Lo scacco matto di Teheran allo Zio Sam: così i vertici dell’Iran si sentono i nuovi padroni del Golfo

«Stiamo vincendo la guerra di tanto. Abbiamo decimato il loro impero del male». Dai primi giorni dopo i raid che hanno ucciso i vertici della Repubblica islamica, Donald Trump ha fornito versioni diverse sull’andamento della guerra e poi dei colloqui con l’Iran, smentendosi a volte da solo. A una settimana dai primi bombardamenti del 28 febbraio, il presidente degli Stati Uniti aveva detto che la guerra sarebbe stata «una breve escursione». Un mese dopo, parlava ancora di vittoria «totale e completa», «al 100%». Al vertice del G7 di metà giugno ha invece dipinto un quadro diverso. Di fronte ai giornalisti, ha spiegato che era necessario sottoscrivere il memorandum con l’Iran per evitare una «catastrofe economica», una «depressione» paragonabile a quella in cui erano piombati gli Stati Uniti negli anni ’30 del secolo scorso, sotto la presidenza di Herbert Hoover. Un precedente che vorrebbe evitare, visto che «lui è sempre stato quello che non volevo essere».

“Taco”
Il continuo cambio di direzione non ha aiutato a sollevare la credibilità, già danneggiata, dell’amministrazione statunitense dimostrando, secondo alcuni osservatori, quanto poco controllo Washington avesse sulle sorti del conflitto. Messaggi contrastanti che i mercati sembrano aver interpretato come una sostanziale disponibilità a trattare, impedendo così che le quotazioni del petrolio raggiungessero i massimi ipotizzati dagli analisti. Nel prevedere l’andamento del conflitto, in molti sembrano aver confidato in un ennesimo “Taco” da parte del presidente statunitense: acronimo di “Trump always chickens out” o Trump si tira sempre indietro, il “Taco” è visto da molti operatori come l’approdo naturale delle avventure trumpiane, tanto da essere diventato una chiave di lettura per chi deve analizzare le politiche statunitensi, dando vita al cosiddetto “Taco Trade”.
Il punto di vista iraniano sull’esito della guerra, invece, è stato, fin dalle prime settimane, ben più definito. Dopo aver subito mesi di bombardamenti e blocco navale, l’Iran ha dimostrato di poter preservare la capacità di produrre missili e droni e di bloccare indefinitamente un’arteria fondamentale dell’economia mondiale. Senza che la principale potenza militare al mondo, e quella più tecnologicamente avanzata della regione, possano impedirlo. L’obiettivo di rovesciare la Repubblica islamica sembra quindi tramontato. Tanto che Trump, al vertice del G7 ha assicurato di «non essersi mai interessato al cambio di regime», sostenendo che «non funziona mai». Forti di queste certezze, i nuovi leader della Repubblica islamica ritengono di aver conseguito una vittoria strategica contro Stati Uniti e Israele, che consentirà di dare vita a un nuovo ordine regionale e a un nuovo Iran, destinato a influire sugli equilibri globali per gli anni a venire.

Una nuova generazione al potere
A livello interno, le guerre dell’ultimo anno hanno segnato l’arrivo al potere di una nuova generazione. Un articolo su Foreign Affairs di Narges Bajoghli e Vali Nasr, docenti di Studi sul Medio Oriente presso l’Università Johns Hopkins, spiega che la nuova generazione ha «separato la rivoluzione dall’amministrazione dello Stato» riuscendo a raggiungere «un obiettivo che la rivoluzione aveva solo promesso: un autentico indebolimento del potere americano in Medio Oriente».
Un cambiamento innescato dalla guerra dei 12 giorni del giugno 2025, quando la Repubblica islamica ha iniziato a prepararsi a un nuovo conflitto, considerato a quel punto inevitabile. Un processo che ha portato a un intenso dibattito all’interno di università e istituti di ricerca, che ha accompagnato diversi cambiamenti istituzionali radicali, dalla decentralizzazione di molti centri decisionali dalla capitale alle province a un ricambio generazionale all’interno delle organizzazioni che si occupano di comunicazione e propaganda.
Il risultato è stata l’ascesa di un gruppo dirigente più «nazionalista» e «pragmatico» che ha applicato le lezioni della guerra dei 12 giorni al nuovo conflitto, preparandosi a uno scontro prolungato. Per resistere agli attacchi di Stati Uniti e Israele le autorità iraniane hanno deciso di disperdere i lanciatori missilistici su tutto il territorio iraniano, inviando ingegneri all’interno delle basi missilistiche nascoste per accelerare i tempi di riparazione dei lanciatori, mentre le forze armate sono state riorganizzate in una rete di comandi operativi, somigliante «più a una forza di guerriglia che a un esercito convenzionale».
Dal punto di vista di Teheran, la guerra ha dimostrato il controllo iraniano dello Stretto di Hormuz è sempre più difficile da contestare. La scelta di affidarsi a quest’arma, piuttosto che alla ricerca di un accomodamento per allentare le sanzioni, segna «un fondamentale riorientamento» delle strategie iraniane in ambito economico, allontanandosi dall’obiettivo immediato di reintegrare il Paese nel sistema occidentale.
Piuttosto la visione è quella di un ordine regionale in cui la Cina avrà un ruolo centrale e gli interessi dell’Iran non saranno più marginali. Nelle parole di Mohammad Bagher Ghalibaf, una delle figure più importanti a sopravvivere ai raid di Stati Uniti e Israele, «il mondo è alla soglia di un nuovo ordine».

Il ruolo di Ghalibaf
Nelle ultime settimane il presidente del Parlamento iraniano è diventato una delle personalità chiave nelle trattative con gli Stati Uniti, ma ha anche assunto un ruolo di primo piano nelle relazioni con la Cina, diventando rappresentante speciale per gli affari cinesi.
Convinto sostenitore di un rafforzamento dei legami con la Cina, a maggio Ghalibaf ha scritto su X che il «futuro appartiene al Sud del mondo», citando Xi Jinping e uno dei leit motiv del presidente cinese, secondo il quale «grandi cambiamenti che non si vedevano da un secolo stanno accelerando in tutto il mondo». Ghalibaf ha anche tenuto a «sottolineare» che «la resistenza di 70 giorni della nazione iraniana ha accelerato questa trasformazione».
L’ex sindaco di Teheran viene considerato vicino alle Guardie rivoluzionarie oltre che alla vecchia Guardia suprema Ali Khamenei, uccisa nei raid del 28 febbraio, e al figlio Mojtaba, che è succeduto al padre alla guida dello Stato iraniano. Nell’occasione della sua nomina a rappresentante per gli affari cinesi, i media iraniani avevano osservato che, a differenza dei suoi predecessori, che rispondevano alternativamente al presidente o alla Guida suprema, Ghalibaf era stato scelto su proposta del primo, Masoud Pezeshkian, con l’approvazione di Khamenei.
Durante un incontro per discutere di cooperazione a lungo termine con Pechino, l’ex generale ha dichiarato che Iran e Cina non sono semplicemente partner commerciali, ma «partner veri in ogni senso della parola». Parlando alla Camera di commercio iraniana il 17 giugno scorso, Ghalibaf ha assicurato che entrambi i Paesi saranno presenti in qualsiasi futura alleanza regionale che dovesse emergere. «Siamo determinati a tradurre il nostro consenso strategico nell’ambito della GDI in risultati pragmatici», ha detto Ghalibaf, facendo riferimento alla Global Development Initiative, proposta da Xi Jinping nel 2021. La replica della Cina non si è fatta attendere. Nelle ore successive, il ministro degli Esteri Wang Yi ha dichiarato che la «Cina sostiene gli sforzi dell’Iran per migliorare le relazioni con i Paesi della regione ed esplorare lo sviluppo congiunto di un’architettura di sicurezza regionale». Lo ha fatto in occasione di una conversazione con il suo omologo iraniano, Abbas Araghchi, che, a sua volta, «ha espresso sincera gratitudine alla Cina per il suo ruolo positivo nel far progredire i negoziati e nel concludere l’accordo».
Nella visione di Teheran l’equilibrio regionale che dipendeva da Washington è ormai alla fine. In questo nuovo contesto, vengono meno diversi pilastri dell’azione statunitense in Asia occidentale, improntata al contenimento dell’Iran e alla progressiva normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele e i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo.
Una delle conseguenze sembra essere l’emergere di nuovi blocchi tra i Paesi arabi. Secondo gli analisti Ian Bremmer e Firas Maksad la guerra ha finito per ampliare un divario già presente tra i due Paesi più influenti della regione, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti , ufficializzato con l’uscita di Abu Dhabi dal cartello dei Paesi produttori di petrolio, l’Opec. Da una parte sta quindi emergendo una coalizione “abramitica”, più allineata con gli Stati Uniti, che comprende chi come, gli Emirati Arabi Uniti, ha siglato i patti di Abramo con Israele, allargata, occasionalmente, a Grecia e India. Dall’altra si sta formando un blocco centrato intorno a Paesi sunniti come Arabia Saudita, Turchia, Pakistan e, spesso, Egitto. Paesi che continuano a dipendere da Washington per la propria sicurezza, ma si trovano sempre più spesso a condividere preoccupazione per le minacce provenienti da Israele e l’erosione della credibilità statunitense nel garantire sostegno militare ed economico. Il rischio per la Casa bianca è quello di assistere alla nascita di una coalizione che Washington «non ha creato e che non può controllare completamente». Anche per questo il Paese che più di altri sembra beneficiare da questa situazione è la Cina.
Secondo Bremmer e Maksad, una delle soluzioni ventilate dall’Arabia Saudita sarebbe quella di un patto di non aggressione tra i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo e l’Iran, su modello degli accordi di Helsinki del 1975, considerati un passaggio significativo nella riduzione delle tensioni della Guerra Fredda. Una trattativa in cui Pechino sarebbe il mediatore ideale, visto il suo ruolo nell’accordo di normalizzazione tra Iran e Arabia Saudita nel 2023. Sarebbe l’ennesimo segnale dei «grandi cambiamenti mai visti in un secolo» invocati da Xi Jinping.

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