Dal caro bollette alla fame mondiale: chi paga il conto della guerra di Usa e Israele all’Iran?

Era il 1987 quando la motonave italiana Jolly Rubino, colpita da una mina nel Golfo Persico durante la guerra tra Iran e Iraq, costrinse il governo di Giovanni Goria a uscire dall’esitazione e a inviare una task force navale per bonificare le acque e proteggere le rotte commerciali. Roma ci aveva messo mesi a decidersi, nonostante le pressioni degli Stati Uniti. Ma quando la minaccia si fece concreta non ci fu più spazio per la prudenza diplomatica e l’Unione dell’Europa Occidentale costituì un apposito nucleo di comando a Londra. Quasi quarant’anni dopo, il copione si ripete, in proporzioni ben più vaste: lo Stretto di Hormuz è di nuovo al centro di una crisi globale a causa della guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, le mine potrebbero presto tornare e l’Italia e l’Europa si trovano di fronte allo stesso dilemma dell’epoca, tra proteggere i propri interessi energetici, rispondendo alla richiesta di aiuto di Donald Trump, e non farsi trascinare in un conflitto aperto.
La guerra ha prodotto uno shock economico di portata planetaria perché il corridoio di mare che divide le coste iraniane da Oman ed Emirati Arabi è un collo di bottiglia attraverso cui scorrevano circa 20,3 milioni di barili di petrolio e 290 milioni di metri cubi di gas naturale liquefatto al giorno, un quinto della quantità commerciata a livello mondiale. Ma non solo: il blocco di Hormuz ostacola anche il commercio di fertilizzanti e metalli con ripercussioni gravi sulle filiere alimentari e l’industria globale. La domanda ora è chi pagherà davvero il conto e se qualcuno, invece, ci guadagnerà.

Alternative insufficienti
La chiusura di fatto dello Stretto non è avvenuta con una dichiarazione formale ma, prima, con l’avviso della Marina militare statunitense a tutte le imbarcazioni di tenersi ad almeno 30 miglia nautiche dalle sue navi da guerra, e, poi, a suon di minacce, droni, missili e, presto, mine da parte dell’Iran. Così si è bloccata una corrente commerciale che muoveva un’ottantina di superpetroliere al giorno (con carichi del valore di quasi 600 miliardi di dollari) e il doppio tra cargo e portacontainer.
Malgrado le minacce del presidente Donald Trump, nel suo primo messaggio pubblico la nuova Guida suprema dell’Iran Mojtaba Khamenei ha precisato che lo Stretto resterà chiuso come «strumento di pressione». Le Guardie rivoluzionarie hanno fatto ancora di più, promettendo che non avrebbero consentito il passaggio di «nemmeno un litro di petrolio» finché gli attacchi statunitensi e israeliani fossero continuati.
Le alternative esistono, anche se non risolvono il problema. L’Arabia Saudita ha già portato verso la piena capacità, circa sette milioni di barili al giorno, il suo oleodotto East-West che corre per 1.200 chilometri nel deserto della Penisola, collegando il giacimento nord-orientale di Abqaiq, sul Golfo Persico, al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Anche gli Emirati Arabi dispongono di un’infrastruttura simile da 1,5 milioni di barili al giorno, capace di bypassare Hormuz collegando il giacimento di petrolio e gas di Habshan, vicino Abu Dhabi, con il porto di Fujairah. Ma queste valvole di sfogo lasciano comunque fuori dal mercato più della metà del traffico medio nello Stretto, un vuoto che nessuna riserva strategica potrà colmare nel lungo periodo. Intanto infatti, il G7 e l’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) hanno concordato il rilascio di 400 milioni di barili, il volume più alto nella storia. Una cifra che, divisa per il consumo giornaliero mondiale di 105 milioni di barili, copre meno di quattro giorni di domanda globale. Un’incertezza plasticamente illustrata da una lettera che Saudi Aramco ha inviato in settimana ai propri clienti, comunicando di non sapere ancora da quale porto partirà il greggio di aprile: se dal Mar Rosso o dal Golfo. Intanto però il viceministro degli Esteri iraniano Majid Takht-Ravanchi ha smentito la posa di mine, confermando invece che «alcuni Paesi» che ne hanno fatto richiesta hanno ottenuto di transitare dallo Stretto: tra questi l’India, che ha annunciato il passaggio di due petroliere cariche di gpl dopo che il premier Modi aveva trattato personalmente con Teheran. Come dire che non esiste una soluzione né economica né militare alla crisi, che rischia ora di allargarsi.

Il fronte della fame
Lo Stretto di Hormuz infatti è essenziale anche per la produzione alimentare globale, che dipende quasi per la metà dai fertilizzanti. Dai Paesi del Golfo, stando ai dati della piattaforma Signal Ocean, passano circa il 20% degli scambi globali di ammoniaca, fosfati e zolfo, mentre secondo le stime di Bloomberg Intelligence quasi la metà dell’urea commercializzata a livello mondiale proviene da questa regione, con il Qatar che da solo fornisce circa un decimo dell’offerta planetaria. Quando QatarEnergy ha sospeso la produzione a Ras Laffan, sono rimasti immobilizzati non solo i volumi di gas ma anche centinaia di migliaia di tonnellate di nutrienti per i campi agricoli di tre continenti. I prezzi dell’urea in Egitto, secondo il CRU Group, sono già saliti di almeno il 10% dall’inizio del conflitto, con quotazioni che sui principali mercati hanno toccato un massimo di 600 dollari a tonnellata, anche se restano ancora al di sotto dei picchi raggiunti nelle settimane successive all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Anche i prezzi dello zolfo, ingrediente fondamentale nella produzione di concimi, hanno segnato decisi rialzi, visto che quasi la metà del commercio globale proviene dalla regione.
I maggiori danni, secondo la banca olandese ING li registreranno gli importatori netti, quali Brasile, India, i Paesi dell’Asia meridionale e persino alcuni dell’Unione europea. Altri grandi produttori invece, come Russia, Cina, Usa e Marocco, hanno capacità di riserva limitata e non sono in grado di incrementare rapidamente la produzione per colmare il deficit. Le conseguenze sui campi agricoli si vedranno però solo nei prossimi mesi, con ritardi che dipenderanno dalla durata del blocco di Hormuz. L’India è tra i Paesi più esposti perché dipende dal Golfo per quasi i due terzi delle sue importazioni di fertilizzanti azotati. Una carenza rischierebbe di compromettere la semina, con ricadute sui raccolti di riso, frumento e altri cereali che nutrono 1,45 miliardi di persone. Il Brasile, un altro dei maggiori esportatori mondiali di prodotti agricoli, dipende dall’urea del Golfo per circa il 40% del suo fabbisogno di concimi, tanto che, se la crisi dovesse prolungarsi, potrebbero soffrirne i raccolti di soia e mais. Ma è l’Africa subsahariana ad affrontare i rischi più gravi al lungo termine. Qui anche un modesto rialzo dei prezzi, secondo ING, potrebbe costringere i piccoli agricoltori a ridurre ulteriormente l’uso di concimi, deprimendo i raccolti e aggravando la fame cronica.

Produzioni interrotte
Le conseguenze del conflitto però avranno ripercussioni anche sull’industria. Le quotazioni dell’alluminio sono infatti già salite ai massimi degli ultimi quattro anni, visto che negli ultimi vent’anni il Golfo ne è diventato un produttore di prima grandezza. Alimentati da gas naturale abbondante e a basso costo, secondo l’International Aluminium Institute, i Paesi della regione producono oltre l’8% dell’offerta mondiale e più di 5 milioni di tonnellate di questo metallo vengono spedite ogni anno attraverso lo Stretto verso l’Europa e gli Usa.
La crisi, secondo la banca olandese ING, ha colpito questa filiera con un meccanismo a tenaglia: da un lato le fonderie del Golfo non riescono a esportare l’alluminio prodotto e dall’altro non possono importare la bauxite e l’allumina necessarie alla produzione. La prima vittima è stata Qatalum, la fonderia qatariota con una capacità di 648mila tonnellate annue, controllata al 50% dalla norvegese Norsk Hydro, che ha avviato la procedura di spegnimento dopo l’interruzione delle forniture di gas. Un riavvio completo, secondo la capogruppo a Oslo, potrebbe richiedere dai sei ai dodici mesi. Prospettive simili anche per l’Aluminium Bahrain, che ha segnalato problemi per alcune consegne. Il tutto mentre le scorte sul mercato si sono ridotte di oltre 330mila tonnellate soltanto nel 2025 e hanno continuato a calare nei primi mesi di quest’anno.

Perdenti e vincitoriGli ostacoli alle filiere di petrolio, gas, fertilizzanti e alluminio delineano il profilo di una potenziale spirale inflazionistica che potrebbe aggredire su più fronti l’economia reale. La direttrice generale del Fondo monetario internazionale (Fmi) Kristalina Georgieva ha avvertito che un aumento sostenuto del 10% dei prezzi energetici potrebbe aggiungere 0,4 punti all’inflazione mondiale e sottrarre fino allo 0,2% alla crescita globale. Ma nelle prime due settimane di conflitto il petrolio è salito di almeno il 27% e il prezzo del gas in Europa quasi del 75%. Goldman Sachs stima che l’inflazione negli Usa potrebbe aumentare, raggiungendo il 3% entro fine anno, e ha già rivisto al rialzo le stime sul rischio di una recessione americana al 25%.
L’energia, secondo l’Istituto internazionale di ricerca sulle politiche alimentari, incide indirettamente per circa il 50% sul costo del cibo e un nuovo shock rischia di riaccendere un’inflazione che non si era mai davvero placata. In Europa, dove i divieti alle importazioni di greggio russo avevano già spinto i prezzi verso l’alto, questi potrebbero salire ancora di oltre un punto percentuale. Ma è l’Asia l’area più esposta: qui è diretto almeno l’80% del greggio e del Gnl che transitano da Hormuz, con la Cina che da sola acquista circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Se il Brent resterà agli attuali livelli, Capital Economics stima che l’inflazione salirà di mezzo punto percentuale nella maggior parte dei Paesi asiatici.
Sul fronte opposto, i beneficiari più ovvi sono l’industria petrolifera e del Gnl statunitense, la cui produzione è ai massimi storici, e la Russia. Nonostante le sanzioni, parzialmente sospese da Trump, Mosca offre ancora sul mercato nove milioni di barili al giorno, diventando automaticamente l’alternativa più appetibile per Cina e India e potendo vendere a prezzi più alti e con meno pressioni internazionali, una vera manna dopo quattro anni di guerra all’Ucraina. Tanto che, secondo il Financial Times, dall’inizio degli attacchi all’Iran il Cremlino avrebbe ottenuto un gettito stimato tra gli 1,3 e gli 1,9 miliardi di dollari dalle tasse sulle esportazioni di petrolio, registrando 150 milioni di dollari al giorno di extra-profitti. Esultano però anche i produttori americani di Gnl, che propongono contratti a lungo termine a compratori europei e asiatici bisognosi di diversificare le forniture. Intanto volano le quotazioni dell’oro, ai massimi storici, e le valute rifugio come lo yen e il franco svizzero. Ma la lista dei “perdenti” è molto più lunga e comprende anche l’Europa.

L’esposizione dell’ItaliaDavanti al Parlamento europeo, la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha sintetizzato il costo già sostenuto dall’Unione: «Dieci giorni di guerra sono costati ai contribuenti europei tre miliardi di euro in più per le importazioni di combustibili fossili». Un prezzo che non è distribuito in modo uniforme. Nomisma Energia stima infatti un aumento del 15% sulle bollette del gas in Italia dal 1° aprile e del 10% sull’elettricità nel secondo trimestre di quest’anno, con il rischio, secondo il presidente Davide Tabarelli, di tornare ai livelli del 2022 se il conflitto dovesse prolungarsi.
L’Italia infatti importa circa il 90% del proprio fabbisogno petrolifero via mare. L’anno scorso abbiamo acquistato all’estero circa 30 milioni di tonnellate di petrolio, di cui oltre il 70% da rotte vulnerabili al blocco dello Stretto di Hormuz. Dopo lo shock dell’invasione russa dell’Ucraina siamo riusciti a diversificare le fonti di approvvigionamento di gas ma restiamo esposti alle tensioni del mercato europeo, che a sua volta dipende in misura crescente dal Gnl americano. Ma siamo anche grandi consumatori di alluminio e non solo. L’industria nostrana dell’automotive, del packaging e delle costruzioni dipende in misura crescente dalle importazioni dal Golfo, proprio dove le forniture vengono progressivamente interrotte. Secondo le stime dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, il caro bollette dovuto all’aumento dei prezzi delle materie prime rischia di costare 9,3 miliardi di euro in più alle imprese e alle famiglie italiane nel 2026, con i maggiori rincari previsti a Roma, Milano e Napoli. Per ora il Governo della premier Giorgia Meloni però, dopo aver attivato per 20 giorni il «meccanismo delle cosiddette accise mobili» e aver presieduto riunioni di monitoraggio con il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani e con il suo collega alle Imprese Adolfo Urso, prende tempo, sia sul fronte interno che internazionale.
Non è la prima volta che l’Italia affronta una crisi a Hormuz. Quasi quarant’anni fa, la Marina militare, che già dal 2020 partecipa all’operazione europea European Maritime Awareness in the Strait of Hormuz (EMASoH) insieme a Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Paesi Bassi, Portogallo e Norvegia, fu impegnata nell’operazione Golfo 1 per lo sminamento dello Stretto. Ora è di nuovo in allerta ma, sul piano della risposta militare collettiva, le reazioni alle richieste di Donald Trump di inviare navi da guerra per «presidiare» Hormuz sono state finora fredde: il Giappone ha escluso qualsiasi dispiegamento, l’Australia ha detto esplicitamente che non invierà navi, la Corea del Sud ha rimandato la decisione al Parlamento, la Germania si è dichiarata scettica persino sull’estensione della missione europea Aspides al di là del Mar Rosso e Roma aspetta. Intanto il conto lo paghiamo tutti.

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