Dalla guerra commerciale al controllo di Taiwan, c’è un filo conduttore che attraversa i vari teatri in cui va in scena la rivalità tra Stati Uniti e Cina. La questione dei semiconduttori non è la principale a dividere le due principali potenze economiche del pianeta, ma forse più di altre è trasversale alle numerose partite aperte tra Washington e Pechino.
Considerati il principale collo di bottiglia per il controllo delle tecnologie del futuro, negli ultimi anni i semiconduttori sono stati oggetto di limitazioni drastiche agli scambi tra i due Paesi, ancora legati dalla più importante partnership commerciale al mondo, in termini di volumi di scambio.
Un progetto, quello di impedire ai produttori cinesi di colmare il divario con i concorrenti statunitensi, che ha accomunato maggioranze repubblicane e democratiche. Fin dalla prima amministrazione Trump il governo statunitense ha cercato di impedire alla Cina di rifornirsi dei chip più avanzati, tentando di fermare la vendita di macchinari dell’olandese Asml usati da produttori come la taiwanese Tsmc per produrre i semiconduttori di ultima generazione, necessari a loro volta per sviluppare i modelli più avanzati di intelligenza artificiale. A spingere il governo olandese a vietare l’esportazione dei macchinari è stata poi l’amministrazione Biden, che con il Chips Act del 2022 ha previsto sussidi per 52,7 miliardi di dollari per la produzione di semiconduttori negli Stati Uniti, imponendo al contempo un divieto decennale alla produzione di chip in Cina per le aziende che accettavano di ricevere i fondi. La stessa amministrazione democratica aveva imposto una serie di divieti all’esportazione in Cina di semiconduttori avanzati, come i chip A100 e N100 prodotti dal leader di mercato Nvidia. Nonostante i divieti alcune aziende cinesi hanno continuato a reperire chip avanzati in maniera clandestina, mentre aziende come Nvidia preparavano alternative ritagliate sulle nuove regolamentazioni per tornare a vendere sul mercato cinese. Ma Pechino sembrava avere forti dubbi.
Il caso Nvidia
Mentre Washington si preparava a inasprire le restrizioni sulla vendita di semiconduttori avanzati alla Cina, le autorità cinesi avevano infatti indicato di voler di limitare le importazioni per sostenere i campioni nazionali. Uno stallo che aveva addirittura spinto Nvidia, azienda simbolo del boom dell’intelligenza artificiale a fermare la produzione di chip H200 destinati al mercato cinese, prima che Pechino decidesse di dare il suo via libera.
Nonostante le barriere erette da Washington e da Pechino, tornare in Cina rappresenta un traguardo significativo per Nvidia, che aveva una quota di mercato del 95 per cento fino al 2022. La sua presenza nei chip avanzati si era poi azzerata, almeno nel mercato legale, mentre a livello informale continuavano a circolare chip come l’H100 e l’A100. Anche per questo l’amministratore delegato Jensen Huang ha accolto con entusiasmo il via libera di Pechino, parlando di ordini da «molte» aziende, dopo aver esercitato forti pressioni su entrambi i governi per ottenere l’autorizzazione alla vendita dei chip.
Il caso sembra essere uno specchio del clima incerto navigato dai produttori di semiconduttori, alle prese da una parte con elementi dell’amministrazione statunitense che premono per ampliare le restrizioni e dall’altra con le autorità cinesi tentate da imporre limiti alle importazioni di chip per sostenere i produttori locali.
Divario ampio
Da un lato l’industria cinese ha risposto brillantemente ai divieti imposti sui chip, riuscendo a realizzare modelli di intelligenza artificiale meno dispendiosi ma in grado comunque di offrire prestazioni paragonabili alle controparti statunitensi, in base a molti benchmark. Diversi osservatori, anche dalla Cina, puntano però il dito sul divario ancora ampio che separa l’industria cinese da quella statunitense, che a metà 2025, secondo uno studio della Federal Reserve Usa, deteneva il 74 per cento della potenza di calcolo globale per l’intelligenza artificiale, rispetto al 14 per cento della Cina. In un’intervista del 2024 lo stesso Liang Wenfeng, fondatore di DeepSeek, l’azienda che ha dato vita a quello che è stato definito un “momento Sputnik” per l’industria cinese dell’intelligenza artificiale, ha dichiarato che «il denaro non è mai stato un problema; il problema sono i divieti sulle spedizioni di chip avanzati».
Vantaggi per il futuro?
Nonostante le difficoltà nel superare i divieti sui semiconduttori avanzati uno dei fattori che hanno consentito alle aziende cinesi di competere nell’ambito dell’intelligenza artificiale è la disponibilità di energia a buon mercato, con cui soddisfare gli ingenti consumi energetici dei data center. Un vantaggio che la guerra in Iran ha messo a repentaglio, con l’incertezza sulle forniture di petrolio dal Golfo alla Cina, principale importatore al mondo di greggio. Ma che secondo alcuni commentatori la Cina potrebbe continuare a mantenere, grazie agli investimenti nella diversificazione del mix energetico, che l’hanno portata a detenere un terzo della capacità di generazione di energia rinnovabile a livello mondiale, e all’accumulazione aggressiva di scorte energetiche. Anche sul fronte della dipendenza dalle forniture di elio, usato nel raffreddamento dei wafer, la Cina potrebbe ricavare alcuni vantaggi rispetto ad altri Paesi produttori di chip, come la Corea del Sud, Questo grazie alla scoperta di un maxi-giacimento di gas ricco di elio, di cui prima della guerra il Qatar forniva circa un terzo dei consumi globali.
Per quanto riguarda il futuro, nel suo ultimo piano quinquennale, approvato dalla Repubblica popolare cinese il 12 marzo scorso, Pechino ha indicato i semiconduttori come area strategica, chiedendo progressi significativi lungo l’intera filiera nel tentativo di raggiungere l’autosufficienza. La previsione è di portare entro due anni la capacità produttiva di wafer (le lamine su cui vengono incisi i semiconduttori) per i processi standard al 42 per cento di quella globale, dal 32 per cento nel 2025. Anche in questo ambito, le tensioni con gli Stati Uniti non sono cessate, arrivando a lambire anche la comunità scientifica. A fine marzo la Federazione informatica della Cina è arrivata a indire il boicottaggio di una delle più conferenze al mondo sull’intelligenza artificiale, la Conferenza sui sistemi neurali di elaborazione delle informazioni (NeurIPS), dopo che gli organizzatori avevano rifiutato di accettare studi da ricercatori affiliati a enti sanzionati, tra cui Huawei. L’evento vede regolarmente la partecipazione di ricercatori cinesi e vede tra i suoi principali sponsor aziende tecnologiche cinesi, tra cui Alibaba, ByteDance e Ant Group.
Gli organizzatori si sono poi scusati, sostenendo di aver interpretato in maniera rigida il regime delle sanzioni statunitensi, parlando di un «errore» causato da «un problema di comunicazione tra la Fondazione NeurIPS», che ha sede in California, «e il nostro team legale».
Cosa succede in Europa?
Da questa contesa sembra nettamente esclusa l’Europa, nonostante a inizio anni ’90 detenesse più del 40 per cento della capacità produttiva di wafer, passata nel 2020 all’8 per cento. A questo declino di lungo termine è seguito il flop del Chips Act, approvato dai 27 Paesi membri dell’Unione Europea nel 2023. Secondo la Corte dei conti europea, raggiungere l’obiettivo del 20 per cento del valore della produzione globale entro il 2030 è un miraggio, se rapportato al 10 per cento attuale.
A ricordare il verdetto impietoso è Le Monde che in un articolo dedicato a «L’inesorabile declino del settore dei semiconduttori in Europa» rievoca gli annunci di Emmanuel Macron e di Olaf Scholz, relativi rispettivamente a un investimento da 7,5 miliardi di euro del gruppo italo-francese STMicroelectronics, per ampliare uno stabilimento di produzione di chip a Crolles, nel sud-est della Francia, e di uno da 30 miliardi di euro della statunitense Intel a Magdeburgo. Annunciati a luglio 2022 e giugno 2023, entrambi sono stati abbandonati.
Il rischio Taiwan
Nonostante il primato statunitense nell’industria dei semiconduttori, uno degli snodi più importanti nella produzione mondiale dei chip si trova a pochi chilometri dalle coste della Cina continentale. A Taiwan si trova infatti la «più importante azienda al mondo» come l’aveva definita sulle colonne del New York Times il commentatore Nicholas Kristof. L’azienda che produce più del 90 per cento dei chip più avanzati al mondo è una delle società «più importanti al mondo», secondo quanto dichiarato dall’investitore Warren Buffett, che ha detto di aver venduto la sua partecipazione perché non gli piace «la posizione geografica». La situazione legata alla concentrazione della produzione di chip viene dipinta a tinte apocalittiche dagli esponenti dell’amministrazione statunitense che mettono in guardia dalle mosse di Pechino. Secondo il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent «la più grande minaccia per l’economia mondiale, il più grande elemento di fragilità, è che il 97 per cento dei chip di fascia alta sono prodotti a Taiwan». «Se quell’isola venisse bloccata», ha detto durante il World Economic Forum a Davos, «sarebbe un’apocalisse economica». Anche Donald Trump ha sostenuto che se la Cina si dovesse prendere Taiwan «può potenzialmente spegnere il mondo». Ma ha anche più volte accusato Taiwan di aver sottratto l’industria dei semiconduttori agli Stati Uniti, sostenendo in un’intervista del 2023 che «avremmo dovuto fermarli». Il tema della possibile annessione dell’isola da parte di Pechino, pacifica o con la forza, farà da sfondo ai colloqui che il presidente statunitense terrà con il suo omologo cinese a metà maggio, dopo essere stati rimandati a causa della guerra con l’Iran. In passato Trump si è detto certo che Xi Jinping non procederà alla riunificazione finché lui rimarrà in carica. «Mi ha detto: “Non lo farò mai finché sarai presidente”», ha detto il tycoon newyorkese lo scorso agosto, aggiungendo che Xi gli aveva anche confidato: «Ma io sono molto paziente, e la Cina è molto paziente».



