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Mercanti di morte: tutto quello che c’è da sapere sull’impero mercenario del gruppo Wagner

Era l’estate del 2014 e la Russia aveva annesso la Crimea da pochi mesi. Nel Donbass ucraino era scoppiata la guerra e il Cremlino aveva bisogno di truppe per sostenere i separatisti. Così, sulle rive della Moscova, alcuni funzionari militari erano stati convocati nella sede del ministero della Difesa per incontrare Yevgeny Prigozhin, non certo uno sconosciuto.

L’uomo aveva un passato da criminale, eppure era molto vicino al presidente Vladimir Putin. Il suo impero economico era cominciato nella ristorazione per poi allargarsi ad altri settori ma, fino a quel momento, l’unico legame con le forze armate riguardava una serie di appalti per le forniture alimentari destinate all’esercito e per la pulizia delle caserme. All’incontro però fece una richiesta insolita: l’oligarca chiedeva alla Difesa un’assegnazione di terre dove addestrare gruppi di “volontari” armati, non direttamente riconducibili ai militari russi ma funzionali agli interessi di Mosca. Qualcuno, secondo una ricostruzione del Guardian, non apprezzò i modi o forse la richiesta stessa di Prigozhin, tanto che questi fu costretto a precisare: «Gli ordini arrivano da Papà», cioè direttamente da Vladimir Putin. Nacque così la compagnia militare privata Wagner Group, un impero mercenario con cui nove anni dopo l’ex galeotto avrebbe addirittura sfidato il Cremlino.

Network sanguinario globale
I terreni assegnati a Prigozhin da quel momento diventarono la principale base di addestramento dei mercenari di Wagner all’interno della Russia, rendendo col tempo il piccolo “gruppo di volontari” la principale organizzazione militare privata al servizio di Putin. Si tratta, secondo il Center for Strategic & International Studies (Csis), di due campi non lontani dalla base di Mol’kino, nella regione di Krasnodar, che ospita la decima brigata degli Spetsnaz, le forze speciali, sotto il comando dell’intelligence militare russa (Gru). Completata nel 2016, l’installazione conta meno di una decina di strutture di varie dimensioni, che coprono un’area di oltre 24mila metri quadrati. Da qui, l’azienda ha addestrato galeotti, criminali ed ex militari per operazioni di sabotaggio, intelligence, sorveglianza, ricognizione e combattimento in diversi teatri in tutto il mondo. A partire dall’Ucraina, passando per l’Asia occidentale e l’Africa.

La Crimea e il Donbass sono state infatti le prime zone di intervento del gruppo tra il 2014 e il 2015 e di nuovo tra il 2022 e il 2023. Subito dopo la loro formazione, nel primo anno di vita, hanno svolto un importante ruolo ausiliario per le forze speciali russe, impedendo ai rinforzi ucraini di attraversare la penisola appena annessa. Quindi, durante la battaglia per l’aeroporto di Luhansk, il gruppo ha impiegato razzi, artiglieria e unità da combattimento per assicurare ai separatisti filo-russi il controllo della città, aiutandoli anche ad abbattere un aero da trasporto Il-76 ucraino, uccidendo 40 parà di Kiev. Apporto fondamentale svolto anche durante la battaglia di Debal’tseve, in Donbass, conquistata ai regolari ucraini agli inizi del 2015. Una contrapposizione tornata in auge a partire dal marzo dello scorso anno, quando Wagner è stata ri-schierata in massa in Ucraina per sostenere le operazioni russe, registrando decine di migliaia di perdite che hanno portato Prigozhin in aperta polemica con i vertici militari di Mosca.

Il secondo banco di prova poi è stata la Siria, dove nel 2015 il Cremlino è intervenuto a sostegno del dittatore Bashar al-Assad, impiegando fino a 3.000 mercenari affiliati al Wagner Group e ad altre compagnie militari private russe come Vegacy, Enot e Vostok, ospitate per lo più nella base aerea T-4, nel centro Paese arabo. Schierate inizialmente nei pressi di giacimenti petroliferi, raffinerie, impianti di gas e altre infrastrutture energetiche, i combattenti prezzolati sono stati impiegati sempre più spesso al fianco o al posto degli Spetsnaz, registrando fino al 2018 (anno in cui sono stati ufficialmente ritirati) centinaia di perdite, anche contro le forze statunitensi schierate al fianco dei ribelli.

Il modello era ormai consolidato e così nel 2016 Wagner è entrato in Libia, dove almeno fino al 2020 circa un migliaio di suoi mercenari hanno sostenuto il generale Khalifa Haftar contro il governo internazionalmente riconosciuto di Tripoli. Ospitati principalmente presso la base aerea di al-Jufra, in Libia centrale, secondo Human Rights Watch, i soldati di Prigozhin si sono macchiati di crimini di guerra, ricorrendo a mine antiuomo e altre trappole esplosive vietate dal diritto internazionale. Qui però hanno avuto l’occasione di creare legami con gli alleati del maresciallo libico, in particolare gli egiziani, al punto da partecipare nel 2017 alle operazioni presso l’aeroporto di Sidi Barrani, in Egitto, da dove Il Cairo sostiene la causa di Haftar.

Per Wagner, la Libia è stata la porta da cui penetrare nel resto dell’Africa. Nel 2016 infatti, il gruppo è arrivato in Sudan appoggiando prima il regime di Omar al-Bashir e poi, dopo la caduta della trentennale dittatura, i golpisti dell’esercito che hanno tolto il potere ai civili e in particolare le milizie private del generale Mohamed Hamdan Dagalo, soprannominato Hemeti, oggi in guerra con il capo della giunta militare, Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan. Qui, il gruppo ha cominciato come forza di sicurezza nelle miniere d’oro, macchiandosi anche di massacri, per poi ottenerne il controllo.

Da lì, i mercenari russi sono penetrati sempre più a sud, essendo stati assunti nel 2018 per ruoli di addestramento militare dal presidente della Repubblica Centroafricana, Faustin-Archange Touadéra, che ha affidato loro l’uso di una base a Berengo Progress, a sud-ovest della capitale Bangui, e generose concessioni minerarie. Anche qui i mercenari sono stati accusati, stavolta dall’Onu, di aver commesso torture, sparizioni, esecuzioni sommarie di massa e detenzioni arbitrarie ai danni dei civili.
Questo però non li ha fermati: nel 2018 l’azienda di Prigozhin ha provato a sostenere Hery Rajaonarimampianina alle presidenziali in Madagascar, in cambio di una serie di accordi economici, poi saltati a causa della sconfitta del candidato malgascio. Ancora nel 2019, Wagner è stato ingaggiato in Mozambico per combattere gli insorti legati all’Isis nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, importante snodo per l’accesso al gas naturale del Paese. Qui, i mercenari russi hanno subito perdite così gravi da doversi ritirare verso sud, a Nacala, per poi lasciare il Paese ed essere sostituiti dai mercenari sudafricani del Dyck Advisory Group.

Malgrado le sconfitte, il gruppo è arrivato anche in Africa occidentale, mettendo piede in Mali nel 2021, festeggiato da una parte della popolazione e richiamato dalla giunta militare di Bamako per combattere i gruppi jihadisti nel deserto, dopo il ritiro delle truppe francesi. Anche qui, l’azienda ha ingenti interessi in campo aurifero ed è stata accusata di complicità in una serie di massacri ai danni della popolazione civile, costati centinaia di morti. Nonostante questo però, il modello maliano potrebbe allargarsi anche al vicino Burkina Faso, la cui giunta militare – arrivata al potere nel settembre scorso con un golpe – a gennaio ha intimato alla Francia di ritirare le proprie truppe impegnate da anni contro i gruppi jihadisti. Un vuoto che Wagner potrebbe presto riempire, anche per poter mettere le mani sulle risorse minerarie del Paese.

Questione di soldi
In ogni teatro in cui è stato coinvolto, il gruppo ha infatti registrato ingenti profitti dallo sfruttamento delle risorse locali da cui, secondo un’inchiesta del Financial Times, solo tra il 2018 e il 2022, l’azienda avrebbe ricavato 250 milioni di dollari.
In Siria ad esempio, stando al quotidiano britannico, la società petrolifera Evro Polis, collegata a Prigozhin, avrebbe guadagnato 90 milioni di dollari solo nel 2020 grazie alla riconquista dei giacimenti petroliferi precedentemente controllati dall’Isis. Secondo stime del portale Politico e dell’emittente Cbs, l’estrazione di oro, diamanti e legno in Repubblica Centrafricana frutterebbe invece a Wagner tra 1 e 3,7 miliardi di dollari all’anno mentre nel 2021, stando al New York Times, il valore degli scambi auriferi provenienti dal Sudan attraverso la Meroe Gold e la M Invest, riconducibili a Prigozhin, era pari a 1,9 miliardi di dollari. 

Tutte queste risorse permettono al gruppo di pagare retribuzioni che i soldati regolari russi possono solo sognare. Secondo il portale Middle East Eye infatti, a seconda dei casi, le retribuzioni dei mercenari di Wagner possono andare dai tre, ai cinque fino ai 10mila dollari al mese, pagati in contanti, con un risarcimento di 60mila dollari alle famiglie dei caduti.

L’identikit dell’ammutinato
Ma chi sono i componenti del gruppo? Per averne un’idea, basta rifarsi a un video trapelato sui social nel settembre dello scorso anno che mostra lo stesso Prigozhin intento a reclutare uomini nella prigione russa di Yoshkar-Ola, a oltre 700 chilometri a est di Mosca. Sebbene negli scorsi mesi Wagner abbia sospeso le attività di reclutamento nelle carceri, il filmato rivela l’identikit dei combattenti mercenari ricercati da Prigozhin, uomini senza nulla da perdere, in cerca di riscatto, denaro e gloria. «Sono un rappresentante di una compagnia militare privata – probabilmente ne avrete sentito parlare – si chiama Wagner», dice l’uomo di fronte ai detenuti schierati in cortile. «Di chi abbiamo bisogno? Di truppe d’assalto: il 60% dei miei ragazzi sono truppe d’assalto e anche voi potreste esserlo».

L’offerta, precisa Prigozhin nel video, è rivolta a uomini di età compresa tra i 22 e i 50 anni, a cui viene promessa una vita dura. Durante il servizio, sottolinea l’uomo, sarà vietato il consumo di alcol e droghe, qualsiasi contatto sessuale con «donne, uomini, flora o fauna locali» e – ovviamente – la fuga, considerata alla stregua di una diserzione e punita con la fucilazione. Privazioni ben ripagate, non solo in termini di denaro. Nello stesso video l’oligarca spiega anche le ragioni per arruolarsi, citando un’operazione condotta nel giugno 2022 in Ucraina orientale da un gruppo di 40 ex detenuti provenienti da una prigione di San Pietroburgo: «In tre sono morti e uno di loro aveva 52 anni», ricorda l’uomo nel filmato. «Aveva scontato 30 anni di carcere ma è morto da eroe».

Ed è stata proprio la retorica degli eroi traditi ad aver acceso gli animi a sostegno dell’ammutinamento, poi rientrato, di Prigozhin contro i vertici militari e il Cremlino. Una “marcia della giustizia” servita forse solo al loro capo per ottenere asilo in Bielorussia e la garanzia di non dover scontare altri 20 anni di carcere o peggio, la pena di morte, per tradimento. Un azzardo travestito da insurrezione a tutela dei combattenti mandati al macello dai vertici dello Stato, di cui per anni – anche se informalmente – ha fatto parte.

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