Se c’è un teatro nel quale la diplomazia europea, per una volta, era riuscita a recitare un ruolo da protagonista, è quello del negoziato sul programma nucleare dell’Iran. Tra il 2003 e il 2015 Francia, Germania e Regno Unito, coadiuvati dall’Unione europea, avevano mediato con successo le trattative tra il regime di Teheran e gli Stati Uniti, fino alla storica firma del Jcpoa (Joint Comprehensive Plan of Action): l’accordo – che coinvolgeva anche Cina e Russia – da un lato imponeva ai pasdaran di non costruire né acquisire armi atomiche e dall’altro li liberava dal macigno delle sanzioni economiche. Oggi la guerra scatenata da Usa e Israele contro la Repubblica islamica certifica che quella rara capacità europea di incidere è svanita.
Le cancellerie del vecchio continente sono state informate dell’attacco contro l’Iran quando i missili erano già partiti, segno di una irrilevanza sostanziale rispetto alla questione. E, di fronte a ciò che accade adesso nel Golfo, parlano e agiscono con una difformità tale da rendere palese, una volta di più, perché l’Ue faccia tanta fatica a esprimere una politica estera chiara e univoca.
Per giunta, questa marginalità è anche un danno economico: la crisi dello Stretto di Hormuz e la conseguente impennata dei prezzi delle materie prime (energetiche ma non solo) rischia di costare caro alle nostre latitudini più che altrove.
Accordo fallito
Per comprendere l’inconsistenza attuale del vecchio continente bisogna riavvolgere il nastro delle puntate precedenti.
«Gli europei hanno potuto giocare un ruolo geopolitico finché il Jcpoa ha avuto un senso», dice a TPI Riccardo Alcaro, coordinatore delle ricerche dell’Istituto Affari Internazionali (Iai). Nelle trattative che portarono a quell’accordo, ricostruisce l’analista, il gruppo E3 (Francia, Germania e Regno Unito) e l’Ue «svolsero un grandissimo lavoro diplomatico sfruttando essenzialmente due fattori. Il primo è che quella iraniana era diventata una questione che riguardava prioritariamente l’ambito nucleare. Il secondo è che nei vertici politici degli Stati Uniti, in particolare sotto la presidenza di Barack Obama, si era affermata la convinzione che la questione iraniana non potesse essere affrontata militarmente».
Il quadro è cambiato a partire dal novembre 2016, quando Donald Trump è stato eletto per la prima volta alla presidenza degli Usa: «Trump – spiega Alcaro – ha di nuovo subordinato la dimensione normativa della non proliferazione nucleare, dove era possibile una logica win-win, rispetto alla rivalità ideologico-geopolitica con l’Iran, dove predomina una logica a somma zero». Nel 2018 gli americani si sono quindi sfilati dal Jcpoa. A quel punto «gli europei si sono trovati in una situazione impossibile: da un lato la volontà di salvaguardare l’intesa con Teheran, dall’altro la necessità di mantenere una relazione transatlantica cooperativa».
Visto dalla prospettiva dell’Iran, il passo indietro di Washington e il conseguente ripristino delle sanzioni statunitensi hanno fornito un prezioso assist alla fazione più oltranzista del Paese. Dopo il 2018, continua l’analista dello Iai, «la politica di Teheran si è fatta sempre più aggressiva. Sia sul fronte esterno, con i sabotaggi nel Golfo e gli attacchi agli impianti di Aramco in Arabia Saudita, sia sul fronte interno, con la repressione nel sangue delle proteste partite sull’onda della grave crisi economica».
Per la diplomazia del vecchio continente, l’anno spartiacque è il 2022: «Quell’anno – ricorda Alcaro – si verificano tre condizioni che portano gli europei a diventare più ostili verso l’Iran. Primo: il Governo iraniano fa marcia indietro sulla riattivazione del Jcpoa sotto la presidenza Usa di Joe Biden. Secondo: il regime reprime duramente le manifestazioni di piazza seguite alla morte di Mahsa Amini, e in Europa la vicenda ha un’eco enorme. Terzo: la Russia inizia a usare droni iraniani per colpire obiettivi civili in Ucraina. Qualsiasi possibilità di dialogo tra Europa e Iran diventa così difficilissima».
Poi arrivano gli attentati del 7 ottobre 2023, il bagno di sangue nella Striscia di Gaza, gli attacchi reciproci tra Israele e Iran nel 2024, la rielezione di Trump alla Casa Bianca, fino alla guerra dei dodici giorni del giugno 2025. «Dopo quel conflitto – nota l’analista dello Iai – gli europei iniziano a riscontrare dei vantaggi nell’approccio militare, poiché, da un lato, il programma nucleare iraniano risulta seriamente danneggiato e, dall’altro, l’intervento armato non ha innescato quel conflitto regionale che si temeva».
Nelle settimane seguenti alla guerra dei dodici giorni l’Iran rifiuta la proposta europea di negoziare un nuovo accordo sulla base di condizioni preliminari molto severe per evitare la riattivazione delle sanzioni Onu e Ue, che erano state revocate in base al Jcpoa. Alla fine di settembre l’Ue ripristina le sue sanzioni settoriali contro Teheran. Da allora l’Europa esce di scena, almeno dal campo della diplomazia.
Doppio standard
Quando, lo scorso 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran e ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha parlato di «una rinnovata speranza per il popolo iraniano» e ha intimato all’aggredito, Teheran, di «cessare i suoi attacchi sconsiderati e indiscriminati contro i suoi vicini e Paesi sovrani», auspicando «una transizione credibile per l’Iran», ossia un cambio di regime.
Nemmeno nei giorni seguenti la leader dell’esecutivo Ue ha menzionato la violazione del diritto internazionale commessa da Usa e Stato ebraico. Non bisogna essere filoputiniani per notare il doppio standard applicato rispetto all’invasione russa dell’Ucraina.
Come ha osservato Pierre Vimont, analista dell’autorevole think tank Carnegie Europe, «questa rinnovata percezione di un atteggiamento basato su due pesi e due misure non solo indebolisce la posizione dell’Europa sulla guerra della Russia contro l’Ucraina, ma la emargina ulteriormente come attore poco serio». «I leader europei – prevede facilmente Vimont – saranno ancora una volta visti come incapaci di mettere in pratica i principi liberali del diritto e dell’ordine internazionale che costantemente predicano».
Da Madrid a Parigi
Malgrado la freddezza della maggioranza dei Paesi membri, l’Alta rappresentante per la Politica estera dell’Ue, Kaja Kallas, si è mostrata disponibile a trovare un modo per andare incontro alla richiesta di Trump di formare una coalizione armata nello Stretto di Hormuz.
Dopo l’attacco iraniano contro la base aerea britannica a Cipro, diversi governi del vecchio continente – Regno Unito, Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Grecia – hanno inviato navi militari o jet da combattimento nella zona del conflitto. Tutti, però, hanno sottolineato con forza di non voler entrare in guerra.
Tra i capi di stato e di governo, lo spagnolo Pedro Sánchez è quello che più si è distinto nel condannare l’operazione israelo-americana. Le sue parole sono state molto nette fin da subito: «Non si può reagire a un’illegalità con un’altra, così hanno inizio i più gravi disastri dell’umanità». «No alla guerra», ha scandito a chiare lettere il primo ministro socialista, che ha negato agli Usa l’utilizzo a fini bellici delle basi statunitensi su suolo iberico, scatenando l’ira della Casa Bianca.
Dopo Sánchez, anche il presidente francese Emmanuel Macron – forse preoccupato di perdere lo scettro di leader del fronte europeo anti-trumpiano – ha riconosciuto che gli attacchi contro l’Iran sono stati condotti «al di fuori del diritto internazionale». Poi, nel dodicesimo giorno di guerra, lo ha ammesso pure la presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, che peraltro ha annacquato le responsabilità di Usa e Israele rifacendosi a una crisi «strutturale» – e quindi trasversale – del diritto.
Da notare che sia Sánchez sia Macron sia la Meloni che si affaccia al referendum sulla riforma della magistratura devono fare i conti ciascuno con una situazione politica problematica sul piano interno.
Dei tre, il più impegnato in campo militare è senza dubbio il francese. Appena 48 ore dopo le prime bombe sganciate su Teheran, il capo dell’Eliseo – in una scenografica cerimonia tenuta presso la base navale di Île Longue, in Bretagna, dove sono di stanza i sottomarini nucleari francesi – ha solennemente annunciato che Parigi amplierà il proprio arsenale atomico ed è pronta ad aprire l’ombrello nucleare a difesa degli altri Stati europei (i colloqui sono avviati con otto capitali, tra cui non c’è Roma, che almeno per ora ha rifiutato di aderire).
In un’Europa sempre più militarizzata, i francesi vogliono essere i primi della fila, e possibilmente comandare gli altri.
E3: uno e trino
La Francia fa parte, insieme a Germania e Regno Unito, del gruppo E3, costituito nel 2003 proprio per instaurare un canale di dialogo con l’Iran. Dopo l’attacco lanciato da Stati Uniti e Israele, il gruppo ha diffuso un paio di brevi dichiarazioni ufficiali in cui condanna gli «attacchi sproporzionati» della Repubblica islamica e si impegna a «collaborare» con Usa e alleati «consentendo azioni difensive necessarie e proporzionate». Tuttavia ciascuno dei tre Paesi interpreta questa posizione a modo proprio.
La Francia ha dispiegato nel Golfo la portaerei Charles de Gaulle e i jet Rafale, ma non ha concesso agli Usa di utilizzare le basi francesi per le operazioni belliche. La Germania ha autorizzato Washington a servirsi delle basi tedesche ma non ha inviato alcun mezzo militare nella regione del conflitto. Il Regno Unito ha prima negato poi permesso l’utilizzo delle basi Usa in territorio britannico e ha inviato in Medio Oriente navi da guerra e aerei da combattimento.
Da Berlino a Roma
In questo contesto, merita un’attenzione specifica la relazione tra Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Lo scorso 2 marzo i due leader hanno stretto un accordo di cooperazione sulla deterrenza nucleare che prevede, tra le altre cose, la partecipazione dei tedeschi alle esercitazioni nucleari francesi. Ma tra Parigi e Berlino cova una silenziosa rivalità sul primato militare in Europa.
Se la Francia vuole irrobustire la propria potenza atomica, la Germania ha intrapreso una svolta epocale di bilancio pubblico e di politica industriale con l’obiettivo di allestire l’esercito convenzionale più forte del continente: il bilancio della difesa è aumentato del 20% nel 2025 e quest’anno dovrebbe sfondare quota 108 miliardi di euro, un record assoluto. Come recita una famosa battuta che circola nella letteratura geopolitica, se un giorno l’esercito comune europeo dovesse vedere la luce, lo comanderebbero i francesi e lo pagherebbero i tedeschi.
Merz ha una posizione diversa rispetto a Macron sulla guerra in Medio Oriente. Poco prima della sua visita alla Casa Bianca, quando il conflitto era appena iniziato, il cancelliere – che l’anno scorso disse «Israele contro l’Iran sta facendo il lavoro sporco per noi» – ha messo in chiaro da che parte sta: «Non è il momento di fare la predica ai nostri partner e alleati». Nei giorni seguenti, peraltro, ha constatato con preoccupazione la «mancanza di un piano comune per porre fine a questa guerra». La Germania ha un forte interesse affinché il conflitto non si prolunghi nel tempo: il caso ucraino insegna che una crisi dei prezzi energetici può far molto male alla manifattura tedesca.
Anche l’Italia – per lo stesso motivo – guarda con apprensione al blocco dello Stretto di Hormuz, ma Meloni è una delle più fedeli alleate di Trump in Europa e la sua postura rispetto alla guerra non potrà mai essere critica né tantomeno contrastante rispetto a quella di Washington.
Vassalli degli Stati Uniti
«In Europa ci sono troppe diversità ideologiche tra i singoli Paesi e i singoli leader», afferma Alcaro. «Allargando lo sguardo all’Ue, spiccano una mancanza di iniziativa e una incapacità di individuare i propri interessi in maniera chiara e di declinarli in azioni e prese di posizione concrete».
«Rispetto alla questione iraniana – spiega l’analista dello Iai – gli europei avrebbero sicuramente preferito una soluzione diplomatica, anche sulla via indicata dai Paesi arabi del Golfo: Qatar, Oman e Arabia Saudita in testa. Ma si sono trovati in una posizione in cui era impossibile conciliare i propri interessi con la politica degli Stati Uniti e l’atteggiamento oppositivo dell’Iran. Finché, a un certo punto, Israele ha forzato la mano».
«Il fattore Israele è completamente ingovernabile per gli europei», conclude Alcaro: «Ne sono succubi, così come sembrerebbero esserlo anche gli Stati Uniti. Anche le dichiarazioni rilasciate da von der Leyen e dall’Alta rappresentante per la politica estera dell’Ue (Kaja Kallas, ndr) denotano una mentalità da vassalli rispetto agli Usa».
Nuova ondata
Lo spaesamento e la debolezza dell’Europa di fronte ai repentini cambiamenti del mondo non è una novità degli ultimi mesi. Ma adesso a ciò si aggiunge una prospettiva spaventosa anche dal punto di vista economico.
La crisi nel Golfo ha fatto impennare i prezzi di petrolio e gas, e ciò espone l’Europa, continente importatore di energia, a enormi rischi. Secondo le stime del think tank Transport & Environment, se l’oro nero fosse quotato stabilmente a 100 dollari al barile, gli automobilisti dell’Ue si ritroverebbero a pagare benzina e diesel 55 miliardi di euro in più in un anno. E la volatilità dei prezzi energetici, come ha previsto anche la Bce, potrebbe innescare una nuova ondata inflazionistica. Che a sua volta potrebbe rallentare i Pil.
È il prezzo da sostenere per la crisi della nostra diplomazia. Rispetto al conflitto che sta incendiando il Medio Oriente, gli europei sono non solo “spettatori” ma anche “paganti”.




