Otto mesi fa, sulle pagine di TPI, Victoria Karam raccontava il suo progetto “Volti Italiani”. Nata a Salerno nel 1996, figlia di una coppia brasiliana trasferitasi in Italia, ha sempre vissuto nel nostro Paese – salvo brevi parentesi all’estero – ma ha ottenuto la cittadinanza solo a 22 anni. Da questa esperienza è nata l’idea di aprire una pagina Instagram per raccontare, attraverso una fotografia e un breve profilo, le storie di tanti stranieri cresciuti in Italia e tanti nuovi italiani: le loro vite, le loro passioni, il loro lavoro e, non ultimo, il difficile percorso per ottenere la cittadinanza. L’esperienza della pagina Instagram è diventata un libro “Volti Italiani – 15 storie che ci spiegano perché serve una legge sulla cittadinanza” (edito da Castelvecchi), che raccoglie e approfondisce alcune di quelle testimonianze.
Come mai ha deciso di trasformare il lavoro di “Volti italiani” in un libro?
«Dopo il fallimento del referendum per abbreviare l’iter sulla cittadinanza dello scorso giugno c’è stata una lettura catastrofista sulla possibilità di parlare dei nuovi italiani. Non è andata come avremmo voluto, ma dieci milioni di persone si sono espresse favorevolmente al quesito. E rimangono tante persone parte integrante della società italiana che non hanno la cittadinanza, a partire da 900mila studenti delle nostre scuole. Ho ritenuto necessario offrire uno strumento che potesse dare più consapevolezza su questi argomenti».
Delle tante storie raccontate sulla pagina Instagram, nel libro ne ha approfondite 15. In base a cosa le ha scelte?
«La selezione delle 15 storie è partita dall’idea di rappresentare la complessità reale dell’acquisizione della cittadinanza in Italia. Ho voluto includere percorsi diversi: chi è nato qui, chi l’ha ottenuta dopo anni di residenza, chi per adozione. Ci tenevo a raccontare anche quest’ultimo caso: l’adozione è tra questi il percorso più lineare per diventare italiani, ma ci sono ancora problemi di integrazione culturale. Ho poi voluto offrire uno spaccato variegato di Paesi di origine e religione, che però in tutti i casi erano uniti da un comune senso di appartenenza rispetto all’Italia».
Cosa spera che lasci questo libro a chi lo legge?
«Spero riesca a portare il dibattito su un terreno diverso. Siamo abituati a pensare solo a noi stessi, ma vorrei creare un senso di comunità, mostrando i volti delle persone per superare una paura istintiva e smettere di mischiare la cittadinanza ad altri temi, dall’immigrazione alla criminalità, che spesso c’entrano poco. Le quindici storie, infatti, sono storie normali di ragazzi normali e vogliono raccontare esattamente questo, senza pietismo. Solo due, ad esempio, hanno dovuto intraprendere il difficile viaggio che tanti migranti compiono, in barca, attraverso il Mediterraneo».
Abbiamo accennato al referendum dell’anno scorso. Come giudica il risultato? Ha cambiato qualcosa nel dibattito?
«Intanto penso che lo strumento referendario, così com’è, sia diventato obsoleto, con un quorum troppo alto in un momento in cui si vota sempre meno. Il quesito purtroppo è andato peggio rispetto a quelli sul lavoro della stessa tornata, perché è un tema che inevitabilmente suscita paure. Nello straniero si individua un nemico facile, mentre il tema andrebbe raccontato nel modo giusto. In un momento in cui c’è chi parla apertamente di “remigrazione”, credo sia ancora più urgente riportare il dibattito su un piano di responsabilità e solidarietà, spiegando che stiamo parlando di persone che fanno già parte della nostra società e non di un problema da espellere».

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