Da qualunque parte lo si guardi, il referendum del 22 e 23 marzo è probabilmente il voto più importante degli ultimi dieci anni nel nostro Paese.
Lo è perché la posta in gioco è doppia. Da un lato, a seconda di come si pronunceranno gli italiani, potrà essere approvato o cestinato un annoso progetto che ridisegna l’assetto istituzionale della magistratura. Dall’altro, l’esito della consultazione popolare determinerà lo stato di salute con cui la maggioranza di governo si avvierà alle elezioni politiche dell’anno prossimo (sempre che non si vada a elezioni anticipate).
Se vincerà il Sì, l’ordinamento giudiziario sarà rivoluzionato: avremo carriere separate per giudici e pubblici ministeri, la scissione in due del Csm, i vertici della magistratura nominati tramite sorteggio e l’istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare. Sarà così coronato un proposito riformatore che cova da almeno tre decenni in una parte del parlamento. L’eventuale via libera della riforma Nordio da parte dei cittadini votanti produrrebbe inoltre un’iniezione di linfa vitale per l’esecutivo, che avrebbe gioco facile nel continuare a rivendicare di avere gli italiani dalla propria parte, mentre per le opposizioni la strada per tornare al governo si farebbe più che mai proibitiva.
Se prevalesse il No, al contrario, per la maggioranza sarebbe come ricevere un cazzotto in faccia inaspettato: il centrodestra si scoprirebbe di colpo più fragile di quel che pensava, lasciando il fianco scoperto a possibili regolamenti di conti interni. Si sa: quando si vince si è tutti compatti, quando si perde emergono le divisioni. Non si potrebbe escludere a priori l’ipotesi della crisi di governo con conseguente possibilità di voto anticipato. Sul fronte opposto, invece, in caso di bocciatura della riforma Nordio il centrosinistra, che viene da un triennio tribolato, potrebbe guardare ai prossimi mesi con ritrovato slancio. Quanto alla magistratura, l’antico progetto di separazione delle carriere verrebbe sepolto e l’assetto attuale resterebbe invariato almeno per diversi anni a venire. Con grande gioia per l’Anm (Associazione Nazionale Magistrati).
Il precedente
L’ultima volta che alle urne si giocava una partita così doppiamente decisiva fu nel dicembre 2016 con il referendum sulla riforma costituzionale promossa dal Governo di Matteo Renzi. Sappiamo bene come andò a finire: vinse il No, Renzi rassegnò le dimissioni e per lui iniziò la china discendente che lo portò a scivolare, nel giro di poco tempo, dal 40% dei consensi al 2%.
Giorgia Meloni è ben consapevole di quel precedente: fin dalle primissime battute di questa campagna referendaria, la presidente del Consiglio ha messo le mani avanti, avvertendo che, in caso di sconfitta al voto, all’opposto di quel che fece l’allora segretario del Pd, non lascerà la guida dell’esecutivo.
La premier si è guardata bene dal personalizzare la campagna per il Sì, ma le cose sono parzialmente cambiate nelle ultime settimane.
I sondaggi, che fino a qualche mese fa stimavano il Sì in largo vantaggio, hanno registrato un lento ma costante recupero da parte del No, che addirittura secondo alcune rilevazioni è ormai passato davanti. A quel punto, anche Meloni si è sentita costretta a scendere in campo in prima persona, lanciandosi in una serie di attacchi diretti alla magistratura che – pur senza nominare esplicitamente il referendum – hanno avuto il chiaro obiettivo di screditare agli occhi dell’opinione pubblica la «casta» delle toghe, identificata dal centrodestra come il vero antagonista in questa partita elettorale.
Secondo i sondaggisti, più bassa sarà l’affluenza alle urne più aumenteranno le chance di successo del No. In questa lunga vigilia del referendum, allora, la sfida per la maggioranza è quella di riuscire a mobilitare il proprio elettorato di riferimento senza tuttavia trasformare la consultazione popolare in un voto pro o contro il Governo Meloni.
È inevitabile, peraltro, che, a partire dalla sera del 23 marzo, il risultato referendario sarà analizzato e commentato come se si trattasse di una sorta di test di mid-term per l’esecutivo.
Vecchio progetto
In Italia si discute della possibilità di dividere le strade di giudici e pm almeno dal 1988, quando entrò in vigore il Codice di procedura penale che porta il nome dell’allora ministro socialista Giuliano Vassalli. Fu lo stesso Vassalli, giurista di indiscussa autorevolezza, nonché ex partigiano della Brigata Matteotti, a suggerire che la separazione delle carriere sarebbe stata la logica conseguenza del processo accusatorio introdotto con la sua riforma.
Se il processo è organizzato come un contraddittorio tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo e imparziale – è il ragionamento – allora chi rappresenta l’accusa, ossia il pm, non può far parte dello stesso ordine del giudice. Pena appunto la terzietà di quest’ultimo, e dunque l’equità del procedimento.
L’argomento si è acceso negli anni Novanta sull’onda delle polemiche legate ai presunti abusi giustizialisti dell’inchiesta “Mani Pulite”. Poi, nel terzo millennio, il centrodestra – preoccupato di difendere il suo leader Silvio Berlusconi da quella che era percepita come una persecuzione da parte delle «toghe rosse» – ha trasformato la separazione delle carriere in una propria battaglia identitaria, trovando talvolta appoggio anche in una parte del centrosinistra, dove pure si erano registrate frizioni con i magistrati a causa di alcune inchieste.
Parliamo insomma di una proposta di modifica della Costituzione che ha radici lontane e su cui si sono generate grandi aspettative da parte del fronte autoproclamatosi «garantista».
Oggi la riforma Nordio completa il quadro scomponendo il Consiglio Superiore della Magistratura in due – un Consiglio Superiore dei magistrati giudicanti e uno dei requirenti – e introducendo il meccanismo dell’estrazione a sorte dei membri dei due consigli, mentre l’azione disciplinare viene demandata a una nuova Alta Corte che vigilerebbe sia sui giudici sia sui pm.
La novità del sorteggio, in particolare, è stata pensata con l’obiettivo dichiarato di scombinare gli accordi sottobanco con cui le correnti politiche interne al Csm tendono a voler pilotare le nomine nei tribunali e nelle procure (manovre occulte emerse in tutta la loro pervasività con la vicenda Palamara).
Il referendum può essere interpretato, dunque, come l’occasione della resa dei conti tra politica e magistratura dopo un braccio di ferro che va avanti da oltre trent’anni.
Tenuta democratica
Se da un lato alcuni esponenti di partito accusano le toghe di «fare politica per via giudiziaria», dall’altro queste ultime ritengono che – dietro la facciata del voler rendere il processo più equo – il vero obiettivo di questa riforma sia quello di punire loro, i magistrati. E temono che la separazione delle carriere, se approvata alle urne, sarà solo il preludio di un altro intervento futuro, ritenuto ben più pericoloso per la tenuta democratica: la soggezione dei pm al potere esecutivo.
I comitati del No, che vedono in prima fila l’Anm, fanno notare che già nel 2022 la Legge Cartabia ha messo giudice e pubblico ministero su due binari paralleli. In virtù di quella norma – che consente di passare da una funzione all’altra solo una volta nei primi dieci anni di carriera – oggi solo lo “zero virgola” delle toghe cambia casacca da giudicante a requirente o viceversa. Cosicché – è l’obiezione che viene posta – non si ravviserebbe nessuna effettiva esigenza di separarne i percorsi attraverso una modifica costituzionale.
Per giunta, osservano ancora i sostenitori del No, la riforma sponsorizzata dal Governo Meloni otterrà un risultato opposto rispetto a quello sbandierato, poiché, rompendo il legame tra giudice e pubblico ministero, quest’ultimo finirebbe per tramutarsi in una sorta di avvocato dell’accusa: concentrerebbe, cioè, le proprie indagini solo in senso contrario all’indagato, trascurando di approfondire eventuali elementi che potrebbero scagionarlo.
Giravolte
All’interno di ambedue gli schieramenti – il fronte del Sì e il fronte del No – ci sono politici e magistrati che hanno cambiato o riformulato nel corso degli anni la propria posizione sui temi che oggi sono al centro del referendum.
Il caso più eclatante è quello del ministro della Giustizia Carlo Nordio, autore della riforma che sarà sottoposta al vaglio degli italiani: nel 1994, quando era pubblico ministero a Venezia, firmò una lettera insieme ad altre toghe in cui si esprimeva contrarietà alla separazione delle carriere. «Cambiai idea l’anno successivo, dopo il caso del suicidio di un indagato in una mia inchiesta», ha spiegato di recente il guardasigilli.
Alfredo Mantovano, attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, pure lui magistrato, nel 1998, da responsabile Giustizia di Alleanza Nazionale, frenò nella Commissione Bicamerale proprio sull’ipotesi di dividere i percorsi di pm e giudici. Oggi, invece, è uno dei più accesi sostenitori del Sì al referendum.
Nel corso di questa stessa campagna referendaria, uno dei padri fondatori di Fratelli d’Italia, Ignazio La Russa, ha espresso qualche perplessità sulla portata della modifica costituzionale: «Non so se il gioco vale la candela».
In senso opposto, oggi diversi esponenti di punta del Partito democratico fanno campagna per il No, ma fino a pochi anni fa erano di avviso opposto. Nel 2019, al Congresso del partito, sul programma della mozione che sosteneva Maurizio Martina per la segreteria si leggeva: «Il tema della separazione delle carriere appare ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale». Tra i dirigenti dem che appoggiavano quel documento c’erano Graziano Delrio e Debora Serracchiani. Entrambi oggi giustificano la propria opposizione alla riforma Nordio criticando l’architettura complessiva dell’intervento.
Uno dei volti principali del fronte del No è Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli. Eppure nel 2021 fu lo stesso Gratteri a esporsi in favore del sorteggio per i membri del Csm in modo da contrastare lo strapotere delle correnti. Quello proposto oggi dal centrodestra, tuttavia, secondo il magistrato «è un sorteggio truccato». Per questo – dice – voterà contro.
Senza esclusione di colpi
La campagna referendaria si sta caratterizzando per i toni marcatamente aggressivi. Le uscite sopra le righe del ministro Nordio («Nel Csm vige un sistema paramafioso») sono state pareggiate dagli inciampi verbali di Gratteri («Voteranno Sì indagati, imputati e massoneria»).
E se le istituzioni si azzuffano tra loro, figurarsi cosa avviene sui social. Nelle piazze virtuali circolano post che ricorrono alle immagini più spudorate pur di screditare lo schieramento avversario. Il segretario generale dell’Anm, Rocco Maruotti, ha sollevato un polverone quando, su Facebook, ha associato il Sì al referendum con una foto dei picchiatori dell’Ice a Minneapolis (il post è stato poi cancellato). Anche la pagina ufficiale del Pd si è attirata critiche per aver condiviso un post in cui ricordava che i militanti di Casapound, raffigurati mentre fanno il saluto romano, voteranno Sì. Sul fronte opposto, in maniera quasi speculare, il Comitato Sì Riforma ha invece pubblicato lo scatto del poliziotto aggredito a Torino dagli antagonisti dell’Askatasua avvisando: «Loro votano No».
Non sono poi mancate le strumentalizzazioni di vicende che nulla c’entrano con i temi oggetto di referendum (come le indagini sul delitto di Garlasco) così come si è dato spazio a non poche fake news (vedi il caso dell’intervista mai rilasciata da Paolo Borsellino contro la separazione delle carriere). Per placare gli animi è dovuto intervenire il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
La prossima battaglia
Quando il capitolo referendum si chiuderà – in un senso o nell’altro – è prevedibile che entri nel vivo la battaglia sulla legge elettorale. Il testo appena messo a punto dai partiti di governo è già motivo di scontro. Se si votasse oggi con quelle regole – proporzionale con generoso premio di maggioranza e opzione ballottaggio – il centrodestra si assicurerebbe una larghissima superiorità numerica sia alla Camera sia al Senato. Le opposizioni protestano, ma non è una novità che le forze che reggono l’esecutivo intervengano a modificare la legge elettorale col bilancino per trarne vantaggio in vista del voto successivo. Il centrodestra vuole assicurarsi la vittoria, anche perché la prossima legislatura è quella in cui si eleggerà il nuovo Capo dello Stato.
Prima della fine di questa legislatura, invece, la maggioranza punta ad approvare l’altro suo grande progetto di modifica della Costituzione: il premierato, definito da Meloni «la madre di tutte le riforme». Nei giorni scorsi la ministra Elisabetta Casellati ha ribadito la volontà di ottenere il semaforo verde del Parlamento entro il 2027. Per il momento il dossier viene tenuto in ghiacciaia: prima c’è da portare a casa il referendum sulla magistratura. Anche da lì passa il destino del premierato. Se vincesse il No, per il Governo tutto si farebbe più complicato.




