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Il secolo turco: così il Sultano Erdogan è diventato il nuovo Ataturk

Ancora una volta è Recep Tayyip Erdogan a vincere le elezioni, riconfermato presidente della Turchia nel ballottaggio del 28 maggio scorso. Mentre la Repubblica Turca si appresta a entrare nel suo secondo secolo di esistenza – il prossimo 29 ottobre ricorrerà il centenario della sua proclamazione da parte di Mustafa Kemal Ataturk –, l’”era Erdogan” si appresta a entrare nel suo terzo decennio, a ormai 20 anni da quando, nel 2003, divenne premier col suo Akp per poi divenire presidente nel 2014.

Un uomo solo al comando
La riconferma del “Sultano” è arrivata con un margine di quattro punti sullo sfidante Kilicdaroglu: una vittoria che da un lato gli attribuisce ulteriore forza e dall’altro mostra un’opposizione che mai era arrivata così in alto. Erdogan ha infatti battuto un’alleanza molto vasta, composta dal cosiddetto “Tavolo dei sei”, un insieme di forze molto eterogenee tra loro che va da partiti laici ad altri religiosi, da forze riformiste ad altre conservatrici, e che ha potuto contare anche sul voto dei partiti curdi e, al ballottaggio, persino di quello di un partito nazionalista che al primo turno aveva sostenuto il “terzo incomodo” Sinan Ogan. Una coalizione unita soprattutto da un punto: l’opposizione a Erdogan.

Il presidente turco ha dunque portato a casa una riconferma contro un’opposizione che mai si era presentata in un formato così ampio, ma al tempo stesso l’opposizione, da quando Erdogan è al potere, può rivendicare un risultato molto importante, non solo in termini percentuali, ma anche simbolici, riuscendo per la prima volta a imporsi nelle province di Ankara e Istanbul sia al primo che al secondo turno.

Equilibrismo internazionale
Appena è stata chiara la vittoria, Erdogan ha annunciato che questo sarà il “secolo della Turchia”: dopo 20 anni al potere in cui ha lavorato per rendere Ankara una potenza nello scacchiere internazionale, sarà interessante vedere come proseguirà questo impegno dopo il voto. Negli ultimi anni Erdogan ha aumentato l’influenza turca in molte aree del mondo, dal Medio Oriente al Nordafrica, ma negli ultimi mesi ha usato toni più distensivi su numerosi tavoli, come con la Grecia, con cui le tensioni erano state in tempi recenti molto alte per via del confine marittimo nel Mediterraneo orientale, e con la Siria di Assad.

Adesso è da vedere quale sarà l’atteggiamento di Erdogan, forte della riconferma: se continuerà nella distensione degli ultimi mesi o riprenderà un ruolo maggiormente attivo nei delicati tavoli dello scacchiere internazionale. Ma l’osservato speciale è chiaramente il ruolo che giocherà in Ucraina e nel suo rapporto con la Russia e con la Nato.

La Turchia di Erdogan negli anni passati ha avuto momenti di tensione con Mosca (soprattutto l’abbattimento del jet russo nei cieli della Siria nel 2015) e momenti di grande distensione (come l’acquisto del sistema missilistico S-400, fatto fortemente criticato dagli alleati Nato), e ancora oggi continua ad avere un rapporto disteso nei confronti della Russia. Una posizione che sta permettendo alla Turchia di giocare un ruolo autonomo in Ucraina e rende Ankara potenziale mediatore del conflitto, soprattutto dopo aver contribuito alla sigla dell’accordo per l’esportazione del grano dal Mar Nero. Ed è lo stesso ruolo che ha permesso ad Ankara di porre una serie di condizioni circa l’allargamento della Nato a Finlandia e Svezia, con Helsinki che è entrata nell’alleanza e Stoccolma ancora in attesa.

Saranno questi, dall’Ucraina alla Libia, dalla Siria al Mediterraneo orientale, alcuni dei tavoli da tenere d’occhio per capire in che modo la Turchia vuole modellare il suo ruolo internazionale da Paese crocevia di diverse aree del mondo alla luce della rielezione di Erdogan.

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