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Ormai siamo una società multiculturale, ma i sovranisti non lo digeriscono

«Cercavamo braccia, sono arrivati uomini». Con questa frase il celebre scrittore svizzero Max Frisch commentava l’atteggiamento del suo Paese nei confronti dei lavoratori immigrati, molti dei quali italiani, che avevano trovato a quelle latitudini la possibilità di garantire un avvenire migliore alla propria famiglia.

Lo ricordava Ciampi ed è bene non dimenticarcene mai: siamo stati eccome un popolo di emigranti e, purtroppo, lo siamo ancora.

Basti pensare che la segretaria del Pd, Elly Schlein, ha una storia familiare che inizia in Ucraina e si conclude, per il momento, a Bologna. Per non parlare dei vari sindaci di New York, da Fiorello La Guardia a Bill de Blasio, che non hanno mai fatto mistero delle proprie origini italiane. O dei tanti, troppi laureati italiani che ogni anno si trasferiscono altrove per avere le opportunità che il nostro Paese nega loro.

Volendo cambiare ambito, la nostra Nazionale di calcio ha sempre schierato i cosiddetti “oriundi”, persino in pieno fascismo, e due celebri compagini sudamericane, il Boca Juniors e il Peñarol, hanno le seguenti caratteristiche: gli argentini sono soprannominati “xeneizes”, cioè genovesi, per render chiaro chi siano stati i fondatori, e gli uruguaiani devono il loro nome a un quartiere di Montevideo, il cui toponimo trae origine della cittadina piemontese di Pinerolo, in provincia di Torino. 

Per questo, induce sinceramente a riflettere l’ostilità di una parte della società italiana nei confronti del fenomeno migratorio, per giunta in un mondo ormai globale in cui il movimento delle persone da un angolo all’altro del pianeta è un dato di fatto. E ancor di più sorprendono le affermazioni di determinati esponenti dell’attuale governo, impegnati a difendere un’imprecisata stirpe italica proprio mentre alla guida della Gran Bretagna c’è un premier conservatore di palesi origini indiane.

A tal proposito, è giusto soffermarsi sul fatto che gli immigrati siano indispensabili anche per sostenere il nostro sistema pensionistico, in un Paese con enormi problemi di crescita e un quadro demografico allarmante; fatto sta che sarebbe un’analisi riduttiva. 

L’immigrazione, infatti, costituisce un arricchimento culturale, ancor prima che economico, di cui ci rendiamo conto ogni volta che seguiamo una qualunque partita di Champions League o, meglio ancora, quando vediamo all’opera nazionali come la Francia e la Germania.

I “galletti” hanno edificato i propri due trionfi mondiali sui discendenti delle antiche colonie, gli ex “panzer” apprezzano non poco i figli degli immigrati turchi, tunisini e africani in generale che scelgono la Mannschaft accrescendone le possibilità di vittoria.

Noi stessi, ormai, passando davanti a una scuola, ci rendiamo conto che di bambine e bambini “italiani da sette generazioni” ce n’è pochi. A rincorrersi in cortile, infatti, ci sono i figli di tutte e tutti coloro che svolgono i mestieri che noi non vogliamo più svolgere, con l’auspicio che, prima o poi, a destra o a sinistra non fa differenza, anche da queste parti sieda a Palazzo Chigi un immigrato di seconda o di terza generazione. Perché così va il mondo e così continuerà ad andare. 

Si tratta di un cambiamento irreversibile e dal quale nessuno, nemmeno i sovranisti più accaniti, avrà mai interesse a tornare indietro, non foss’altro che per difendere un’economia che ormai si regge sullo scambio culturale e valoriale, oltre che sul confronto tecnologico e commerciale.

E qui si torna, in conclusione, alle nostre numerose riflessioni sulla globalizzazione, su ciò che dovrebbe essere e invece non è, su ciò che non è stata in questi trent’anni di errori madornali compiuti dall’Occidente e su ciò che potrebbe ancora essere, se solo un insieme di forze progressiste avesse il coraggio di mettere insieme la questione migratoria, la crescita economica e i tanto decantati “valori occidentali”.

I più importanti di tutti dovrebbero essere l’accoglienza e l’integrazione delle diversità, ma se non lo capisce nemmeno la sinistra non possiamo che rassegnarci al declino e, quel che è peggio, all’irrilevanza a livello internazionale.

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