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Fuga dalle notizie: i numeri che raccontano la crisi del giornalismo

Una notizia esiste, se nessuno ne viene a conoscenza? La crisi delle notizie – come vengono diffuse, comunicate e consumate – è diventato un tema sempre più centrale negli ultimi anni. Naturalmente i fatti continuano ad avvenire, ma i dati dimostrano che il loro impatto sulla società è in fortissimo calo e sulla questione sono intervenuti diversi report internazionali, tra cui il prestigioso Digital News Report 2023 del Reuters Institute for the Study of Journalism, uscito la settimana scorsa.

Nelle 160 pagine del documento, con dati provenienti da sei continenti e quarantasei aree di mercato, vengono messe a fuoco le cause dietro all’attuale crisi dell’informazione: perché sempre meno persone ascoltano le notizie, nonostante viviamo nell’era dell’abbondanza dei social media e dei canali d’informazione? Quali sono i nuovi gusti e approcci del pubblico per contrastare questa tendenza? Quanto ci fidiamo degli algoritmi? In che modo il proseguimento della guerra in Ucraina e l’accentuarsi dell’instabilità climatica stanno influenzando il nostro modo di informarci? 

News avoidance
L’interesse verso le notizie è calato drasticamente a livello globale, scendendo dal 63 al 51%. Il numero di persone che afferma di non aver consumato alcuna notizia nell’ultima settimana da fonti tradizionali o digitali – tv, radio, carta stampata o social media – quest’anno è aumentato in tutti i Paesi.

Oggi meno del 48% afferma di essere molto interessato alle notizie e il numero di utenti che evita di ascoltarle – “news avoidance” – è raddoppiato in Inghilterra e in Brasile, mentre in Italia gli “avoiders” parziali o totali sono in crescita (dal 28 al 34%). 

Una delle ragioni principali per cui evitiamo le notizie, secondo Reuters, è la “information overload”, ovvero la incapacità di selezionare quello che ci interessa veramente quando siamo sommersi da troppe informazioni. Un altro motivo è la “stanchezza da crisi” in quello che appare come un flusso inesauribile di negatività e un concatenarsi di emergenze che sembrano susseguirsi con precisione ad orologeria. 

Perciò un numero crescente di persone evita di ascoltare notizie come meccanismo di difesa, in particolare quelle che riguardano la guerra in Ucraina e il cambiamento climatico. In una sorta di ansia anticipatoria da news, la maggior parte cambia canale quando inizia il telegiornale o scrolla oltre la notizia sui social (53%), mentre altri compiono azioni più specifiche come controllare meno spesso e disabilitare le notifiche sul telefono (52%) o evitano di proposito alcuni temi specifici che possono deprimere o aumentare l’ansia (32%). 

Le persone che scelgono di non informarsi sono soprattutto donne (39% contro il 33% degli uomini) e tra queste quasi quattro su dieci (39%) evitano le notizie sulla guerra, seguite dalla politica locale (38%), questioni di giustizia sociale (31%), crimini e reati (30%) e gossip sulle celebrità (28%). 

La guerra ucraina rappresenta il tema più evitato soprattutto nei Paesi vicini al conflitto. In Finlandia, Paese confinante con la Russia che ad aprile ha aderito alla Nato, ben il 75% dei cittadini ammette di evitare di proposito le notizie sul conflitto. Ciò tuttavia non rappresenta tanto un disinteresse verso i fatti quanto un desiderio di gestire meglio il proprio tempo o proteggere la propria salute mentale dagli orrori prolungati della guerra. 

Un altro fattore determinante nei gusti selettivi delle notizie riguarda la posizione politica. Le persone di destra tendono a evitare le notizie sulla giustizia sociale (70%), il cambiamento climatico (64%) la salute e la medicina (36%) e la cultura (28%). Chi è di sinistra invece salta più spesso le notizie sui crimini e reati (30%), quelle su economia e finanza (25%) e in generale le notizie legate all’intrattenimento (39%). La scarsa voglia di sentire l’ultima dichiarazione del politico di turno è invece uno dei temi ad accomunare destra (35%) e sinistra (33%). 

Voglia di privacy
Nonostante le speranze riguardo all’ampliamento del dibattito democratico grazie alla rete, in tutti i Paesi sempre meno persone commentano e condividono le notizie online rispetto a qualche anno fa. Dopo il picco di condivisioni guidato da Facebook tra il 2016 e il 2019 – anche grazie a temi divisivi come l’elezione di Trump o la Brexit – oggi solo il 22% degli utenti partecipa attivamente alle discussioni online, mentre il 47% non partecipa affatto.

Le persone preferiscono usare piattaforme più piccole – microsocial – come Whatsapp, Signal, Telegram e Discord, in cui si può conversare tra amici in forma semi-privata, secondo quanto scrive Reuters. 

La nostra vita sui social continuerà a crescere ma lo farà su una varietà sempre più ampia di piattaforme, pronte a servire ogni aspetto della nostra vita. Se in passato il mercato delle piattaforme è stato guidato dai cosiddetti “recommendation media” come Tik Tok e Meta, che ci propongono contenuti in base ai nostri interessi, nell’ultimo anno hanno preso sempre più spazio, appunto, i microsocial, piattaforme più piccole dove gli utenti possono usufruire di una maggiore privacy e parlare dei temi che li interessano in ambienti meno tossici e condizionati dall’algoritmo. 

Facebook resta sempre il social network più utilizzato per le notizie (28%) ma ha perso 14 punti rispetto alla sua fase di picco nel 2016 (42%). Il social network di Zuckerberg si è distanziato dalle notizie diminuendone la percentuale che appare in bacheca del 3% e nell’ultimo anno ha ridimensionato le quote dei pagamenti diretti agli editori e altri schemi di sostegno al giornalismo.

Anche se meno notata, la crescita di YouTube come fonte di informazione, insieme a TikTok, dimostra il forte cambio di direzione verso i contenuti video. Gli unici social ad essere cresciuti quest’anno sono stati Instagram e TikTok, mentre nonostante la nuova gestione stravagante di Elon Musk, Twitter è rimasto stabile nelle visite settimanali (22%).

I cambiamenti principali nell’uso delle piattaforme riguardano la fascia delle nuove generazioni under 25: l’interesse verso Facebook è calato drasticamente – dal 72% nel 2014 al 38% nel 2023 – tra i 18-24enni, mentre la controversa app cinese TikTok ora registra quasi gli stessi numeri di Facebook (35%). Altri social come Discord (15%) e Twitch (12%) vengono ampiamente utilizzati per informarsi da questa fascia demografica. 

L’ora degli influencer
Gli editori di notizie si trovano dunque a navigare in questo “new normal” del giornalismo, un mare di piattaforme sempre più sofisticate in cui l’attenzione è frammentata, la fiducia è bassa e la partecipazione è sempre meno aperta e rappresentativa. 

I giornalisti più conosciuti continuano a essere al centro delle conversazioni su Twitter e su Facebook, ma faticano a essere seguiti sui nuovi social come Instagram, Snapchat, e TikTok, dove a catturare maggiore attenzione sulle news sono celebrità e influencer.

Twitter resta al comando per quelle che vengono definite le “hard news”, ovvero gli argomenti più scomodi, mentre su TikTok, Instagram e Facebook si tendono a consumare contenuti più divertenti fatti da vlogger e influencer intorno alle notizie. Questo rappresenta un problema per lo storytelling dei media mainstream.

Circa la metà dei nuovi editori oggi creano contenuti su TikTok, altri ne restano alla larga, che sia per le ingerenze del Governo cinese, l’inaffidabilità di molte notizie o le scarse possibilità di monetizzazione. 

Ma nonostante i rischi, l’attività editoriale necessaria e i pochi vantaggi in termini di traffico e ricavi, diverse testate giornalistiche finiscono per creare contenuti su TikTok per la sua capacità di raggiungere il pubblico più giovane. Anche in Italia il gruppo Gedi ha dato priorità alla distribuzione e monetizzazione dei contenuti sui social media con l’acquisto nel luglio 2022 del 30% di Stardust, una società di marketing innovativa e in forte crescita incentrata sulla figura degli influencer. 

L’algoritmo
L’algoritmo sembra funzionare meglio per l’intrattenimento rispetto alle news. Meno di un terzo degli intervistati (30%) pensa che la selezione fatta dagli algoritmi sia un buon modo di informarsi e c’è un crescente scetticismo nei loro confronti.

Ma ciò non basta a impedire che essi vengano utilizzati sempre di più per filtrare quello che vediamo in base alle nostre cronologie su motori di ricerca, social e altre piattaforme: gli utenti tendono comunque a preferire questo metodo rispetto alle notizie selezionate da un editore o dai giornalisti, evidenziando così ancora una volta il problema su come le notizie vengono attualmente confezionate, distribuite e recepite. 

Il calo di soddisfazione è più forte tra i 18-24enni e uno dei motivi, secondo Reuters, potrebbe essere riconducibile alla sovraesposizione a notizie negative. Il 48% degli intervistati teme che la iper-personalizzazione dei contenuti possa privarli «di punti di vista stimolanti» e il 46% che possa «influenzare negativamente la loro visione del mondo». Inoltre, il 65% degli under 35 e il 55% degli over 35 dichiara di manipolare apposta l’algoritmo, utilizzando ad esempio la funzione “follow” e “unfollow”, oppure bloccando e silenziando alcuni profili. 

Il web dell’attenzione
Le notizie non sono mai state così tante, eppure ci sono sempre meno persone disposte ad ascoltarle. I lettori sono sempre più sommersi e confusi dalle informazioni. E l’elusione selettiva delle notizie e l’affaticamento da news sono esacerbati dai tempi in cui viviamo.

A minacciare ulteriormente il collegamento tra pubblico e giornalisti ci sono poi i nuovi progressi tecnologici, come l’intelligenza artificiale, che produrrà contenuti sempre più personalizzati ma potenzialmente inaffidabili. 

Tuttavia ciò potrebbe rappresentare un’opportunità per ripensare nuovi metodi di diffusione di contenuti rilevanti, credibili o d’impatto, unendo attività editoriale e raccomandazioni algoritmiche.

Negli ultimi anni testate, televisioni e piattaforme si sono concentrati più sul prodotto-notizia, volto a fare click e monetizzare i contenuti, che a offrire prodotti di valore. Nell’era delle visualizzazioni e delle notizie-esca (“clickbait”) e delle breaking news fatte per generare qualche visualizzazione in più, le notizie dovrebbero tornare a rappresentare un capitale sociale per i lettori, offrendo una migliore consapevolezza del mondo. 

Oggi, dunque, è più importante che mai che il giornalismo continui a distinguersi per accuratezza, utilità e umanità. La “news avoidance” non rappresenta un problema solo per l’industria dell’informazione, ma per la democrazia stessa. E come nell’antico proverbio zen, dovremmo chiederci: che rumore fa una notizia se non c’è nessuno ad ascoltarla?

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