Una generazione in fuga dalla vita sociale. Sono giovani, per lo più maschi, e decidono di isolarsi da un mondo che percepiscono incapace di comprenderli. Vengono chiamati “hikikomori”, termine giapponese che significa “stare in disparte”.
Rinchiusi nella propria abitazione, evitano qualunque tipo di contatto diretto con il mondo esterno, talvolta anche con i familiari. Un “ritiro sociale volontario” che può durare anche per lunghi periodi, alle volte anni, e che spesso comporta l’abbandono scolastico o lavorativo. Un fenomeno da non sottovalutare e che, come ci raccontano i dati più recenti, è in aumento anche in Italia.
Meccanismo di difesa
Non si tratta – è bene specificarlo – di moderni eremiti: la scelta del ritiro è soprattutto un meccanismo difensivo in risposta alla difficoltà ad adattarsi alla società in cui si vive. Gli hikikomori, infatti, tendono a vivere l’isolamento come “un male minore”, una scelta forzata, risultato del proprio sentirsi diversi e delle proprie difficoltà socio-emotive.
Altre caratteristiche distintive di questo fenomeno sono la componente cronica del ritiro – per cui più si rimane da soli e più si ha difficoltà a relazionarsi con gli altri – e l’età prevalentemente giovane degli interessati.
La maggior parte degli hikikomori inizia il proprio isolamento durante l’adolescenza o nel periodo post-diploma. I dati parlano chiaro: sono soprattutto giovani tra i 14 e i 30 anni, maschi nel 70-90% dei casi (anche se il numero delle ragazze isolate potrebbe essere sottostimato dai sondaggi effettuati finora).
Questa particolare condizione psicologica è stata descritta per la prima volta alla fine degli anni Novanta in Giappone, Paese nel quale sono stati individuati oltre un milione di casi.
In Italia non ci sono ancora dati ufficiali, ma si stima ci siano circa 100mila hikikomori.
Sebbene la condizione si sviluppi soprattutto durante l’adolescenza, essa tende a cronicizzarsi con facilità e può dunque durare potenzialmente tutta la vita.
«Alla base di questa condizione – spiega lo psicologo Marco Crepaldi, fondatore dell’associazione Hikikomori Italia – c’è un disagio adattivo sociale. I giovani, che sperimentano una forte ansia sociale, faticano a relazionarsi con i coetanei e ad adattarsi alla società. Sono spesso ragazzi molto intelligenti, ma di carattere introverso e introspettivo, sensibili e inibiti socialmente, convinti di stare meglio da soli, lontani da tutti».
L’hikikomori sembra rimanere un eterno adolescente, fallendo lo step evolutivo psicologico di transizione dall’età infantile a quella adulta. Se non si interviene tempestivamente, l’isolamento per questi ragazzi può essere irreversibile.
Eppure non è un fenomeno facile da approcciare, visto che molto spesso gli hikikomori rifiutano di farsi aiutare, persino dai loro genitori. Per chi non ne esce, il rischio è di arrivare all’autolesionismo e nei casi più estremi al suicidio.
Campanelli d’allarme
«I principali campanelli di allarme a cui le famiglie dovrebbero prestare attenzione – chiarisce Hikikomori Italia – sono legati all’insofferenza nella socialità. Dapprima, il rifiuto è legato alle attività extrascolastiche come sport o uscite con gli amici. Successivamente, segue anche il rifiuto della scuola, il cui ambiente, dove possono celarsi storie di bullismo, viene vissuto in modo particolarmente negativo. Gli hikikomori si isolano progressivamente e sviluppano una visione molto negativa della società, soffrendo particolarmente le pressioni di realizzazione sociale, dalle quali cercano in tutti i modi di fuggire. Tutto questo porta a una crescente demotivazione e depressione. La dipendenza da internet, al contrario di quanto si pensi, non è una causa dietro all’esplosione del fenomeno, ma rappresenta una possibile conseguenza».
L’allontanamento dalla società avviene gradualmente. Si inizia sentendosi a disagio nello stare con gli altri, poi si rinuncia alle uscite, allo sport e infine alla scuola. L’isolamento peggiora le competenze sociali e le capacità, già limitate, di affrontare le proprie paure.
Non bisogna dunque banalizzare e attribuire il ritiro sociale alla pigrizia o ai videogiochi. Tra i fattori principali che portano allo sviluppo di questo fenomeno troviamo bullismo, sopraffazione, alte aspettative da parte degli adulti. In diversi casi, risulta determinante anche avere un rapporto complicato con i genitori, soprattutto quando questi si dimostrano iperprotettivi o troppo pressanti, senza rispettare le necessità del ragazzo.
Tutto questo porta a una crescente difficoltà e demotivazione del giovane nel confrontarsi con la vita sociale, fino a un vero e proprio rifiuto della stessa. In generale, la percezione che ha un giovane hikikomori è quella di non riuscire a rispondere a tutte le richieste della famiglia e del mondo esterno, con l’impossibilità di gestire la pressione. Ci si sente inadeguati, oppressi dalla richiesta sociale di eccellere, arrivando così a chiudersi nella propria solitudine.
Effetto domino
Da non sottovalutare anche le conseguenze sulla salute che ci possono essere con il prolungarsi di questa condizione: aumenta il rischio di sviluppare uno stato depressivo, vengono trascurate l’alimentazione e l’attività fisica, così come la cura della propria persona.
«Generalmente, vivono di notte e dormono di giorno, invertendo completamente il ritmo sonno-veglia. Per gli hikikomori, il rischio di sviluppare una tendenza autodistruttiva è elevato», sottolinea il fondatore di Hikikomori Italia. Motivo per cui è fondamentale l’intervento tempestivo: il pericolo infatti è che si creino delle condizioni talmente patologizzate da essere difficilmente reversibili. «Questi soggetti odiano la propria vita, condannata ad un circolo vizioso. Inizialmente non escono più a causa dell’ansia sociale, ma successivamente si insinua l’ansia del tempo perso, accompagnata dalla sensazione di non poter più fare nulla per rimediare alla loro vita, ormai compromessa. Inoltre, perdendo contatto con la realtà, aumenta il rischio di sperimentare disturbi dissociativi e ossessivo-compulsivi».
Come se non bastasse, il ritiro sociale spesso comporta l’abbandono degli studi e la mancanza di esperienze professionali, per cui molti di questi ragazzi si trovano in una situazione di dipendenza economica dalle proprie famiglie.
Gli hikikomori non cercano aiuto, per questo il ruolo degli insegnanti e dei genitori è molto importante: bisogna avere un atteggiamento empatico, entrare nella sofferenza.
Cosa può fare allora un genitore che si trova ad affrontare questa situazione? «Come prima cosa – spiega il dottor Crepaldi – consigliamo di dialogare con il ragazzo, e di rapportarsi a lui con un atteggiamento non giudicante. Al centro deve essere messo il suo benessere, senza alimentare quelle pressioni e quelle aspettative sociali, causa dell’isolamento. Per questo motivo, se il ragazzo rifiuta la scuola, è bene non insistere, ma magari trovare un piano didattico personalizzato che preveda la frequenza a casa, da remoto. Sicuramente consigliamo di evitare atteggiamenti coercitivi come staccare internet, oppure usare la forza per impedire al figlio di chiudersi a chiave in camera. Oltre al supporto psicologico, è fondamentale un aiuto psichiatrico, anche farmacologico, qualora servisse, ad esempio in caso di una depressione grave».
Identikit
La condizione vissuta dagli hikikomori è, in definitiva, quella di un ritiro sociale volontario cronico giovanile. A tracciare l’identikit dei “ritirati sociali” e a denunciare la gravità del fenomeno crescente anche nel nostro Paese è uno studio condotto dal gruppo multidisciplinare di ricerca “Mutamenti sociali, valutazione e metodi” (Musa) dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Cnr-Irpps), pubblicato sulla rivista Scientific Reports.
«La pandemia da Covid-19 ha esacerbato la trasposizione delle relazioni umane verso la sfera virtuale», evidenzia Antonio Tintori, tra gli autori del lavoro, assieme a Loredana Cerbara e Giulia Ciancimino. Secondo lo studio, tra gli elementi che accomunano molti adolescenti italiani ci sono iperconnessione da social media, scarsa qualità delle relazioni sociali, bassa fiducia relazionale, vittimizzazione da cyberbullismo e bullismo, scarsa partecipazione allo sport e insoddisfazione per il proprio corpo. Un isolamento che per i nostri ragazzi è diventato più frequente con il lockdown per il Covid.
«Questi fattori, alimentati dall’influenza pervasiva delle pressioni sociali a conformarsi a standard anche estetici irraggiungibili, erodono l’autostima favorendo un senso di inadeguatezza nelle interazioni sociali con i coetanei», sottolinea Tintori. Il fenomeno – assimilabile a quello degli hikikomori del Giappone – secondo la ricerca, non presenta sostanziali differenze regionali, relative alla tipologia scolastica frequentata o al background socioculturale ed economico.
La ricerca ha individuato tre tipologie di adolescenti, tra i giovani con un’età compresa tra 14 e 19 anni: le “farfalle sociali”, gli “amico-centrici” e i “lupi solitari”. Dal 2019 al 2022 sono drasticamente aumentati i giovani che si limitano alla sola frequentazione della scuola nella loro vita, ma anche nel mondo adolescenziale è significativamente diminuita l’abitudine a trascorrere il tempo libero faccia a faccia con gli amici: i “lupi solitari” italiani si sono moltiplicati in tre anni, quasi triplicando, passando dal 15 al 39,4%. Proprio all’interno di quest’ultimo profilo, è stato individuato un sottogruppo composto da adolescenti che non incontrano più i loro amici nel mondo extrascolastico, il cui numero è quasi raddoppiato dopo la pandemia, passando in Italia dal 5,6% del 2019 al 9,7% del 2022. Si tratta dei cosiddetti ritirati sociali. Un fenomeno serio, quindi, ma ancora poco noto nel nostro Paese.
Bisogna intervenire subito, giocando d’anticipo, per evitare di finire come in Giappone, dove gli hikikomori hanno ormai raggiunto l’età media di 40 anni. Serve, in definitiva, un approccio multidisciplinare che coinvolga famiglie, scuole, professionisti della salute mentale, sensibilizzando l’intera società. Un intervento concreto delle istituzioni e della politica è quanto mai necessario. Anche perché invecchiando, non ci saranno più i genitori a mantenere e a prendersi cura di questi ragazzi, rischiando così di rendere irreversibile e fatale il loro isolamento sociale.




