuta a far rispettare». 

E quindi?
«Abbiamo espresso un parere favorevole sulla legittimità di una operazione, che però è vincolato ad alcune condizioni precise». 

Ci sono due operazioni in atto che sono entrambe, e per motivi diversi, sotto la vostra lente.
«Quella che si è già compiuta tra l’aeroporto di Alghero e di Olbia e quella che si potrebbe compiere tra il nuovo gruppo nato da quell’operazione e l’aeroporto di Cagliari». 

E poi cosa è accaduto?
«La Regione ha rivendicato il diritto di poter chiamare l’assemblea». 

Perché questo diritto era messo a rischio?
«Sì. Per effetto della prima fusione veniva meno la possibilità del socio pubblico di Alghero di esercitare questa prerogativa». 

Serviva il  20% per poter chiamare l’assemblea e il pubblico questa quota non l’aveva più. Come mai?
«In origine questa quota, ad Alghero, la Regione l’aveva ottenuta. Ma poi, quando cambiano le quote si annacqua la percentuale, e con essa anche il  “potere di chiamata”». 

Che rappresenta il vincolo ultimo di controllo sulle decisioni strategiche della società.
«Diciamo pure così». 

Cosa determina queste variazioni?
«Quello che dice il nostro parere è che la Regione perde quel diritto: basta un aumento di capitale, una rimodulazione delle quote nel nuovo capitale e il diritto viene meno». 

E queste rimodulazioni successive sono fatte apposta per cancellare questo diritto?
(Sorriso). «Se questo diritto viene meno per una strategia pianificata non spetta a me dirlo. Se accade spetta a me intervenire». 

Ovvero?
«Io sono solo un vigile che fischia se qualcuno passa con il rosso. Se si verifica l’infrazione fischio, ovviamente, mica mi metto a discutere perché l’automobilista lo faccia». 

Ma cosa è esattamente questo “diritto potestativo” e perché è così importante che sia riconosciuto nei anche processi di privatizzazione?
«La prima risposta che le devo dare è: perché lo dice la norma». 

Il vostro regolamento.
«Agli albori del 2000, quando hanno iniziato a verificarsi con sempre maggiore frequenza dei processi di privatizzazione nel nostro settore, il regolatore ha previsto  un… “diritto di vigilanza”». 

Che si può tradurre così: io, soggetto pubblico, mantengo una quota di proprietà che mi consente di “controllare il privato”.
«E non lo dico io. Lo dice il regolamento 521/97: questo diritto non è un diritto assoluto ma per l’appunto potestativo. Lo puoi rivendicare se pensi che sia utile o necessario». 

Ed eccoci al caso sardo.
«La Regione ci dice di voler esercitare quel diritto potestativo in modo autonomo. Invece, già nell’attuale configurazione, può farlo solo se trova l’intesa con gli altri soggetti pubblici». 

E poi?
«Di fronte alle operazioni che si prospettano, il soggetto pubblico dice: io non voglio la fusione, in questi termini, perché perderei quel diritto. E questo riguarda quello che è accaduto ad Alghero». 

Infine c’è il tema più scottante di queste ore: la privatizzazione che si sta prospettando a Cagliari, proprio per una scelta di quel nuovo soggetto a controllo privato che si è formato. Un bel serpente che si morde la coda.
«Su questo tema, in un convegno di alto livello che si è svolto a Cagliari nei mesi scorsi, è intervenuto, a mio avviso con grande saggezza, un luminare come il professor Romano Vaccarella, ex giudice della Corte Costituzionale». 

E cosa la trova concorde con l’intervento di Vaccarella?
«Quando si parla, come in questo caso, di un processo di privatizzazione, ovvero della cessione di una quota di maggioranza posseduta da un soggetto pubblico, si determina l’obbligo di procedure trasparenti». 

Provi a spiegarmelo nella maniera  più semplice.
(Sorride). «Guardi, più chiaro di come lo ha spiegato il professor Vaccarella è impossibile: una operazione di questa natura non si può realizzare con una procedura a chiamata diretta». 

Serve dunque una gara?
«Non necessariamente una gara. Ma una procedura a evidenza pubblica, senza dubbio, sì». 

E non è questo il caso.
«Non posso dirle altro che questo: condivido il parere del professor Vaccarella. Io come lui ritengo necessaria una procedura che offra questa garanzia». 

Si sono formate anche altre reti di aeroportuali regionali al Sud.
«Oh sì: in Puglia c’è una rete aeroportuale ma in quel caso il controllo è in mano al pubblico. In Calabria esiste una rete aeroportuale regionale, ma anche in questo caso il controllo è in mano al pubblico». 

Quindi questo sarebbe il primo caso di una regione del Sud, dove i collegamenti sono strategici, in cui questo equilibrio sarebbe esattamente ribaltato?
«Ripeto: nulla lo impedisce, ma a condizione che si rispettino le procedure di garanzia, i contrappesi e il diritto potestativo di chiamata». 

Lei vigila con rigore su questo tema perché non è la prima volta che accade: le quote di controllo cambiano con i processi di fusione.
«In effetti è così: in molte realtà, nel tempo, si è verificato un deterioramento delle quote di controllo del pubblico. Basta un aumento di capitale per far saltare gli equilibri». 

E invece voi preferite che il diritto potestativo sia tutelato.
«Guardi, a costo di apparire ripetitivo, non siamo noi di Enac che lo preferiamo perché abbiamo dei gusti strani: è la legge». 

Quindi provo a riassumere così. La sua sintesi è: nessun rifiuto pregiudiziale verso i privati, a patto che siano salvaguardati i diritti potestativi garantiti dai poteri di controllo, e a patto che le operazioni di acquisizione e/o fusione siano garantite da procedure di evidenza pubblica?
«Esatto. Sono le regole del gioco che garantiscono i diritti dei cittadini. Io sono solo il vigile che fa rispettare le regole».

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