Il capoufficio dell’Undp a Gaza Alessandro Mrakic a TPI: “La lunga strada della Striscia dalle macerie alla ricostruzione”

Quasi due milioni di sfollati, praticamente tutta la popolazione in povertà, 900mila tonnellate di rifiuti accumulati dall’inizio del conflitto, almeno 61 milioni di tonnellate di macerie prodotte dalla distruzione o dal danneggiamento di quasi l’80% degli edifici e i bombardamenti che riprendono sporadicamente malgrado la tregua. Dopo due anni di guerra tra Israele e Hamas e almeno 71mila vittime, la situazione a Gaza è disastrosa: i servizi idrici e igienico sanitari sono al collasso e i danni ambientali al suolo, alle riserve di acqua dolce e alla costa contribuiscono ad alimentare la crisi umanitaria, aggravata dagli ostacoli all’afflusso degli aiuti. Dietro le cifre però c’è una popolazione che continua a soffrire e a morire per le conseguenze del conflitto. «La portata della distruzione nella Striscia è quasi inconcepibile», ci spiega Alessandro Mrakic, responsabile dell’ufficio di Gaza del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp). «Qui si vive letteralmente sotto un telone di plastica, in condizioni disperate».
Con il cessate il fuoco entrato in vigore lo scorso 10 ottobre si è aperto uno spiraglio ma la strada è lunghissima e costosissima. «Potrebbero volerci dai sette ai dieci anni solo per rimuovere le macerie», sottolinea Mrakic. «Il costo dovrebbe aggirarsi intorno ai 2,5 miliardi di dollari». Una cifra da aggiungere ai danni causati dal conflitto che, secondo le ultime valutazioni dell’Onu, dell’Unione europea e dalla Banca mondiale, ammontano ad almeno 70 miliardi di dollari. Ma prima di pensare alla ricostruzione, bisogna cominciare dalle basi: dalla raccolta dei rifiuti alla gestione delle macerie, dal ripristino dei servizi idrici e fognari alla riapertura di strade e ospedali. «In questa fase è importante lavorare alla pianificazione nel rispetto dei diritti di proprietà dei residenti», rimarca il responsabile dell’ufficio di Gaza dell’Undp. «Dobbiamo ascoltare e coinvolgere le comunità locali».

Com’è la situazione a Gaza?
«È un momento in cui si aprono una serie di opportunità: con la seconda fase del cessate il fuoco la popolazione nutre molte aspettative per un cambiamento. Bisogna uscire dalla fase di soli aiuti umanitari, che è ancora durissima anche a causa dell’inverno più rigido da tre anni a questa parte, per passare a una di “early recovery” (ripresa, ndr)».
In che condizioni vivono i civili?
«Qui si vive letteralmente sotto un telone di plastica, in condizioni disperate. Quasi il 90% della popolazione di Gaza è sfollata, circa 1,9 milioni di persone. Molti vivono in tendopoli senza la possibilità di ripararsi dal freddo. I mezzi di sussistenza e i servizi di base sono gravemente compromessi, con un tasso di disoccupazione all’80%, mentre il 98% della popolazione della Striscia è ormai in condizioni di povertà multidimensionale. La portata della distruzione a Gaza è senza precedenti, con la più grande concentrazione di macerie pro-capite nella storia moderna».
La Mezzaluna Rossa palestinese parla di migliaia di potenziali vittime ancora sotto le macerie.
«Questo è uno degli aspetti più dolorosi e delicati della ripresa a Gaza. L’entità della distruzione fa sì che, tragicamente, si creda che molte persone siano ancora sotto le macerie. Il rispetto della dignità umana guida gli sforzi dell’Undp nella gestione dei detriti. Collaborando a stretto contatto con il Comitato Internazionale della Croce Rossa (Cicr) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), garantiamo che tutta la rimozione dei detriti rispetti rigorosi standard di sicurezza e umanitari. Laddove vengano rinvenuti resti umani, questi vengono recuperati e trattati con dignità, in linea con il diritto internazionale e le migliori pratiche di settore».
Come gestite la mancanza di infrastrutture per il trattamento delle acque reflue nelle tendopoli e negli insediamenti tra le macerie?
«L’Undp sta riabilitando i punti critici di scarico delle acque reflue in aree chiave della Striscia di Gaza per favorire un corretto drenaggio e mitigare i rischi per la salute e i danni alle infrastrutture causati dalle inondazioni».
Ci fa qualche esempio?
«Ad esempio, abbiamo recentemente ripristinato un punto critico di scarico delle acque reflue vicino all’ospedale Rantisi di Gaza City. In precedenza, le inondazioni avevano causato danni per centinaia di migliaia di dollari alle forniture mediche e ai medicinali conservati nel seminterrato. Ora il sistema di scarico delle acque reflue è pienamente funzionante».
L’inquinamento però ha colpito le falde acquifere della Striscia.
«Nessuno degli impianti di trattamento delle acque reflue di Gaza è funzionante e la distruzione delle tubature e l’accumulo di pozzi neri stanno avendo effetti negativi sull’ambiente e sulla salute umana».
La carenza di servizi igienico-sanitari può provocare la diffusione di malattie infettive letali come colera, poliomielite, etc. Quali sono i rischi per la popolazione?«L’accumulo di rifiuti solidi crea gravi rischi per la salute e l’ambiente. Provoca la diffusione di malattie infettive e problemi respiratori. Gaza si trova inoltre ad affrontare la carenza di infrastrutture sanitarie e di forniture mediche e l’accumulo di rifiuti solidi aumenta ulteriormente la pressione su un sistema sanitario già indebolito».Come gestite l’emergenza e il ciclo dei rifiuti nella Striscia?
«L’accumulo di rifiuti solidi continua a rappresentare un grave rischio per la salute pubblica a Gaza. Dall’inizio della recente guerra, circa 900mila tonnellate di rifiuti sono state prodotte e scaricate in discariche temporanee. L’Undp ha raccolto oltre 587mila tonnellate di rifiuti solidi, a beneficio di 1,4 milioni di persone. Ciò avviene attraverso la raccolta primaria – che prevede il prelievo manuale tramite trattori e carretti trainati da asini dai nuclei familiari fino ai punti di raccolta – e la raccolta secondaria – che tramite camion va dai punti di raccolta alle discariche».
È possibile il riciclo in questa fase?
«Il riciclo formale e organizzato dei rifiuti è minimo a Gaza a causa della mancanza di infrastrutture e attrezzature. Esiste invece una sorta di riciclo informale, che include il riutilizzo di plastica e rottami metallici».
Ma dove finiscono i rifiuti una volta raccolti?
«Le due principali discariche sanitarie di Gaza rimangono inaccessibili, tuttavia 12 siti di scarico temporanei sono accessibili e operativi. L’Undp ha supportato la bonifica di quattro discariche e ha ora iniziato a preparare il terreno per il trasferimento dell’enorme discarica del mercato di Firas fuori dalla città di Gaza. Parliamo di un’area con 300mila metri cubi di rifiuti solidi accumulati, con un’altezza massima di 13 metri. Lo spostamento di questa discarica porterà grandi benefici alla popolazione di Gaza City e libererà spazio per permetterle di tornare a fungere da area per il mercato».
Emergono preoccupazioni circa la possibilità che rifiuti e macerie possano finire in mare. Avete informazioni al riguardo?
«È un’ipotesi a cui stiamo lavorando ma, ovviamente, non si tratta di scaricare in mare rifiuti e macerie in modo indiscriminato. Il materiale va prima raccolto dalle strade e correttamente differenziato: bisogna separare il metallo dal cemento, eliminare l’amianto e altre sostanze nocive, etc. Solo una volta trattati i detriti potranno poi essere utilizzati per costruire, ad esempio, frangiflutti in cemento utili a proteggere la costa».
Come?
«L’idea è compattare i detriti trattati in grandi blocchi che possano essere impiegati come elementi strutturali, ad esempio per la costruzione di frangiflutti. Ma questa opzione richiede un ulteriore processo di lavorazione, certamente fattibile ma con nuovi costi. Anche perché operiamo sempre nel pieno rispetto di tutte le norme ambientali. In generale stiamo collaborando con l’Università Iuav di Venezia per trovare soluzioni tecniche che siano anche eco-sostenibili».
Quante macerie siete riusciti a rimuovere dalla Striscia dall’inizio del cessate il fuoco?
«Nel 2025, l’Undp ha bonificato oltre 271mila tonnellate di macerie, utilizzando i macchinari limitati disponibili a Gaza. Oltre 81mila tonnellate sono state riutilizzate. Utilizziamo i detriti frantumati per ripristinare le strade, migliorare l’accesso agli aiuti umanitari e livellare i siti di accoglienza».
Dove finiscono i detriti una volta rimossi?
«I materiali non cementizi vengono separati per lo smaltimento o per trattamenti specializzati. Il calcestruzzo grezzo viene trasportato agli impianti di frantumazione dell’Undp per il riciclo. Il calcestruzzo fine viene combinato con il calcestruzzo frantumato per le attività di ripristino. I detriti di calcestruzzo grezzo vengono trasportati in uno dei cinque siti di frantumazione dei detriti dell’Undp. I detriti frantumati vengono utilizzati per rinforzare le strade, livellare i siti per i rifugi e contribuire a mitigare le inondazioni, soprattutto durante la stagione invernale».
Riuscite a separare i materiali pericolosi come residuati bellici, amianto, scorie industriali o metalli pesanti dai detriti rimossi?
«L’enorme quantità di detriti, unita alla contaminazione da ordigni inesplosi, pone grandi sfide logistiche e umanitarie. L’Undp collabora a stretto contatto con il Servizio di Azione contro le Mine delle Nazioni Unite (Unmas) per garantire che la rimozione dei detriti avvenga in modo sicuro e rispettoso, con una corretta gestione degli ordigni inesplosi».
Qual è il ciclo di smaltimento dei rifiuti pericolosi?
«Per il momento, i materiali pericolosi, come l’amianto, vengono separati dai detriti raccolti, trattati e accantonati. I detriti vengono rimossi dai siti solo dopo una valutazione da parte del Servizio di Azione contro le Mine delle Nazioni Unite (Unmas), che accerta l’assenza di ordigni inesplosi».
Quali sono le tempistiche per la rimozione delle macerie?
«Anche con pieno accesso e risorse a disposizione, potrebbero volerci dai sette ai dieci anni per completare in sicurezza la rimozione dei detriti da Gaza, soprattutto a causa degli ordigni inesplosi».
Quali sono le previsioni di spesa?
«I risultati dell’ultima Valutazione Rapida Intermedia dei Danni e dei Bisogni (Irdna) su Gaza condotta da Onu, Unione europea e Banca mondiale stimano i danni totali a Gaza in 70 miliardi di dollari. Secondo l’analisi dei costi dell’Undp, si stima che la gestione dei detriti, che include demolizione, rimozione, frantumazione e riutilizzo, costerà 2,5 miliardi di dollari».
Avete abbastanza fondi?
«Attualmente, i nostri sforzi di gestione dei detriti sono generosamente supportati da diversi partner, tuttavia sono necessari 170 milioni di dollari per ampliare gli interventi sui detriti nei prossimi dodici mesi».
Sono già finanziati?
«Non ancora. Abbiamo già 50 milioni in attivo ma abbiamo bisogno di altri 170 milioni per sgomberare cinque – su circa 61 – milioni di tonnellate di macerie».
È possibile un confronto con i precedenti conflitti a Gaza del 2009, 2014 e 2021?
«La portata della distruzione a Gaza in questo momento è quasi inconcepibile. Il costo che il conflitto ha avuto in termini di vite umane, infrastrutture e ambiente è devastante».
In che modo i danni ambientali subiti dal suolo, dalle riserve di acqua dolce e dalla costa impattano sulla popolazione civile?
«Le riserve di acqua dolce a Gaza sono gravemente limitate e gran parte di quella rimasta è inquinata. Il crollo delle infrastrutture di trattamento delle acque reflue, la distruzione delle reti fognarie e l’uso di fosse biologiche per i servizi igienici stanno aumentando i rischi ambientali e sanitari. Al momento, ad esempio, non è nemmeno possibile analizzare l’acqua».
Quali ostacoli incontrano i vostri operatori nella Striscia?
«L’accesso a macchinari e materiali essenziali rimane limitato. È richiesto un accesso continuo per l’ingresso di camion, macchinari e utensili per la raccolta e il trattamento dei rifiuti sanitari, nonché macchinari per la frantumazione dei detriti e altre forniture essenziali».
Ricevete abbastanza aiuti e materiali per le vostre operazioni?
«Garanzie di sicurezza e di accesso durature sono essenziali e necessarie per le attrezzature, il carburante e i materiali che mantengono in funzione i servizi essenziali».A che punto sono i piani per la ricostruzione?«Ci stiamo muovendo verso una fase di “early recovery”, sebbene dopo due anni di guerra restano ancora tante incognite, soprattutto relative alla transizione amministrativa e alla sicurezza. I prossimi mesi saranno cruciali».
Qual è il ruolo dell’Undp?
«Continuiamo a pianificare e a lavorare soprattutto al ripristino dei servizi e su come migliorare la vita della popolazione. Siamo ancora in una fase di risposta alla crisi umanitaria ma stiamo cominciando a coordinarci con il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncag)».
Qual è il prossimo passo?
«In questa fase è importante lavorare alla pianificazione nel rispetto dei diritti di proprietà dei residenti. Dobbiamo ascoltare e coinvolgere le comunità locali».

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