Non è un cattivo accordo, purché Usa e Iran siano intenzionati a rispettarlo (di F. Bascone)

Sul presunto successo diplomatico ottenuto da Trump («la resa dell’Iran», secondo lui) la maggior parte dei commentatori concorda: rimedia solo in parte ai guai prodotti da questa scellerata guerra; il prospettato accordo sul nucleare non otterrà nulla che non ci fosse già in quello del 2015 stracciato dallo stesso Trump; i negoziati su questa problematica e sul regime dello Stretto potrebbero non approdare a nulla; Israele potrebbe sabotarli tornando ad attaccare il Libano, incurante delle amichevoli tiratine d’orecchie di Trump; l’Iran è uscito rafforzato dal conflitto.
Quello che è importante sottolineare è che un Memorandum of Understanding non è una semplice intesa preliminare, o una “road map”: è un accordo vincolante. Contiene in questo caso una serie di obblighi immediatamente in vigore, accanto ad alcune clausole programmatiche la cui realizzazione è aleatoria. I primi, si legge al punto 13, condizionano l’avvio e l’andamento dei negoziati sugli altri temi. Sono i punti 1, 4, 5, 10, 11. Vediamoli.

Vincoli immediati
Al punto 1, le parti (fra le quali non figura Israele, né ovviamente Hezbollah) si impegnano a far cessare tutte le operazioni militari, comprese quelle in Libano, a non iniziarne in futuro, a non minacciare l’uso della forza, e a garantire l’integrità territoriale e la sovranità del Libano. È chiaramente un successo per Teheran e uno smacco per Gerusalemme (e una buona notizia per tutti gli altri).
La questione di Hormuz è regolata sin d’ora dai punti 4 e 5, che riguardano, rispettivamente, la rimozione del blocco Usa (entro 30 giorni, iniziando da subito) e di quello iraniano (analogamente, lo sminamento e la rimozione di altri ostacoli devono aver luogo entro 30 giorni). Il libero passaggio senza pedaggi o altri balzelli è però garantito solo per il periodo di 60 giorni.
Sempre di immediata applicazione è l’obbligo (punto 10) per Washington di sbloccare le esportazioni iraniane di petrolio. Così pure la restituzione all’Iran dei fondi e beni congelati  (punto 11); tuttavia le relative procedure sono da definirsi nel corso dei negoziati. Dunque questa clausola potrebbe essere collocata fra quelle che rimarranno lettera morta se i negoziati si areneranno; d’altra parte il punto 11 deve essere affrontato senza indugi perché figura fra quelli che condizionano l’avvio delle trattative sulle altre materie, in primis le sanzioni e il nucleare.

Il nodo irrisolto
Fra questi due temi vi è uno stretto collegamento (do ut des), evidenziato anche dal linguaggio usato nei punti 7 e 8. L’eliminazione di tutte le sanzioni, che controbilancia la rinuncia iraniana a dotarsi della bomba atomica, è già un impegno; le modalità devono però essere negoziate nei 60 giorni (termine flessibile). E quindi un fallimento delle trattative vanificherebbe quell’impegno. Parallelamente si negozierà sul destino dell’uranio già arricchito. Sui tempi e le limitazioni della ripresa delle attività di arricchimento per usi civili si negozierà nei 60 giorni, e probabilmente molto più a lungo. Teoricamente, l’impegno a non acquisire né sviluppare armi nucleari, per come è formulato al punto 8, è comunque valido. Ma in uno scenario di fallimento dei colloqui e di riapertura del conflitto da parte americano-israeliana, i dubbi sono più che leciti.
Pur con questo ampio margine di aleatorietà sulla seconda fase (il precedente di Gaza non ispira ottimismo), il memorandum rappresenta un risultato notevole dei pazienti sforzi dei mediatori. Non è un documento vago: come abbiamo visto, contiene una serie di impegni sin d’ora vincolanti, comunque vadano le trattative sull’accordo finale. Perciò quando Trump minaccia nuove azioni militari qualora i negoziatori iraniani non si mostrassero cedevoli, sta già violando uno di quegli obblighi appena sottoscritti, oltre a negare la logica stessa del negoziato in due fasi escogitato dai mediatori: se l’accordo finale non si farà, la questione nucleare rimarrà irrisolta come lo era negli anni scorsi dopo la denuncia decisa da Trump dell’accordo firmato da Obama, e le sanzioni non verranno revocate, mentre il resto del MoU resterà in vigore. Non è da escludere che sia proprio questa l’intenzione delle parti, fingere che ci sia una intesa in fieri su questo nodo inestricabile e accordarsi sul resto: pace, Libano, beni congelati, Stretto di Hormuz.

Cosa ha ottenuto Teheran
In sostanza, l’accordo permette a Trump di districarsi dal ginepraio in cui si è cacciato e di riaprire il Golfo Persico senza avere la certezza di riuscire a fermare la marcia dell’Iran verso la bomba atomica. Per il resto il bilancio è dal suo punto di vista ampiamente negativo. Tutti i motivi per cui l’ottimo accordo firmato da Obama nel 2015 era stato osteggiato da Israele e silurato da Trump sono abbandonati: mantenere l’isolamento economico dell’Iran e il congelamento dei suoi fondi; imporre a Teheran il disarmo missilistico e l’impegno a togliere il suo sostegno ai “proxies”, le milizie islamiche anti-Israele (c’è solo l’alt agli attacchi di Hezbollah); tenere aperta l’opzione del “regime change”. Gli Stati Uniti si impegnano anzi formalmente (punto 2) a non interferire negli affari interni dell’Iran.
Teheran ottiene addirittura (punto 6) la promessa di un fondo di almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione. Trump ha già dichiarato che non ci metterà un centesimo, ci penseranno gli investitori privati (come per Gaza?). Pretenderà dunque che i Paesi arabi del Golfo, già danneggiati da una guerra che non avevano voluto, si accollino gran parte del fardello? Anche su questo progetto le modalità vanno negoziate nei 60 (o più) giorni, ma se non sarà raggiunta un’intesa l’Iran potrà lamentare una grave inadempienza della controparte, e trarne pretesto per non osservare altre clausole, ad esempio quella della libera navigazione nello Stretto.
Per la comunità internazionale proprio la clausola su Hormuz è insoddisfacente: il passaggio gratuito è garantito solo per i primi 60 giorni. Al punto 5 gli americani hanno accettato un accenno alla «futura gestione e i servizi marittimi nello Stretto», eufemismo per l’imposizione di pedaggi, sia pure con un limite: «il rispetto del diritto internazionale applicabile». Una formula ambigua perché l’Iran potrebbe affermare di non essere soggetto alle norme della convenzione Onu sul diritto del mare. In base a questa clausola i Pasdaran potranno affermare che è stato accettato il principio di un diritto di gestione e tassazione spettante agli Stati rivieraschi. Un gravissimo precedente, che potrebbe avere ripercussioni in altri punti nevralgici del traffico marittimo.

Il contributo europeo
Il potenziale ruolo degli europei a sostegno della attuazione dell’accordo per quanto concerne la sicurezza della navigazione nel Golfo Persico è da Trump considerato marginale; la scorta ai mercantili, infatti, è inutile finché l’accordo regge; e se lo sminamento deve essere completato entro 30 giorni, le nostre navi appositamente attrezzate arriveranno in tempo? Gli iraniani, comunque, dicono che spetta a loro farlo, e che gli europei non c’entrano.
Più interessante per Washington è il nostro eventuale apporto al Fondo per la ricostruzione dell’Iran. Se gli europei saranno disposti a contribuirvi in misura apprezzabile, dovrebbero esigere in cambio – d’intesa con le monarchie del Golfo – che il riferimento al diritto internazionale sia interpretato in modo non restrittivo e quindi l’Iran rinunci alla pretesa di “gestire” la navigazione nello Stretto, sia pure in collaborazione con l’Oman. Come compromesso “face-saving” si potrebbe concordare che la tassa per i “servizi marittimi” pretesa da Teheran venga pagata volontariamente, solo per un determinato numero di anni, dagli armatori (eventualmente rimborsati dai rispettivi governi) a titolo di contributo al fondo di ricostruzione. Il principio della libera navigazione negli Stretti sarebbe salvo.

Share:

Facebook
Twitter
Pinterest
LinkedIn

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

On Key

Related Posts