Mario Giro, 67 anni, è lo storico responsabile delle relazioni internazionali della Comunità di Sant’Egidio. Dal 2013 al 2018 è stato viceministro degli Esteri con i governi Letta, Renzi e Gentiloni. In Italia poche persone conoscono l’Africa meglio di lui.
L’ordine liberale che ha retto il mondo per ottant’anni sembra giunto al tramonto. Da dove nasce questo declino?
«Essenzialmente da due fattori. Da un lato, l’iper-liberismo selvaggio da cui ci siamo lasciati trascinare, che ha provocato un aumento delle diseguaglianze e, di conseguenza, ha accresciuto il rancore sociale nel mondo. Dall’altro lato, il fatto che noi occidentali abbiamo usato spesso un doppio standard nel reagire a situazioni e crisi politiche: questo oggi ci viene rinfacciato. Ma il nuovo quadro che si sta delineando rappresenta una minaccia per la stabilità mondiale».
Secondo molti commentatori, con Trump si sta affermando nel mondo la legge del più forte. Ma, in fondo, nel corso della storia non è sempre stato così?
«È vero. Le maggiori potenze hanno sempre interpretato il diritto internazionale a seconda del proprio tornaconto, utilizzandolo quando faceva comodo e ignorandolo quando non serviva».
Oggi però si parla apertamente di fine del multilateralismo.
«Credo che gli Usa cerchino di rifondare un nuovo multilateralismo ai loro ordini. E penso che i russi faranno la stessa cosa quando finirà la guerra in Ucraina: arriverà un momento in cui Mosca dovrà far accettare al resto del mondo come legittime le conquiste territoriali avvenute in maniera illegale. Quindi presto o tardi si tornerà a discutere di regole multilaterali».
Il peso demografico ed economico dei Paesi del Sud del mondo è in continua crescita. A ciò corrisponde anche un peso sempre maggiore dal punto di vista degli equilibri geopolitici?
«Certamente. Ma se Cina e Russia ora attribuiscono più importanza alla Shanghai Cooperation Organization rispetto ai Brics, è perché nei Brics ci sono due democrazie – Brasile e Sudafrica – difficili da gestire per Pechino e Mosca».
Il «Sud Globale» viene spesso citato come blocco unitario: ma esiste davvero un Sud Globale omogeneo?
«No, così come non si può parlare di Occidente omogeneo o di Oriente russo-cinese omogeneo. Il mondo è sempre più complesso: non ci sono più alleanze stabili e nemmeno inimicizie stabili. Tra i Paesi che non rientrano né nell’Oriente russo-cinese né nell’Occidente americano-europeo, c’è di tutto: molta Asia, l’intera Africa, l’intera America Latina… Realtà molto diverse che però adesso vogliono contare di più».
L’Africa è diventata terreno di uno scontro geopolitico tra le potenze mondiali. Quale partita si gioca?
«Una partita molto diversa rispetto al passato. Oggi, oltre a Cina, Stati Uniti, Russia e Paesi europei, nel continente africano sono molto attive anche potenze medie che cercano di insinuarsi, talvolta in maniera spregiudicata, negli spazi lasciati vuoti. Penso a Turchia, Israele, Arabia Saudita, Corea del Sud, Giappone, India… Tuttavia, mentre un tempo i poteri coloniali si davano battaglia fra loro per il controllo del territorio africano, oggi sono i governi africani a decidere con chi allearsi. E anche qui le alleanze sono mutevoli: la Repubblica Centrafricana, ad esempio, prima ha cacciato i francesi per farsi affiancare dai mercenari russi del Gruppo Wagner, poi ha richiamato i francesi… Ormai le potenze straniere devono stare molto attente a come si comportano in Africa perché gli africani sono in grado di cacciarle e di cambiare alleanze. Da questo punto dio vista è un buon momento, per l’Africa».
Quali sono i Paesi africani a cui dovremmo guardare con maggior attenzione?
«La Nigeria è il Paese più ricco del continente: è quello che dispone di maggiori risorse e conta 230 milioni di abitanti… Se fosse più organizzata, la Nigeria sarebbe a tutti gli effetti una potenza globale. Poi il Sudafrica, la Costa d’Avorio, il Kenya, l’Angola… Un passo indietro, invece, metto l’Etiopia, che pure oggi gode di una narrazione molto positiva: ma si tratta di un Paese segnato da violenze etniche che lo stanno consumando dall’interno».
E i Paesi del Nord Africa?
«Attraversano una fase di grande difficoltà: in particolare Tunisia e Libia, ma anche l’Algeria, che pure trova nell’Italia un prezioso alleato. Fa eccezione il Marocco, che vive un momento molto positivo dopo essere riuscito a convincere Francia e Spagna sul riconoscimento della “maroccanità” del Sahara (ciò che ha ovviamente irritato Algeri)».
La questione del riconoscimento israeliano del Somaliland come va letta?
«Nel Mar Rosso è in corso una grande sfida che riguarda anche il Corno d’Africa. La protagonista centrale è l’Arabia Saudita, che ha siglato un accordo con il Pakistan per l’ombrello nucleare musulmano e sta rafforzando le relazioni con Turchia, Qatar ed Egitto. Al risiko partecipano ovviamente anche Cina e Russia, che cercano porti per i loro traffici commerciali, così come gli Stati Uniti, in chiave anti-iraniana. A fronte di questo scenario, anche Israele ha voluto muoversi piazzandosi in Somaliland proprio per poter contare nel Mar Rosso».
In Africa negli ultimi anni ha conosciuto una diffusione sempre maggiore il fondamentalismo islamico. Cosa rappresenta oggi il jihadismo per gli africani?
«Dietro non c’è soltanto una questione ideologica: il jihadismo è anche una delle reazioni attraverso cui si esprime il risentimento sociale causato dalle disuguaglianze crescenti. Per certi versi è quasi una nuova forma di guevarismo in cui vediamo mescolarsi di tutto: ci sono persino giovani cristiani che si fanno jihadisti soprattutto in Africa Australe. Il jihadismo è oggi l’unico prodotto ribellista-antagonista disponibile: molti giovani vi aderiscono per cercare di ritrovare uno status sociale. Questo ci deve interrogare, perché l’Africa alla fine del secolo avrà circa 2 miliardi di giovani e bisognerà evitare che tra loro cresca il risentimento sociale».
Il jihadismo africano è una minaccia anche per noi europei?
«Prima di tutto lo è per l’Africa e per la stabilità mondiale. Abbiamo una visione ancora troppo euro-centrica: dobbiamo capire che l’Europa ormai, per un fatto oggettivo di crescita della popolazione globale, è una parte minoritaria del pianeta».
Verso l’Europa, però, aumenterà l’immigrazione a causa della crisi climatica.
«Il fenomeno migratorio, se guardiamo i grandi numeri, è innanzitutto verso l’Africa stessa e l’Asia. In Europa c’è un’ossessione riguardo questo tema, ma i numeri dicono che in questi anni sono arrivati nel nostro continente solo poche centinaia di migliaia di persone, a fronte di una popolazione dell’Ue di oltre 450 milioni di abitanti».
Il Governo Meloni ha messo l’interventismo in Africa tra i punti cardine della propria agenda. Il Piano Mattei va nella giusta direzione?
«Sicuramente il “partenariato non predatorio”, di cui parla il presidente del Consiglio Meloni, è una buona idea. Come Italia, non abbiamo grandi risorse economiche a disposizione – e non è un problema da poco – ma gli africani di questo sono perfettamente consapevoli: a loro è piaciuto molto l’atteggiamento di maggior rispetto al passato. Non a caso Meloni è la prima premier italiana a essere invitata a parlare davanti al vertice dell’Unione Africana. Mi auguro che il Piano Mattei prosegua in questo senso e che possa diventare un piano bipartisan».
Però, intanto, in Libia l’Italia non tocca palla.
«Siamo meno influenti di prima – il nostro posto lo ha preso la Turchia – ma restiamo un attore che non si può non considerare: non solo perché ci sono tante imprese italiane operanti in loco, ma anche per la vicinanza geografica. Credo che torneremo a essere importanti in Libia».
Come immagina l’Africa nel 2050?
«Per i grandi fondi finanziari Usa, i prossimi saranno i vent’anni “magici” dell’Africa. Spero che attraverso l’agribusiness il continente entri pienamente nella globalizzazione. D’altra parte c’è bisogno di nutrire il pianeta e solo in Africa si trovano 200 milioni di ettari di terre coltivabili ancora libere».




