Fuoco incrociato su Erbil: reportage dal Kurdistan iracheno

L’Iraq – e in particolare la regione autonoma del Kurdistan iracheno, nota come Krg – è tra i territori che stanno pagando il prezzo più alto per la guerra in Medio Oriente. A partire dal 28 febbraio, secondo il conteggio più aggiornato dei media locali, il Krg ha subito oltre 300 attacchi, tra raid missilistici e con droni. Ma il dato, raccolto sabato 14 marzo, è già in aumento. Al momento, si contano 7 vittime e 35 feriti, tra cui un soldato francese morto in un attacco contro una postazione delle forze francesi impegnate nel supporto ai Peshmerga curdi. 

L’Iraq è al centro di un fuoco incrociato nello scontro per procura tra le milizie sciite filo-iraniane, sostenute dal regime di Teheran, e i raid aerei delle forze statunitensi, impegnate a contenere l’azione offensiva di questi gruppi.

Se a una prima occhiata la maledizione irachena sembra risiedere nella sua posizione geografica, la sua spiegazione va ricercata nella molteplicità di attori e interessi in competizione sul territorio. 

Presenze occidentali
Nel pomeriggio del 28 febbraio la regione autonoma del Kurdistan iracheno è stata colpita dai primi attacchi missilistici e con droni diretti contro la base militare statunitense situata all’interno del perimetro dell’aeroporto internazionale della capitale, Erbil. 

Per una popolazione abituata a pagare il prezzo della presenza militare americana ogni volta che la temperatura nella regione aumenta, sono iniziate settimane segnate da un’escalation di attacchi, in particolare su Erbil ma anche in altre aree della regione. 

Erbil non è soltanto la capitale della Krg, ma anche uno dei principali snodi della presenza occidentale nel Paese. La sua rilevanza strategica è legata a importanti asset statunitensi, tra cui la base militare e quello che oggi è il più grande consolato americano del Medio Oriente. 

La base – che, nonostante il graduale disimpegno degli Stati Uniti dal Paese, ospita ancora truppe americane in un numero imprecisato – è stata uno dei principali avamposti della coalizione internazionale impegnata nell’operazione “Inherent Resolve” contro Daesh. 

Accanto, in strutture separate ma vicine, è stanziato quel che resta del contingente italiano dell’operazione “Prima Parthica”, presente in Kurdistan con compiti di addestramento delle forze Peshmerga della regione autonoma. La posizione è stata colpita nella sera dell’11 marzo da un drone che ha centrato l’area della base di Camp Singara, senza provocare vittime. L’impatto, ritenuto accidentale, ha spinto il Ministero della Difesa a ridurre con effetto immediato la presenza militare italiana, con la partenza di circa un centinaio di militari già nello scorso fine settimana. 

Non solo target militari, ma anche importanti infrastrutture energetiche sono diventate un obiettivo strategico: impianti petroliferi nel nord del Kurdistan sono stati colpiti, e la produzione nel giacimento di gas di Khor Mor, che alimenta gran parte dell’elettricità nella regione, è stata sospesa in via precauzionale. 

Un Paese intrappolato
Per il governo del Kurdistan iracheno, gli Stati Uniti rappresentano da sempre un alleato irrinunciabile, ma anche un peso. Il prezzo di questa alleanza è infatti la continua esposizione agli attacchi del network di gruppi armati che operano per conto di Teheran.

I raid in corso oggi sul territorio iracheno provengono in gran parte dell’interno del Paese, evidenziando la portata del problema politico interno e di sicurezza che il governo centrale di Baghdad si trova ad affrontare. 

Il nodo centrale che sta mettendo in difficoltà l’esecutivo è il peso politico e militare delle Forze di Mobilitazione Popolare (Popular Mobilization Forces, Pmf), una coalizione di gruppi armati che ebbe un ruolo rilevante nella sconfitta di Daesh e nella liberazione di aree del Paese tra il 2014-2017. Si tratta di un insieme di fazioni armate di matrice sciita che, al termine del conflitto, furono integrate nel sistema di sicurezza dello Stato, acquisendo nel tempo un’influenza sempre maggiore rispetto alle forze armate regolari. 

Le Pmf possono essere considerate un’entità armata formalmente parte dell’apparato di sicurezza iracheno, ma dotata di un elevato grado di autonomia. Un nodo problematico e mai risolto è il fatto che dispongano di una propria catena di comando e di un bilancio separato, elemento che consente ad alcune delle loro componenti di sostenere strutture parallele legate al regime degli ayatollah. Si tratta, in sostanza, di attori armati integrati nello Stato ma non pienamente controllati dal governo del primo ministro Mohammed Shia al-Sudani. 

A complicare ulteriormente il quadro è la cosiddetta Resistenza Islamica in Iraq, una sigla sotto la quale operano diverse milizie appartenenti alle Pmf e sostenute dall’Iran, che già nel recente passato si sono distinte per aver condotto attacchi significativi contro postazioni statunitensi nella regione. Proprio gruppi che operano sotto questa sigla, nelle ultime due settimane, hanno rivendicato gran parte degli attacchi compiuti in Kurdistan. 

Da qui nasce il paradosso iracheno: quello di un governo federale che tenta invano di destreggiarsi tra gli attacchi portati da questi gruppi contro asset del suo principale alleato sul territorio – Washington – la cui presenza nel Paese esiste proprio perché richiesta e concordata con il governo di Baghdad. 

Il governo di Sudani, sotto pressione per l’innegabile influenza dei partiti sciiti in parlamento e sempre più incapace di controllare l’operato di tali schegge impazzite – che da settimane hanno scatenato una pioggia di missili sul Kurdistan – si trova stretto tra più fronti: gli sciiti, gli Stati Uniti e la leadership dell’autonomia curda. 

Ci sono voluti cinque giorni dall’inizio della guerra perché il primo ministro prendesse posizione contro queste fazioni. Durante una riunione di sicurezza ad alto livello tenutasi a Baghdad, Sudani, che è anche comandante in capo delle forze armate,  ha dichiarato «tolleranza zero» verso qualsiasi entità che persegua azioni capaci di mettere a rischio la sicurezza nazionale e trascinare il Paese in guerra. 

Tuttavia l’avvertimento è caduto nel vuoto. L’escalation è proseguita, mettendo ulteriormente in imbarazzo il governo centrale, anche di fronte alle crescenti richieste di tutela provenienti dall’autonomia curda. 

Finora, anche la pressione del presidente della Krg, Nechirvan Barzani, comandante in capo delle forze Peshmerga, è rimasta senza risposta. Da settimane  il leader curdo ribadisce la necessità di mantenere il Kurdistan neutrale e di non trasformare il suo territorio nell’ennesimo terreno di sfida a Teheran. 

Le autorità regionali hanno finora contenuto la rabbia per quella che considerano una mancata protezione da parte di Baghdad, accusando tra le righe il governo federale di non fare abbastanza per fermare le milizie. La debolezza e l’ambivalenza del governo Sudani fanno sì che, in questa guerra, l’Iraq resti l’unico Paese intrappolato nel mezzo di un fuoco incrociato tra Teheran e Washington. 

La Coalizione degli esiliati
Nelle ultime settimane un ulteriore tassello si è aggiunto a una situazione interna già estremamente complessa. Il 22 febbraio – appena una settimana prima dell’inizio del conflitto – ha segnato un momento di svolta per cinque dei principali partiti di opposizione curdo-iraniani, che hanno deciso di fare fronte comune dando vita alla Coalizione delle Forze Politiche del Kurdistan Iraniano. Si tratta di gruppi che da anni vivono in esilio nel Kurdistan iracheno e le cui basi in territorio iracheno da settimane sono bersaglio di pesanti attacchi da parte delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. 

Alla coalizione, a cui si è aggiunto un sesto membro pochi giorni dopo, viene attribuito un obiettivo politico chiaro: il rovesciamento della Repubblica Islamica, insieme alla rivendicazione di lungo periodo dell’autodeterminazione curda in Iran e alla creazione di un sistema politico e amministrativo autonomo. 

Nei primi giorni di marzo hanno iniziato a circolare indiscrezioni secondo cui il presidente statunitense Donald Trump starebbe valutando questi gruppi come un potenziale alleato nella pressione contro il regime di Teheran. Trump, che ha dichiarato la propria apertura ad un possibile coinvolgimento curdo, avrebbe contemplato l’ipotesi di impiegare tali formazioni in un’offensiva terrestre oltre il confine iraniano. Una posizione in seguito ridimensionata dallo stesso presidente a fronte delle esitazioni dei leader della Krg. 

Successivamente, una fonte interna al Pdki (il Kurdistan Democratic Party of Iran, uno dei più storici gruppi di opposizione parte della coalizione) ha confermato a un media locale che il leader del partito, Mustafa Hijri, avrebbe avuto un contatto telefonico con Trump. 

Ma quanto è realistica l’ipotesi di un’offensiva di terra in Iran, e soprattutto quanto è imminente? Amanj Zibaee, responsabile della comunicazione del Pdki a Erbil, mi risponde così: «Dipende principalmente dalla leadership del Pdki. Quando riterranno che sia il momento giusto per procedere, lo faranno. Si tratta di una decisione della dirigenza del Pdki e della coalizione che si è formata di recente. Ma questa sarebbe soltanto una delle nostre possibili azioni». 

Zibaee ricorda che, sebbene la guerra tra Stati Uniti e Iran sia in corso da poche settimane, il Pdki combatte contro il regime iraniano da oltre ottant’anni. «In questa lotta non siamo i proxy di nessuno. È evidente che abbiamo un nemico comune, l’Iran, tanto per noi quanto per Israele e gli Stati Uniti. Ma al momento non sappiamo di un canale diretto con Trump per sapere di cosa abbia bisogno», puntualizza. Poi il portavoce aggiunge: «È però molto importante che consideriamo questi ultimi sviluppi nella nostra lotta». Secondo Zibaee, l’Iran si sente oggi sotto pressione, ma l’escalation di attacchi contro le infrastrutture dei gruppi di opposizione curdo-iraniani in Iraq non rappresenta una novità. 

Nel corso della conversazione emergono due nodi centrali: la possibile fornitura di armi da parte degli Stati Uniti e il rischio che la guerra si estenda ulteriormente al territorio iracheno. Alla domanda se la Coalizione si aspetti un sostegno politico oltre a quello militare, Zibaee risponde con cautela: «Chi ha detto che abbiamo supporto militare dagli Stati Uniti? Avere supporto politico non significa che abbiamo ricevuto equipaggiamento militare. Ciò di cui abbiamo realmente bisogno è supporto politico, anche se questo non esclude che il supporto militare possa diventare necessario».

I rapporti tra i gruppi di opposizione curdo-iraniani e la nazione ospite – il Kurdistan iracheno – restano in un equilibrio traballante. L’ipotesi di un’offensiva di terra che li veda attraversare il confine non è accolta con favore dalle autorità della Krg, che in questi giorni cercano strenuamente di restare fuori da una guerra con l’imponente vicino. Zibaee lo riconosce apertamente: «Le autorità della Krg hanno detto chiaramente di non voler essere parte di questa guerra. Finché viviamo qui dobbiamo rispettare le loro leggi e le loro politiche, sia quelle della Regione Autonoma del Kurdistan sia quelle dell’Iraq nel suo complesso». 

Sulla spinosa questione delle milizie sciite, il portavoce accenna al vero nodo politico che Baghdad fatica a sciogliere: «Personalmente credo che il governo iracheno non sia in grado di fermare questi gruppi proxy, ma non ritengo l’Iraq responsabile di ciò che sta accadendo. Sono questi gruppi, sostenuti dal regime iraniano, i responsabili». «Sono convinto – chiosa – che il regime sia sull’orlo del collasso e verrà obliterato molto presto». 

Sotto droni e missili
I primi attacchi con droni su Erbil si sono avvertiti nel pomeriggio del 28 febbraio. Non c’è stato alcun effetto sorpresa: solo pochi giorni prima Kata’ib Hezbollah, la milizia che guida una parte delle Pmf, aveva avvertito i propri membri di prepararsi a una «lunga guerra d’attrito» nel caso di un attacco statunitense. Alla vigilia della guerra le milizie avevano inoltre lanciato un doppio avvertimento: uno rivolto al governo della Krg, messo in guardia da qualsiasi collaborazione con quelle definite «forze straniere ostili», e l’altro ai gruppi di opposizione curdo-iraniani basati nella regione, invitati a non immischiarsi né a condurre operazioni contro Teheran. 

Il silenzio iniziale del primo ministro Sudani di fronte a queste dichiarazioni ha confermato ancora una volta l’ambiguità della linea di Baghdad, attenta a non entrare in aperto conflitto con nessuno. Che l’Iraq – e in particolare il Kurdistan – sarebbe tornato rapidamente ad essere teatro di guerra è apparso chiaro poche ore dopo. Subito dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’alba del 28, le piattaforme media delle milizie hanno annunciato l’avvio di una campagna di ritorsioni. La promessa di rispondere all’aggressione con attacchi coordinati contro le basi militari statunitensi si è presto tradotta nei fatti, inaugurando per Erbil una sequenza quasi ininterrotta di bombardamenti missilistici e attacchi con droni. 

Forti esplosioni, concentrate soprattutto nelle prime ore del mattino e a tarda sera, hanno nuovamente destabilizzato la vita quotidiana della popolazione locale, portando nei primi giorni della guerra alla chiusura di scuole e uffici e riportando ad una diffusa percezione di vulnerabilità in una città dove i rifugi sono praticamente inesistenti. 

Erbil convive da anni con una fragilità legata alla presenza militare e diplomatica statunitense, e i residenti si affidano al sistema di difesa aerea della Coalizione che, finora, grazie ai missili Patriot, ha garantito l’intercettazione e la distruzione nei cieli della città della maggior parte dei vettori ostili. Il rischio maggiore, tuttavia, deriva dalla caduta accidentale dei detriti di droni e missili intercettati, che non di rado finiscono su edifici civili e complessi residenziali. 

Le giornate sono state scandite da attacchi che sollevano imponenti colonne di fumo, soprattutto nell’area dell’aeroporto, nelle zone che ospitano gli hotel internazionali e nei quartieri dove hanno sede le basi ufficiali dei partiti di opposizione curdo-iraniani. 

Con il passare dei giorni, i residenti iniziano a mostrare i segni della stanchezza, logorati da notti interrotte dai boati che risuonano tra i palazzi. A soffrire più di tutti è il quartiere più vicino all’aeroporto, un’area che durante la guerra contro Daesh è diventata il principale approdo per la maggior parte dei cristiani in fuga da Mosul. Qui le ore buie scorrono spesso nell’attesa della prossima esplosione proveniente dall’area dalla base. 

Alcuni episodi hanno scosso in modo particolare questa comunità di case basse e completamente priva di bunker o scantinati. Un drone si è abbattuto su un complesso religioso appartenente alla Chiesa cattolica caldea dell’Arcidiocesi di Erbil: la forte esplosione è stata avvertita in diverse aree della città, seguita dal suono delle sirene; l’incidente ha causato fortunatamente un solo ferito. Altri episodi preoccupanti riguardano la caduta di detriti di droni all’interno di alcune abitazioni.

Nonostante l’allarme, peraltro, molti residenti sono restii a cambiare le proprie abitudini o ad abbandonare le proprie case, anche se alcune famiglie hanno scelto temporaneamente di lasciare la città per rifugiarsi in aree più sicure in campagna o nella città settentrionale di Duhok. 

A spiegare questa apparente abitudine al rischio c’è anche un elemento storico: fino al 2025 il Consolato degli Stati Uniti si trovava proprio nel cuore di questo quartiere, circondato da abitazioni e ristoranti che avevano già subito l’impatto di diversi attacchi missilistici nel 2022 e 2024. Oggi molti residenti dicono di sentirsi sollevati dal trasferimento del consolato a nord-est della città, in un’area molto meno popolata. 

La presenza militare statunitense, tuttavia, raramente viene criticata in modo aperto. Alcune delle persone incontrate in questi giorni ammettono che, storicamente, gli americani qui sono stati al contempo una benedizione e una fardello. Ma la profonda lealtà strategica delle autorità della Krg a Washington spinge molti alla cautela. Nessuno sembra disposto a esporsi, soprattutto in un momento così delicato. 

Altolà
Il 16 marzo è arrivato un ulteriore richiamo da Baghdad alle autorità curde, alle quali è stato intimato di impedire qualsiasi iniziativa armata sulle montagne curde oltre il confine. Il governo centrale ha fatto sapere che, in caso contrario, le forze armate federali verrebbero dispiegate nel territorio della regione autonoma lungo il confine con l’Iran per bloccare qualsiasi operazione militare. Si tratta dell’avvertimento più deciso arrivato finora, dettato dalla paura che le autorità regionali possano cedere a eventuali pressioni di Washington. 

Qubad Talabani, vice primo ministro della Krg, ha respinto con fermezza questa ipotesi, negando qualsiasi intenzione di spingere il Kurdistan verso un campagna militare di questo tipo. Per ora il Kurdistan iracheno – e con esso l’Iraq – continua a muoversi su una linea sottile, oltre la quale il conflitto regionale rischia ormai di tracimare.

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