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Affari di famiglia: la seconda generazione del capitalismo italiano

Lev Tolstoj ha scritto che «tutte le famiglie felici si somigliano» mentre «ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». Per le famiglie del grande capitalismo italiano vale un altro principio: possono essere felici o infelici, ma quando esce di scena il capostipite, il patriarca che tutto vede e tutto decide, si apre un vuoto enorme, molto più profondo che in tutte le altre famiglie di comuni mortali. E cala un interrogativo pesante come una montagna: gli eredi avranno la volontà e le capacità di portare avanti il business di casa?

È in questa delicata fase di passaggio generazionale che tendono a venire a galla tensioni, veleni, lotte di potere, contese fratricide. Cosicché le vicende della dinastia – già solitamente romanzesche di loro – finiscono per assumere i contorni di una saga, come nell’appassionante serie tv americana Succession, fra le più popolari del momento, che racconta i colpi gobbi fra parenti serpenti nella famiglia di un vecchio spregiudicato magnate delle televisioni.

Gli autori della fiction sembra si siano ispirati alle dinamiche che hanno circondato Rupert Murdoch, ma per molti spettatori italiani il pensiero va dritto a Silvio Berlusconi.

Berlusconi
Apparentemente tra i figli del Cavaliere regna l’armonia. Sorrisi, abbracci, zero screzi, mai una dichiarazione fuori posto. Al funerale nel Duomo di Milano, appena un mese e mezzo fa, i cinque si sono mostrati uniti nel dolore. Ma all’apertura del testamento è emerso che esistono quantomeno due schieramenti: i figli di primo letto, Marina e Pier Silvio, erano rappresentati dall’avvocato Luca Fossati dello studio Chiomenti, mentre Barbara, Eleonora e Luigi – nati dal matrimonio in seconde nozze con Veronica Lario – erano assistiti dall’avvocato Carlo Rimini.

Prima di morire, Berlusconi ha disposto che le quote della “cassaforte” di famiglia, Fininvest, fossero distribuite in modo che a Marina e Pier Silvio andasse complessivamente il 53%, mentre gli altri tre si spartissero il restante 46% circa.

Sebbene le perizie dei rispettivi legali siano tutt’ora in corso e sebbene sia comunque previsto che le decisioni su argomenti straordinari debbano essere prese con la maggioranza dei due terzi (conferendo quindi di fatto a ciascuno fra Barbara, Eleonora e Luigi il diritto di veto), è evidente che il fondatore del Biscione ha designato di fatto come suoi eredi nella gestione delle attività di famiglia i suoi due primogeniti, che peraltro già oggi siedono nella cabina di comando, l’una (Marina) presidente di Fininvest e Mondadori e l’altro (Pier Silvio) amministratore delegato e vicepresidente esecutivo di Mediaset.

A dispetto delle rassicurazioni sul mantenimento della «continuità», adesso che Berlusconi è morto per il Gruppo potrebbero cambiare molte cose. 

Tanto il Cav amava monopolizzare le luci della ribalta, quanto Marina e Pier Silvio sono riservati, sfuggenti, laconici. Entrambi hanno vissuto una parte dell’infanzia all’estero (dove erano stati trasferiti per timore dei sequestri di persona) ed entrambi sono stati tirati su a casa, scuola e azienda: anzi, solamente casa e azienda, dal momento che nessuno dei due è laureato (a differenza degli altri tre “berluschini”). In comune con il padre, invece, i due hanno il terrore di invecchiare e una cura quasi maniacale del benessere fisico, tra jogging mattutino e integratori alimentari.

Marina, all’anagrafe Maria Elvira, 57 anni il prossimo 10 agosto, sposata con il ballerino della Scala Maurizio Vanadia, dal quale ha avuto due figli (uno di nome Silvio), è sempre stata la prediletta del Cavaliere. Negli anni Novanta fu piazzata al fianco di Fedele Confalonieri per imparare i segreti del mestiere.

Presiede Mondadori dal 2003 e Fininvest dal 2005, ma già nel 1998 il suo parere negativo fu determinante per convincere il padre a rifiutare una super offerta di Murdoch, che voleva comprarsi Mediaset. Nel 2017 diede una spinta decisiva alla vendita del Milan, che aveva i conti in rosso e rappresentava ormai una zavorra per il Gruppo. Anni fa, invece, sbarrò la strada all’ingresso della sorella Barbara ai piani alti di Mondadori. 

Lo scorso 17 luglio Marina ha scritto una lettera a Il Giornale (che oggi non appartiene più alla sua famiglia, ma all’imprenditore Antonio Angelucci) per scagliarsi contro i pm di Firenze che indagano sul Cavaliere per le stragi del 1993 anche dopo la sua morte. Alcuni commentatori vi hanno letto una velata polemica fra lei e la premier Meloni: frizioni che tuttavia entrambe hanno subito negato (fra le due pare ci sia invece un patto di mutuo sostegno).

Più volte, negli ultimi quindici anni, è stata data per imminente la «discesa» in politica della primogenita di B., ma lei ha sempre smentito. Al contrario, chi recentemente ha ammesso di averci un fatto un pensierino è il fratello Pier Silvio, il quale però ha tenuto a precisare che «almeno per ora» non se ne fa nulla.

Cinquantaquattro anni, tre figli di cui due con la conduttrice tv, nonché ex “letterina”, Silvia Toffanin (con cui non è sposato), il secondogenito di casa ha iniziato a fare esperienza in Publitalia, per poi passare presto a Mediaset, diventandone vicepresidente nel 2000 e amministratore delegato nel 2015. «Sono figlio di mio padre», è la frase con cui – in un inatteso intervento-rettifica sulle pagine di Repubblica, poche settimane dopo la dipartita – ha voluto sintetizzare il suo essere fieramente Berlusconi dentro e fuori.

Pier Silvio oggi sembra deciso a dare una sterzata alla linea editoriale delle tv di famiglia: meno trash, più sobrietà. Ma intanto sulle antenne di Cologno Monzese – che soffrono sempre più la concorrenza delle piattaforme internazionali di streaming on demand – continua a incombere l’ombra di Vivendi.

Il colosso francese dei media già sette anni fa aveva tentato senza successo un’Opa ostile su Mediaset (che nel frattempo ha trasferito la sede legale in Olanda) e non è affatto escluso che con la morte del Cav di Arcore possa tornare alla carica. Sarà molto interessante vedere che linea terranno Marina e il fratello di fronte a un eventuale nuovo tentativo di scalata.

Del Vecchio
Un’altra successione cruciale per il presente e il futuro del capitalismo italico è quella dei Del Vecchio. È passato più di un anno dalla morte (a 87 anni) del patron Leonardo, ma gli eredi del fondatore di Luxottica (oggi Essilor Luxottica) non si sono ancora accordati sulla spartizione del suo lascito, stimato da
Forbes in 24,5 miliardi di euro.

Nella partita sono coinvolti i sei figli, più la vedova Nicoletta Zampillo e il primogenito di quest’ultima, Rocco Basilico, per un totale di otto eredi: metà di questi – i figli Luca, Clemente, Paola e Claudio, avuti dal primo e dal terzo matrimonio dell’imprenditore – hanno accettato le volontà paterne con beneficio d’inventario, il ché ha portato a un allungamento delle pratiche successorie che si trascinerà almeno fino al marzo del 2024.

Nel suo testamento Del Vecchio senior ha diviso il capitale della holding di famiglia, la lussemburghese Delfin, in parti uguali fra gli otto di cui sopra: a ciascuno è andato il 12,5%, ma è stabilito che le principali decisioni debbano essere prese con la maggioranza dell’88% (cioè praticamente all’unanimità).

Il timone della società è stato invece affidato a un “papa straniero”: Francesco Milleri, 64 anni, presidente esecutivo e amministratore delegato di EssiLux, un fedelissimo di Del Vecchio, che gli ha attribuito azioni della multinazionale – che gode di ottima salute – per circa 270 milioni di euro (anche quest’ultimo punto è al centro delle contestazioni dei figli).

Lo scorso 30 giugno Delfin ha ricevuto dall’Ivass, l’autorità di vigilanza del settore assicurativo, il via libera per salire oltre il 10% nel capitale delle Assicurazioni Generali. La notizia ha fatto clamore negli ambienti finanziari, e non solo, perché significa che la holding dei Del Vecchio è ancora interessata a mettere le mani sul Leone di Trieste, un autentico colosso con asset in gestione per oltre 600 miliardi di euro, pari a circa un terzo del Pil dell’Italia. 

Poco prima di morire, nell’aprile dello scorso anno, Leonardo Del Vecchio si era lanciato in un tentativo di scalata di Generali insieme all’alleato Francesco Gaetano Caltagirone e ad altri azionisti di minoranza per scalzare dalla guida della compagnia l’amministratore delegato uscente Philippe Donnet, sostenuto dal socio di maggioranza Mediobanca. L’assalto fallì, ma ora con l’ok dell’Ivass la sfida sembra sul punto di potersi riaprire.

Un passaggio cruciale è atteso a ottobre, quando ci sarà l’assemblea di Mediobanca chiamata a rinnovare i propri vertici: Delfin e il Gruppo Caltagirone negli ultimi anni hanno rastrellato azioni anche dell’istituto di piazzetta Cuccia e potrebbero manovrare per portare il management della banca dalla loro parte sul fronte Generali.

Benché la holding amministrata da Milleri continui a gettare acqua sul fuoco, il rinnovato interesse dei Del Vecchio per il Leone di Trieste è stato implicitamente confermato dal quarto figlio del patron di EssiLux, Leonardo Maria, che in una recente intervista al Corriere della Sera ha risposto: «Su queste operazioni mio padre ha lasciato compiti precisi a Francesco e al management di Delfin. Chi ha lavorato con lui sa quello che voleva fare, perché voleva farlo e qual era la sua visione». 

Leonardo Maria, oltre a essere l’unico figlio avuto da Del Vecchio senior con la sua seconda moglie Nicoletta Zampillo (poi risposata in quarte nozze), è anche l’unico dei sei figli dell’imprenditore milanese a lavorare nel Gruppo di famiglia. Laureato in Bocconi, il rampollo a soli 23 anni è stato nominato amministratore delegato della controllata Salmoiraghi & Viganò, carica alla quale oggi, che di anni ne ha 28, affianca quella di capo del Retail di Luxottica per il mercato italiano.

Anche sul fronte sentimentale il ragazzo si sta rivelando eccezionalmente precoce: a 27 anni si è sposato con la modella lombarda Anna Castellini Baldissera, a 28 ha divorziato e a 29 potrebbe già risposarsi; la sua nuova fidanzata è l’attrice americana Jessica Michel, anche lei un matrimonio fallito alle spalle (con Niall Horan, popstar degli One Direction), e già madre di un ragazzino di 15 anni (avuto quando lei ne aveva 17).

Ora starà a Leonardo Maria, a sua madre, al suo fratellastro e ai suoi cinque fratelli decidere se affondare davvero il colpo su Generali.

Benetton
Tra gli alleati dei Del Vecchio e di Caltagirone nella guerra per il Leone di Trieste, ci sono anche i Benetton, che detengono una quota nella compagnia di poco inferiore al 5%. 

A presiedere la holding di famiglia, Edizione, oggi è Alessandro, figlio di Luciano, il più creativo dei quattro fratelli trevigiani che nel 1965 fondarono l’omonima azienda di abbigliamento.

Ma sono lontani i tempi del successo planetario delle campagne pubblicitario “United colors of Benetton”. Ormai – soprattutto da quando ha preso piede il fast fashion di Zara e H&M – i vestiti sono un business secondario per il Gruppo: il cuore degli affari, il ramo più profittevole, è rappresentato adesso dal settore infrastrutturale. 

Anche qui, tuttavia, le cose non vanno benissimo. Dopo il disastro del Ponte Morandi di Genova, crollato lungo un’autostrada gestita proprio dai Benetton, la reputazione della dinastia è ai minimi storici. Peraltro, i danni sui conti dell’azienda di famiglia sono stati limitati: anzi, la politica, che all’inizio aveva paventato la revoca delle concessioni autostradali, si è infine accontentata di imporne solo la vendita, cosicché i Benetton hanno, sì, rinunciato a un asset importante, ma in cambio di un assegno da 2,5 miliardi di euro. Non male.

Per risollevare la situazione, comunque, nel gennaio 2022 è stato richiamato al vertice di Edizione Alessandro Benetton, che già aveva guidato il Gruppo tra il 2012 e il 2014, dimettendosi in polemica con lo zio Gilberto (poi morto nel 2018).

Cinquantanove anni, stile casual, ex marito della campionessa di sci Deborah Compagnoni (da cui ha avuto tre figli), il secondogenito di Luciano ha studiato ad Harvard e ha lavorato per Goldman Sachs, prima di fondare nel 1992 un suo fondo di private equity di nome 21 Invest: ha insomma alle spalle una carriera imprenditoriale autonoma dagli affari di famiglia. 

Appena insediatosi, Alessandro ha dovuto fronteggiare l’Opa ostile avanzata dallo spagnolo Florentino Perez su Atlantia, la società delle infrastrutture dei Benetton. Dopo aver respinto con successo quell’attacco (anche grazie al supporto del fondo Blackstone), il presidente di Edizione ha avviato un processo di rebranding culminato lo scorso marzo con il cambio di nome da Atlantia a Mundys.

«Puntiamo a diventare il primo gruppo mondiale del settore infrastrutturale», ha dichiarato il Benetton della seconda generazione.

De Benedetti e Agnelli
È ormai saldamente in mano alla seconda generazione della dinastia anche la Cir fondata nel 1976 da Carlo De Benedetti. Da undici anni l’Ingegnere ha lasciato il controllo ai figli: Rodolfo, il maggiore, 62 anni, è presidente, mentre i due fratelli Marco (61) ed Edoardo (59) siedono nel consiglio d’amministrazione.

Mentre Edoardo, professione medico, è sempre stato alla larga delle questioni manageriali, i due fratelli hanno seguito le orme del padre, sebbene con risultati poco lusinghieri. Rodolfo ha portato la controllata Sorgenia sull’orlo del crack, mentre Marco è stato amministratore delegato di Tim agli inizi degli anni Duemila certo non brillando per lungimiranza, e oggi è noto più per il suo matrimonio con la giornalista sportiva Paola Ferrari che per altro. 

Alla fine del 2019 De Benedetti senior ha avuto un durissimo scontro con i due figli, poiché questi si erano rifiutati di rivendergli il controllo del gruppo editoriale L’Espresso. Pochi mesi dopo, Rodolfo e Marco hanno ceduto il Gruppo a Exor, la holding degli Agnelli-Elkann, che tra le dinastie dell’alto capitalismo italiano è senza dubbio la più importante.

A comandare tra fratelli, cugini, zii e nipoti è John Elkann, figlio di Margherita Agnelli, secondogenita dell’Avvocato. Nato a New York 47 anni fa, sposato con la nobile Ida Borromeo, con cui ha tre figli, “Jaki” – così lo chiamano – ha allargato sempre di più il business di casa: non più solo automobili e calcio, ma anche editoria, sanità, moda. E ha trasferito la sede legale ad Amsterdam. Una strategia che fa piovere dividendi per gli azionisti.

Tuttavia non si può certo dire che il clima in famiglia sia sereno: il presidente di Exor, insieme ai fratelli Lapo e Ginevra, è da anni in causa con la madre Margherita per l’eredità del nonno Gianni. E di recente ha liquidato senza troppi fronzoli lo zio Andrea – più grande di lui solo di un anno – costringendolo di fatto alle dimissioni dalla presidenza della Juventus e dal cda di Exor.

Di Andrea, figlio di suo fratello Umberto, l’Avvocato pare dicesse: «Quel ragazzo ha troppe sopracciglia e troppi denti, è davvero di un’altra razza: ruvido e senza classe». Alla faccia dell’amore di zio. Chissà che gioia, al cenone di Natale, in casa Agnelli. 

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