Virman Cusenza, giornalista e scrittore, già direttore de Il Mattino e Il Messaggero, ha appena pubblicato “L’altro Garibaldi – I diari di Caprera” (collana Le Scie di Mondadori), una biografia inedita dell’«eroe dei due mondi» che sposta lo sguardo dall’epica del personaggio al suo volto più umano e agreste. Giuseppe Garibaldi viene raccontato nella sua vita quotidiana sull’isola di Caprera, luogo scelto non come fuga dal mondo, ma come centro operativo del suo pensiero e della sua azione. Il libro si basa su un documento inedito ritrovato da Cusenza, i diari agricoli tenuti dal carismatico generale che guidò la spedizione dei Mille.
Quelle pagine svelano le abitudini quotidiane di Garibaldi dal 1864 al 1876 (ma questi tredici anni sono solo la parte che ci è pervenuta, in realtà i diari coprivano un arco di tempo più vasto). Giorno per giorno, sono registrati la temperatura, la forza del vento, la pressione atmosferica, la fioritura o la semina del giorno. E nelle note a margine si fanno scoperte dal profondo significato storiografico: «Oggi è venuto l’emissario di Cavour», oppure «Oggi ho scritto a Mazzini» o ancora «Oggi è nata mia figlia Clelia»…
Il libro svela così alcuni insospettabili tratti caratteriali di Garibaldi, una figura lontana dagli stereotipi ed estremamente moderna per la sua epoca. «Nei suoi diari agricoli – spiega Cusenza – c’è un impasto fantastico di pubblico e privato, di agricolo e politico».

Perché occuparsi ancora di un personaggio così apparentemente già scandagliato in lungo e in largo dalla storiografia?
«Fino ad oggi Garibaldi non era conosciuto nella sua interezza. Ci eravamo limitati tutti a guardarlo nella sua dimensione museale o monumentale. Ma dietro l’eroe che abbiamo conosciuto sui banchi di scuola c’è un personaggio che è molto più sfaccettato, molto più ricco e moderno di quanto l’iconografia e la storiografia tradizionali ci avessero fatto conoscere. Ho pensato quindi che raccontare un Garibaldi nella sua dimensione più privata e personale e nel suo habitat naturale, ovvero l’isola di Caprera, potesse svelare un personaggio inedito».
In che modo la vita a Caprera riflette i valori personali di Garibaldi?
«La tenuta agricola di Garibaldi a Caprera facilita lo sviluppo della sua dimensione amicale e umana, la sua aspirazione ad avere una vita semplice, rustica, senza fronzoli, “lontano dal frastuono delle città”, come dice testualmente lui. Sull’isola, Garibaldi vive a stretto contatto con la natura nel suo complesso: le piante e gli animali, secondo lui, hanno un’anima. Con gli animali, in particolare, ha un rapporto profondamente empatico, al punto che nel 1871 fonda la Società Reale di Protezione degli Animali».
Nel libro racconti come, in quel suo buen retiro rurale, Garibaldi osservi minuziosamente le dinamiche che governano il mondo vegetale e animale, fino a trarne insegnamenti preziosi anche per la sua esperienza di combattente.
«Garibaldi trova una simmetria perfetta tra il mondo animale e vegetale e l’organizzazione propria di una struttura militare. L’esempio più significativo è quello dell’alveare, dove l’attività delle api è regolata in maniera davvero molto simile a ciò che avviene in una struttura militare complessa. Garibaldi è molto colpito e affascinato da questo equilibrio miracoloso che la natura è in grado di raggiungere, a tal punto da convincersi che sia utile imitarlo nel modo migliore possibile. Nei suoi diari afferma che, se avesse scoperto prima l’apicoltura, vi si sarebbe dedicato per tutta la vita: arriva ad avere quaranta alveari e si fa costruire una sorta di campana di vetro nella quale riproduce perfettamente un alveare, in modo da poter studiare tutte le fasi della vita delle api. D’altro canto, anche in questa sua attività contadina emerge il Garibaldi generale meticoloso, che utilizza la sua perizia militare per scopi agricoli. Penso ad esempio all’utilizzo della dinamite per sgombrare i terreni da grandi massi di granito che rendevano la terra non coltivabile. Oppure ai contratti standard che stipula con le famiglie dei pastori, arruolate per badare ai tanti animali sparsi sull’isola».
Come si combina tutto ciò con il suo spirito rivoluzionario?
«Garibaldi è un personaggio sui generis, non è il prototipo tipico dell’italiano. Per cominciare, è nato a Nizza: una città francese che poi diventa italiana e poi torna ad essere francese. Quest’uomo nella sua vita ha girato il mondo, toccando tutti i cinque continenti, dal Mar Nero al Mediterraneo passando per l’Africa del Nord, fino agli Stati Uniti, dove ottiene la cittadinanza americana e lavora nella fabbrica di Antonio Meucci, l’inventore del telefono. Negli Usa diventa capitano di imbarcazioni mercantili e naviga verso il Centro America, poi scende a sud fino al Perù, dove si dà al commercio di guano con la Cina. Dalla Cina arriva nelle Filippine, poi in Nuova Zelanda, quindi in Australia, per poi tornare in Perù. Quindi è di fatto una figura apolide e cosmopolita. Ha visto tante cose. Diventa l’italiano più conosciuto al mondo per le sue imprese militari, prima in Sud America, poi con la Repubblica romana e poi con la spedizione dei Mille. Ma dietro il suo impegno sul piano pubblico c’è la sua dimensione privata: fra queste due facce di Garibaldi c’è un’osmosi perfetta. Non c’è Caprera senza azione e non c’è azione senza Caprera».
Le sue imprese militari erano spinte dal suo individualismo o c’era un disegno più alto che lo guidava?
«Garibaldi è innanzitutto un grandissimo comunicatore. Senza capire la sua connessione al popolo, non si capisce la modernità del personaggio. Quando porta avanti le sue imprese militari, fa leva sulla sua aura, il suo fascino, la sua fama, per portarle al successo. Ma quando gli viene impedito di realizzare quelle imprese e deve rimanere fermo a Caprera a leccarsi le ferite – come dopo le battaglie dell’Aspromonte o di Mentana – si trasforma in una sorta di Cincinnato e sfrutta il riposo forzato per costruire il suo monumento. Il suo ragionamento è: nel momento in cui non posso avere successo sul piano militare, allora accresco i miei successi sul piano dell’immagine e del carisma. Cosa che puntualmente avviene. Paradossalmente, la stasi alimenta il suo mito. Gli basta indossare un poncho, un cappello e tenere in mano la zappa al posto della spada per fare centro sul piano della comunicazione. Altro che social! In più, Garibaldi ha una capacità straordinaria di unire, che si tratti di unire piante, animali o uomini. È un leader, ma non nel senso leaderistico del termine: non nel senso del comandare qualcuno, ma del guidare e spronare all’azione. Garibaldi è un leader che finalizza l’unione alla conquista di un risultato sul piano civile e sociale. Facci caso: le sue imprese non hanno mai come obiettivo quello di conquistare terre che appartengono ad altri, ma restituire ai popoli terre che appartengono a loro. Così vale è anche per l’Italia: si batte per dare a un Paese riunificato i territori che gli erano stati sottratti dai Borbone e dagli austriaci. Dopo di lui, nessuno ha avuto una pari capacità di unire. Tanto più se consideriamo che in cambio lui non avuto nulla. Né soldi né onori né cariche o riconoscimenti».
Tra Mazzini, Cavour e Garibaldi, possiamo dire che Garibaldi sia quello che più ha contribuito al mito dell’Italia unita?
«Sì, su questo non ho dubbi. È stato capace di smussare gli angoli e superare certe antipatie che c’erano nei confronti di altri protagonisti del Risorgimento. I Savoia al Sud erano percepiti come lo straniero: non sarebbero mai passati, se non ci fosse stato Garibaldi. Discorso analogo può essere fatto per i mazziniani, i quali erano certamente il motore delle insurrezioni politiche, ma erano assolutamente elitari rispetto alla popolazione italiana: se hanno avuto seguito, gran parte del merito va data alla capacità di Garibaldi di conciliare gli opposti. E ancora: perché Cavour finge di non sapere della spedizione dei Mille? Perché sa che solo Garibaldi può garantire il risultato. Poi, se dobbiamo dirla tutta, determinanti nel successo di quella spedizione non sono tanto i Savoia, quanto gli inglesi con i loro finanziamenti. E gli inglesi vedono proprio in Garibaldi, anche grazie ai suoi contatti con i servizi segreti di Londra, una pedina importante per far cadere la dominazione prima borbonica e poi francese sul Sud Italia. D’altra parte, al contrario, non è un caso che non sia Garibaldi a condurre l’operazione che porta alla breccia di Porta Pia: i Savoia lo tengono lontano da Roma in quanto lui è sgradito a Papa Pio IX».
Di leader come Garibaldi ne nasce uno ogni mille anni. Ma ce n’è anche uno solo che lontanamente gli si avvicina?
«Purtroppo no. Ci sono stati senza dubbio altri leader, altri personaggi che avevano un carisma simile al suo, ma nessuno nelle sue proporzioni. Per una ragione molto semplice, credo: perché lui, nella maggior parte dei casi, non è stato parte di qualche cosa ma è stato di tutti. Questo rappresenta un valore aggiunto unico per un Paese, come l’Italia, che storicamente è stato il Paese dei campanili e delle fazioni contrapposte. Con una battuta dico che oggi Garibaldi non starebbe a palazzo Chigi, ma al Quirinale».
Bisogna essere al di sopra ma anche al di fuori di tutto, per poter unire e condurre.
«Esatto. Bisogna essere il punto di riferimento e l’incarnazione di un principio e di un’esigenza di unitarietà. Garibaldi era un uomo di sinistra, un socialista umanitario: puntava alla giustizia sociale, a superare gli squilibri, al pacifismo. Ma al tempo stesso era anche un repubblicano lealista. Questi due posizionamenti sono trasversali: per questo la sua figura piace anche in ambienti che non sono di sinistra. Pure Mussolini, da ex socialista, capisce il suo potenziale mediatico e si appropria del suo simbolo facendo erigere statue in suo onore in varie parti d’Italia. Dopo la guerra, alle prime elezioni repubblicane del 1948, è il Fronte Popolare a fare la stessa operazione, piazzando Garibaldi sul suo stemma. Più avanti anche Craxi sfrutterà l’iconografia garibaldina. Ma sono tutte operazioni di facciata: il pensiero politico di Garibaldi, in realtà, non viene mai ri-attualizzato. Sono solo strumentalizzazioni. Eppure, ci sarebbe ampia materia per far capire come lui abbia saputo disegnare un campo larghissimo, quasi in stile Partito democratico americano: in questo senso è modernissimo».
Garibaldi avrebbe la capacità di unire persino le forze politiche così litigiose di oggi?
«Garibaldi sapeva unire, ma aveva un’idea molto chiara dell’obiettivo che voleva realizzare. A un certo punto si arrende al fatto che la sua idea di Paese non è realizzabile. Lui è un ripubblicano, vorrebbe la repubblica in Italia, ma – a differenza di Mazzini, che sostanzialmente dice “O repubblica o niente” – per lui il motto è “O l’Italia o la morte”. Il suo obiettivo è l’Italia. Quando capisce che lo si può raggiungere solo attraverso i Savoia, lo accetta: il suo slogan diventa “Italia e Vittorio Emanuele”, dove quella “e” ha un importante valore di congiunzione. In altre parole, Garibaldi punta a realizzare ciò che è possibile, non ciò che è impossibile. Questa è la sua grande lezione di realismo in un Paese, come l’Italia, in cui spesso si rinuncia a fare delle riforme con la scusa che non sarebbero perfette come le si vorrebbe».
Uno come lui come si collocherebbe nello scenario mondiale di oggi? Come si porrebbe rispetto a Donald Trump?
«È fin troppo evidente che sarebbe agli antipodi di un nazionalista come Trump. Garibaldi era un uomo di sinistra che portava avanti una battaglia internazionalista. L’internazionalista si batte per la libertà anche degli altri affinché ciascuno di essi ottenga la propria libertà: è per l’autodeterminazione dei popoli in autonomia. Il nazionalista ha come unico obiettivo quello di espandere la propria nazione, anche conquistando altre nazioni. Garibaldi aderisce a valori universali per cui ognuno ha il diritto di costruirsi la propria nazione. Nel 1867 alla Conferenza di Ginevra propone una piattaforma che di fatto è il nucleo della futura Onu».
La guerra in Medio Oriente sta aprendo una nuova crisi dei prezzi di petrolio e gas. Quale politica energetica potrebbe mettere l’Europa al riparo dalle turbolenze internazionali?
«Proiettarsi su sistemi energetici alternativi che, scommettendo sull’esaurimento progressivo delle scorte di petrolio, consentano di raggiungere un’autonomia europea, così da essere svincolati rispetto ai ricatti dei grandi potenze come Stati Uniti o Russia e dei Paesi petroliferi. L’Europa dovrebbe costruire la sua indipendenza politica e la sua libertà attraverso un’autonomia energetica che non ha».
Qual è l’aspetto che più ti ha appassionato di questo Garibaldi inedito che hai scoperto?
«La sua grande curiosità per l’uomo. Ha uno sguardo a 360 gradi sulla realtà. Rispetto a qualsiasi cosa inizi a fare, non si ferma mai a un approccio dilettantisco: se fa l’agricoltura diventa agronomo, se fa l’allevatore diventa esperto dei metodi dell’allevamento, se fa il militare crea la tattica della guerriglia, innovativa per la sua epoca. Tutto quello che fa lo fa con un approccio professionale, scientifico, metodologico».




