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Generazione B: noi, trentenni cresciuti a pane e berlusconismo

Avevo undici anni la sera del 13 maggio 2001, quando Berlusconi rivinse le elezioni dopo il successo effimero del 1994. Frequentavo l’ultimo anno delle elementari e ricordo bene quei giorni e i mesi successivi perché hanno cambiato per sempre la mia vita e quella della mia generazione. Fra il maggio e il settembre di quell’anno, infatti, il mondo è mutato per sempre, non certo in meglio.

L’ascesa del berlusconismo, l’inferno di Genova, la tragedia delle Torri Gemelle: cinque mesi che hanno ridefinito l’immaginario collettivo e dato il via a una rivoluzione regressiva caratterizzata da guerre e crisi a ripetizione. 

Quest’epoca della «policrisi», per dirla con il sociologo francese Edgar Morin, è stata segnata dalla precarietà esistenziale, dalla perdita di ogni certezza e persino dall’assenza di rapporti umani stabili, essendo venuto meno ogni legame: da quelli sociali a quelli personali.

Il berlusconismo, in un simile contesto di sfacelo globale, ha aggiunto al dramma comune le sue peculiarità. Sulla scia del reaganismo, affermatosi negli Stati Uniti nei ruggenti anni Ottanta, quando l’edonismo andava per la maggiore e l’avidità era considerata da molti un valore, il Cavaliere ha modificato per sempre il nostro modo di pensare, di ragionare e di essere. 

Con tre reti televisive radicalmente alternative rispetto al compassato stile Rai, ha intercettato il riflusso anti-politico di un decennio in cui gli italiani erano stanchi delle passioni politiche, peraltro sconfitte, degli anni Settanta.

Basta, dunque, con le piazze, le manifestazioni, gli ideali e le ideologie. «Corri a casa in tutta fretta, c’è un Biscione che ti aspetta» è stato una sorta di Sessantotto al contrario, l’opposto della «fantasia al potere» e del «vietato vietare». Il messaggio, semplice e pervasivo, arrivava a tutti: siediti sul divano che al resto ci pensiamo noi. È stato in quel momento che da cittadini ci siamo trasformati in consumatori. Da attori civili a platea il passo è stato breve.

Noi che abbiamo fra i trenta e i quarantacinque anni siamo figli di tutto questo. Siamo cresciuti con i suoi valori artificiali, il suo partito basato sul culto del capo, le sue veline, i suoi slogan, i suoi cartelloni 6×3, la sua propaganda continua, la sua trasformazione dello sport, e direi della vita stessa, in spettacolo, la rappresentazione che ha progressivamente sostituito la rappresentanza, le sue parole d’ordine, la sua abolizione della complessità e le sue riforme, tra cui le tristemente celebri leggi «ad personam». 

Ora che non c’è più, avvertiamo eccome un senso di vuoto. Perché, in fondo, non abbiamo conosciuto altro, non sappiamo ragionare in un altro modo, non abbiamo mai vissuto in un’Italia in cui il corpo della donna non fosse mercificato, non abbiamo mai assistito a una tribuna politica degna di questo nome, non abbiamo mai visto una partita di calcio che non fosse accompagnata da una telecronaca concepita apposta per il marketing, non abbiamo mai studiato in una scuola che non fosse permeata, fin dall’infanzia, da una logica aziendale e non abbiamo mai nemmeno immaginato di poter aspirare a un posto fisso o, comunque, a un lavoro di qualità, all’insegna della dignità e dei diritti. Alla «società liquida» di Bauman il berlusconismo ha sommato la sbornia catodica, l’illusione del benessere e la narrazione che prevale sulla realtà, fino a condurre l’Italia a un passo dal default. 

Noi che eravamo adolescenti nel quinquennio 2001-2006 portiamo sulla pelle i segni di questa disfatta, ma non siamo neanche in grado, salvo rare eccezioni, di rendercene conto. Viviamo in un Paese in cui l’informazione, anziché essere il cane da guardia, è diventata il megafono del potere e in cui la tensione etica che impregna ogni articolo della Costituzione è stata derubricata a moralismo.

Sosteneva Gaber di non temere «il Berlusconi in sé» ma «il Berlusconi in me». Aveva ragione: siamo diventati berlusconiani anche senza volerlo e non sappiamo immaginare un altro modo di vivere.

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