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Summit Nato 2023: il vertice senza vincitori né vinti che ha cambiato l’Alleanza atlantica

Per due giorni Vilnius, capitale della Lituania, è stata la città più sicura e al contempo la più vuota d’Europa. A tutela delle 48 delegazioni straniere intervenute al vertice Nato 2023, composte da 40 tra capi di Stato e di governo e un totale di 2.500 funzionari, il servizio di sicurezza era senza precedenti: una batteria di missili dalla Germania, obici semoventi e contromisure anti-drone dalla Francia, caccia dalla Finlandia e dalla Danimarca, elicotteri dalla Polonia, un sistema di difesa aerea dalla Spagna e oltre 12mila tra agenti di polizia e funzionari dei servizi locali e truppe provenienti da una decina di altri Paesi. In più, un’esercitazione pilota del nuovo sistema di cyberdifesa (Vcisc) dell’Alleanza condotta da 11 Stati membri.

Così la vita di mezzo milione di abitanti è stata praticamente stravolta, il centro bloccato, l’aeroporto di fatto militarizzato, i mezzi pubblici deviati, i taxi banditi e le auto private in sosta rimosse dalle zone vicine al vertice. Tutto per un summit senza vincitori: l’Ucraina non ha avuto tutto quello che chiedeva, la Svezia entrerà nel club ma non prima di tre mesi e la Turchia riprenderà i negoziati con gli Usa per gli F16, il cui acquisto resta ancora incerto. Intanto però l’Alleanza, a giudicare dalle dichiarazioni, è sempre più proiettata sullo scenario globale.

L’anti-Bucarest?
Gli alleati hanno ribadito la volontà di contrastare qualsiasi sfida della Russia alla «pace nell’area euro-atlantica» e oltre e hanno offerto altre armi e munizioni a Kiev, che ha inaugurato il nuovo Consiglio di difesa congiunto con i 31 (presto 32) Paesi membri. Il presidente Volodymyr Zelensky ha ottenuto una serie di garanzie di sicurezza dal G7 (Italia compresa) e l’Alleanza ha assicurato che «il futuro dell’Ucraina è nella Nato», concedendo alla nazione aggredita da Mosca di saltare il complicato percorso previsto dal Membership Action Plan (Map) per la futura adesione. Un importante passo avanti rispetto alla generica promessa di quindici anni fa al vertice di Bucarest, quando Germania e Francia si opposero all’ingresso di Kiev allora caldeggiato dagli Usa. Non a caso, il segretario generale Jens Stoltenberg ha sottolineato i «vantaggi significativi» ottenuti dall’Ucraina al summit e Zelensky ha parlato di una «vittoria per il nostro Paese, per la nostra gente e per i nostri figli».

Al di là delle dichiarazioni però, l’Alleanza non ha elaborato alcuna road map per l’adesione di Kiev, trincerandosi dietro l’alibi di un ingresso assicurato solo «quando le condizioni lo consentiranno», e non ha precisato quale ruolo avrà in questo processo il nuovo Consiglio Nato-Ucraina. Sotto la cenere dei comunicati ufficiali infatti, tra gli alleati serpeggia il dissenso (ammesso pubblicamente dal presidente Usa, Joe Biden) sull’adesione di Kiev. Tanto da causare una rabbiosa reazione sui social – che ha sorpreso i leader presenti – da parte di Zelensky, arrivato a spingere ancora di più sulle forniture militari dalla Gran Bretagna, provocando l’ormai famosa risposta del segretario alla Difesa, Ben Wallace: «Non siamo Amazon». Tensioni poi rientrate con la presenza del presidente ucraino a una manifestazione di piazza a Vilnius, in cui il leader ha smorzato i toni contro gli alleati. Ma non certo sopite, vista – da un lato – la necessità di Kiev di immediati aiuti militari e – dall’altro – il crescente impegno economico degli Stati membri a favore dell’Ucraina, da cui gli alleati si aspettano gratitudine più che nuove pretese.

Come chiudere il Baltico
Se per il momento l’Ucraina non entrerà nell’Alleanza, la politica delle porte aperte resta confermata, soprattutto verso Est. A differenza di Kiev però, come ribadito dal comunicato finale, un altro ex membro dell’Urss, la Georgia, dovrà superare il programma Map e «compiere progressi sulle riforme» prima di poter entrare nella Nato.

Ma per un ingresso che si allontana (quello di Tbilisi), un altro sembra sbloccarsi: l’entrata della Svezia sembra ormai cosa fatta, dopo la caduta del veto opposto dalla Turchia di Erdogan proprio alla vigilia del vertice. Un cambiamento strategico significativo per il Baltico che, grazie all’adesione già ratificata della Finlandia, farà di questo mare una sorta di “lago Nato”, che non solo circonda l’exclave russa di Kaliningrad e il golfo su cui si affaccia San Pietroburgo, ma offre anche un ulteriore tassello all’Alleanza nello scacchiere Artico, su cui insistono già gli alleati Usa, Canada, Norvegia e Danimarca.

Anche l’entusiasmo su questo fronte però è stato smorzato nel corso del summit da un’ulteriore dichiarazione del presidente Erdogan, che ha confermato come la ratifica dell’adesione svedese (assicurata solo dopo una serie di garanzie offerte da Stoccolma ad Ankara sulla lotta al terrorismo e segnatamente alle organizzazioni curde) spetterà al Parlamento turco, in vacanza per la pausa estiva fino a fine settembre. Come dire: un altro appuntamento storico rimandato, che intanto permetterà ad Ankara di riaprire i negoziati con gli Usa per l’acquisto di caccia F16, la principale concessione ottenuta dalla Turchia a questo vertice.

Allargarsi, fino a dove?
La vera novità è stata invece la plastica rappresentazione della nuova strategia globale dell’Alleanza, annunciata già negli scorsi vertici, con l’invito al summit dei premier di Australia (Anthony Albanese), Giappone (Fumio Kishida) e Nuova Zelanda (Chris Hipkins) e del presidente della Corea del Sud (Yoon Suk Yeol). Portatori di interessi poi ribaditi nel comunicato finale, in cui gli alleati criticano «le ambizioni dichiarate e le politiche coercitive della Repubblica popolare cinese», accusata di star «ampliando e diversificando il suo arsenale nucleare», e condannano «con la massima fermezza» i programmi nucleari e balistici della Corea del Nord (oltre che dell’Iran).

Tutte dichiarazioni che mostrano il progressivo allargamento degli orizzonti della Nato in teatri anche molto lontani dal Nord Atlantico. Un’espansione finora frenata, almeno in Asia, soprattutto dalla Francia di Emmanuel Macron, contraria ad esempio ad aprire una sede dell’Alleanza in Giappone.

Discorso diverso invece per il Medio Oriente, il Nord Africa e il Sahel, un punto per cui si è battuta soprattutto l’Italia di Giorgia Meloni. «Sulle minacce e le sfide esistenti» in queste aree, si legge nel comunicato, la Nato intende «avviare una riflessione completa e approfondita». Una dichiarazione che viene certamente incontro alle richieste dei Paesi dell’Europa meridionale, ma che resta anche qui piuttosto generica.

L’Alleanza però non sembra voler superare solo i suoi confini geografici tradizionali, ma anche i suoi settori di intervento. Con il memorandum firmato il 12 luglio, la Nato costituisce in Canada un nuovo “Centro di eccellenza sui cambiamenti climatici e la sicurezza” per imparare a «combattere in modo diverso; cambiare il modo in cui costruiamo le nostre basi e […] prepararsi per un futuro in cui le nostre capacità, dai caccia ai carri armati, devono operare in modo più ecologico senza mai comprometterne l’efficacia». Insomma, una transizione ecologica militare.

Il principale fattore di continuità emerso dal vertice – e non è certo una sorpresa – riguarda invece l’impegno di tutti i membri a spendere almeno il 2% del Pil per la Difesa, obiettivo già posto dieci anni fa e che entro l’anno prossimo, secondo le stime dell’Alleanza, solo 11 Paesi su 31 raggiungeranno. La novità però è che questo non sarà più un target massimo ma un livello di spesa minimo da mantenere, investendo almeno il 20% dei fondi in nuove attrezzature militari e ricerca e sviluppo di armamenti. Una sfida che costerà miliardi ai contribuenti, in nome della sicurezza.

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