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Precari d’Italia: Meloni copia da Fornero e Renzi

«Non fidarti di nessuno che abbia più di trent’anni», ammoniva Jack Weinberg, leader del Free Speech Movement a Berkley negli anni Sessanta. Uno slogan che segnalava la rivolta dei giovani e l’aspirazione a prendere il futuro nelle loro mani.

Però oggi i giovani potrebbero fare un’eccezione e ascoltare due uomini delle istituzioni – il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco – che hanno pronunciato parole importanti, nel disinteresse totale del Governo, a favore delle nuove generazioni. 

Partiamo da un dato. In Italia ci sono circa tre milioni di lavoratori con contratti a tempo determinato, una massa di manovra indispensabile per il sistema economico che beneficia così di flessibilità e basso costo del lavoro grazie a un esercito, soprattutto di giovani, che non ha un’occupazione stabile e un reddito sicuro.

Tre milioni di precari sono, per le statistiche ufficiali, lavoratori occupati: non importa se il contratto dura qualche mese o pochi giorni, contribuiscono comunque a far salire il tasso di occupazione. Ma questa non è una condizione sana.

Dice Visco: «In molti casi il lavoro a termine si associa a condizioni di precarietà molto prolungate. La quota di giovani che dopo cinque anni ancora si trova in condizioni di impiego a tempo determinato resta prossima al 20%». Però il Governo Meloni va nella direzione opposta, visto che favorisce il ritorno dei voucher e l’estensione dei contratti a termine, che saranno più facili da proporre senza l’obbligo della causale. 

Il governatore della Banca d’Italia suggerisce l’introduzione del salario minimo, così come raccomandato dall’Europa, perché risponde a «non trascurabili esigenze di giustizia sociale». Ma Giorgia Meloni, facendo un favore a Confindustria, non ci sente.

E il presidente Mattarella, nella solennità del 2 giugno, ha avvertito che «oggi lavorare all’estero non dovrebbe più rappresentare, per nessuno, una scelta obbligata non priva di disagi e di rischi, bensì un’opportunità, specialmente per i giovani».

Mattarella sa bene di cosa parla perché se il Governo teme l’immigrazione, arma per la «sostituzione etnica», altrettanta preoccupazione dovrebbe suscitare la fuga dei giovani da un Paese che non fa figli. Sono oltre 5,8 milioni gli italiani che vivono all’estero, con un’accelerazione negli ultimi quindici anni. Il 36,3% (1,2 milioni di persone) degli iscritti all’Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero) è costituito da minori e da cittadini tra i 18 e i 34 anni. Precari, in cerca di un lavoro sicuro e di un reddito dignitoso molti se ne vanno perché non si vedono miglioramenti. 

La precarietà, infatti, non è un fenomeno temporaneo, secondario, governabile con il successo dell’impresa, come si è pensato a lungo. Forma, invece, il dna del sistema: c’era nella Ricostruzione, poi nella crisi degli anni Settanta, è mutata negli ultimi trent’anni, giustificata dalla Ue con la necessaria flessibilità da garantire alle imprese e valorizzata da una filosofia che invitava a non innamorarsi del posto fisso, dello stipendio sicuro, dei diritti.

Paolo Sylos Labini, già nel 1966, affrontava la precarietà: «La differenza essenziale non è tra occupazione e disoccupazione, ma fra un’occupazione ragionevolmente stabile e continua e un’occupazione instabile, ossia precaria e irregolare».

Poi Luciano Gallino studiò «la globalizzazione della precarietà», il legame tra internazionalizzazione dei processi, delocalizzazione e sfruttamento del lavoro, fenomeno senza confini come dimostrano le tragedie e le vessazioni di milioni di persone. 

Il successo della precarietà oggi non si spiega senza la crisi globale del 2008 che ha accelerato la trasformazione del diritto del lavoro subordinando le garanzie dei lavoratori agli interessi dell’impresa. In Italia la svolta reazionaria s’è compiuta prima con le politiche del ministro Elsa Fornero, che inventò gli esodati (Governo Monti), poi con Matteo Renzi e le martellate allo Statuto dei lavoratori. Ora tocca a Meloni proseguire l’opera.

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