Esiste una fotografia che vale più di mille analisi. È quella del 2 luglio 2025, a Villa Taverna, la residenza dell’ambasciatore americano a Roma. Giorgia Meloni è sul palco, accanto all’ambasciatore Tilman Fertitta, e parla con tono commosso e ammirato della grandezza degli Stati Uniti, del 4 luglio come «atto di nascita di una nazione», del «rapporto speciale» tra Roma e Washington. Salvini e Tajani sono in prima fila. Tutto il governo italiano si è vestito a festa per celebrare l’Indipendenza americana. La premier conclude con un «God bless America! Viva l’Italia!», che suona come un atto di devozione. Un anno dopo, quello stesso 4 luglio 2026 — quest’anno il 250esimo anniversario, una ricorrenza straordinaria — è diventato un rebus diplomatico. Alcuni ministri hanno già annunciato la propria assenza a titolo personale; il ministro Luca Ciriani ha dichiarato esplicitamente: «Non ci vado, non c’è nulla da festeggiare». Meloni ha cercato di raffreddare i toni, invitando i vice a presentarsi comunque, per non trasformare una crisi bilaterale in uno strappo istituzionale. La premier non ci sarà, impegnata a Berlino per l’E5 e poi in Costa Azzurra per il bilaterale con Macron. Al ricevimento di Villa Taverna andranno Tajani — «a testa alta», ha fatto sapere — e Salvini, che nel frattempo ha già messo da parte i cappellini Maga, diventati impopolari. La prossima data utile per un faccia a faccia tra i due leader è il vertice Nato di Ankara, il 7-8 luglio.
L’illusione
La “special relationship” tra Trump e Meloni non è nata per caso. È stata costruita mattone per mattone con una strategia precisa: accreditarsi come l’unica leader europea capace di dialogare con il tycoon senza perdere la faccia davanti a Bruxelles. Un doppio gioco che, sulla carta, sembrava brillante. Nella realtà si è rivelato un castello di sabbia. Già prima dell’insediamento di Trump, gli elogi erano stati generosi. Dopo un colloquio all’Eliseo l’8 dicembre 2024, a margine della riapertura di Notre Dame, il presidente eletto aveva definito Meloni «piena di energia, fantastica». Il 4 gennaio 2025, la premier aveva compiuto un blitz a sorpresa a Mar-a-Lago nel pieno del rapimento della giornalista Cecilia Sala in Iran. Trump era rimasto impressionato: «Ha davvero preso d’assalto l’Europa». Il 19 gennaio 2025, Meloni era l’unica leader di governo dell’Unione europea presente a Capitol Hill per la cerimonia di insediamento: una scelta che Palazzo Chigi aveva presentato come un trionfo diplomatico, ma che era già il segnale di una dipendenza pericolosa, con l’Italia che scommetteva tutto su un rapporto personale con un uomo notoriamente volubile. A Davos, Trump aveva persino lasciato intendere che la simpatia per Meloni potesse valere un’esenzione dai dazi: «Mi piace molto, vediamo cosa succede». Il 17 aprile 2025, l’incontro alla Casa bianca aveva consolidato questa immagine: Meloni si proponeva come mediatrice tra Trump e l’Europa e Trump la elogiava sui social: «L’impressione che ha lasciato su tutti è stata fantastica!!!».
C’è un episodio che, visto in retrospettiva, condensa meglio di qualsiasi altro la natura di questo rapporto: la storia dei libri di Meloni e delle loro prefazioni americane. In ottobre 2025, l’edizione statunitense di “Io sono Giorgia” era uscita con la prefazione di Donald Trump Jr., che esaltava la leader italiana per «il coraggio e la chiarezza che la maggior parte dei cosiddetti leader possono solo sognare». Trump padre aveva promosso il volume sul suo social Truth definendo Meloni «un’ispirazione per tutti». «Molto gentile, amico mio!», aveva risposto la premier su Instagram. Poi, a febbraio 2026, era arrivata la notizia del secondo libro americano: “Giorgia’s Vision”, frutto di conversazioni con il direttore Alessandro Sallusti, che sarebbe uscito ad aprile con la prefazione del vicepresidente JD Vance e una frase di Trump in copertina: «Una delle vere leader del mondo». Doveva essere il vangelo dei conservatori, il sigillo definitivo sull’asse transatlantico della destra. Il libro è uscito ad aprile 2026, esattamente mentre Trump al Corriere della Sera dichiarava di essere «scioccato» da Meloni. Nessuna promozione, nessuna visita negli Stati Uniti. Come ha scritto Il Foglio, «quello che doveva essere un libro-pontiere è oggi un libro-sabotatore». Sic transit gloria Trump.
Di guerre e coraggio
La prima crepa istituzionale si era aperta a gennaio 2026, quando Trump aveva lanciato il suo “Board of Peace” per Gaza invitando l’Italia a partecipare. Meloni aveva accettato di principio, ma lo Statuto del Board era incompatibile con l’articolo 11 della Costituzione: Trump ne era il “Chairman a vita”” con diritto di veto, una struttura gerarchica che non configurava un’associazione paritaria tra Stati. Il risultato era stato un compromesso goffo: l’Italia avrebbe partecipato solo come “osservatore”. Tajani era volato a Washington il 19 febbraio 2026 per rappresentare il Paese in questa veste dimezzata, con le opposizioni che avevano presentato una risoluzione unitaria contro qualsiasi forma di partecipazione. Ma agli americani, come avrebbero spiegato fonti diplomatiche, «non piace sentirsi dire di no». E un “ni” vale quanto un no. Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’operazione militare congiunta contro l’Iran. L’Italia si è trovata in una posizione impossibile: una guerra che Meloni non aveva condiviso nei modi né nei tempi, con gli alleati europei colti di sorpresa e poi chiamati a pagare i danni della chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transitava il 25% dell’energia mondiale. La premier aveva dichiarato al Senato: «Non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra». Alla fine di marzo, il Governo aveva rifiutato la richiesta americana di utilizzare la base di Sigonella per aerei diretti in Medio Oriente. Poi Trump aveva attaccato Papa Leone XIV definendolo «debole», e Meloni aveva risposto bollando quelle parole come «inaccettabili». Era la prima volta che la premier si scontrava pubblicamente con il suo alleato americano.
La risposta di Trump era arrivata come un maglio. Il 14 aprile 2026, in una telefonata esclusiva con il Corriere della Sera, il presidente americano aveva smontato pezzo per pezzo l’immagine di Meloni come alleata affidabile: «Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo. Non vuole aiutarci con la Nato, non vuole aiutarci a sbarazzarci dell’arma nucleare. È molto diversa da quello che pensavo». In pochi giorni, Trump era passato da «una dei veri leader del mondo» — la frase stampata in copertina del libro appena uscito — a qualcuno che aveva deluso ogni aspettativa. Poche frasi a un giornale italiano avevano fatto evaporare anni di corteggiamento diplomatico.
Il colpo definitivo
Un tentativo di ricucitura era sembrato possibile durante il G7 di Evian-les-Bains, a metà giugno 2026. Le immagini dei due leader a colloquio su un piccolo divano avevano fatto sperare in un disgelo. Era un’illusione durata un soffio. Il 19 giugno, in una telefonata con il corrispondente dalla Casa bianca di La7 Daniele Compatangelo, Trump aveva offerto la sua versione: «Mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena». La risposta di Meloni era stata immediata: un video sui social in cui definiva le dichiarazioni di Trump «completamente inventate», affermando di essere «francamente allibita» e concludendo: «Io e l’Italia non imploriamo mai». Tajani aveva annullato la visita negli Stati Uniti. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva chiamato Meloni per esprimerle solidarietà. Persino l’opposizione si era schierata al suo fianco. Trump non si era fermato. In un post sul suo social Truth aveva accusato Meloni di voler tornare sua amica solo per risalire nei sondaggi: «No grazie!!!». Meloni aveva replicato: «La mia popolarità non ti riguarda, concentrati sulla tua». Poi aveva annunciato che sarebbe stata la sua ultima risposta pubblica. Nella serata del 21 giugno, Trump era tornato all’attacco su Truth con un post rivolto non più solo a Meloni ma all’Italia come Paese: «Da decenni li difendiamo, ma quando arriva il momento di difendere noi e il resto del mondo, non ci sono. Non va bene». Mentre Meloni decideva di non rispondere e si recava a sorpresa al raduno degli Alpini in Friuli — «avevo bisogno di un po’ di orgoglio nazionale», ha detto — dal fronte americano arrivava una voce ancora più dura. Steve Bannon, il teorico della prima campagna di Trump e ospite di Atreju, ha rilasciato a Repubblica un’intervista al vetriolo: «Lei era fantastica, ma ormai è diventata una globalista totale. Ha giocato il gioco dell’Unione europea perché le servivano i soldi, e quello della Nato. Francamente, credo che nulla di quanto dice sia rilevante, perché non ha risorse economiche e militari per sostenerlo. Non la prendo più seriamente e nessuno negli Usa lo fa». Poi la minaccia: «Le azioni nocive e dannose di Meloni contro l’America, durante un tempo di guerra, non verranno dimenticate presto. Ci saranno conseguenze». Sul fronte diplomatico, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha sentito il suo omologo Pete Hegseth nel tentativo di tenere aperto un canale di dialogo: le basi americane in Italia sono essenziali per la difesa aerea del Paese, e nessuno al governo può permettersi di ignorare il rischio di un disimpegno americano. Si aggiunge la preoccupazione per possibili nuovi dazi sui prodotti italiani, con rincari rispetto alle tariffe europee già in vigore.
Anatomia di un fallimento
Sarebbe sbagliato ridurre tutto questo a una questione di carattere. Le cause sono più profonde. La rottura diplomatica è l’altra faccia del riallineamento di Washington con l’asse franco-tedesco: al G7 di Evian, Macron aveva ottenuto il sostegno di Trump per un’iniziativa navale nello Stretto di Hormuz, la Germania di Merz si era posizionata come interlocutore privilegiato su economia e difesa. Nel momento in cui Trump ha deciso di trattare con chi ha le chiavi reali del continente, il ruolo di intermediaria dell’Italia è diventato superfluo. Per Trump l’affinità ideologica cede sempre il passo all’utilità pratica: non esistono corsie preferenziali basate sulla simpatia politica, ma solo rapporti di forza. Il punto più amaro riguarda la natura della scommessa che Meloni aveva fatto. Per anni aveva costruito la sua credibilità su un doppio binario: abbastanza vicina a Trump da poter parlare a Washington, abbastanza moderata da poter parlare a Bruxelles. Poi invece ha scelto la via della prossimità acritica, illudendosi che l’amicizia personale con il tycoon fosse una rendita perpetua. Non lo era. Una politica estera seria non può fondarsi sul rapporto personale con un leader straniero: deve basarsi sulla forza delle proprie alleanze e sulla chiarezza degli interessi nazionali. Il risultato è che l’Italia si trova oggi in una posizione peggiore rispetto a quando Meloni ha iniziato il suo corteggiamento di Washington. Ha perso credibilità come mediatrice in Europa. Ha perso credibilità come alleata affidabile negli Stati Uniti. Ha perso la capacità di fare politica estera autonoma. Eppure c’è un dato che invita a non chiudere il ragionamento troppo in fretta. Dopo il video di risposta a Trump, Meloni ha guadagnato 100mila nuovi follower su Instagram in 24 ore. Il video è diventato virale anche negli Stati Uniti, dove i detrattori del tycoon la celebrano come una Giovanna d’Arco. Secondo i sondaggi, l’82% degli italiani ha un sentiment negativo verso Trump. Fonti vicine a Fratelli d’Italia non nascondono che «la rottura paga» in termini elettorali. Vale la pena chiedersi, allora, se lo scontro con Trump sia davvero solo il frutto di un’amicizia tradita — o se, almeno in parte, sia anche un’occasione colta al volo per rimescolare le carte in un momento in cui la vicinanza al tycoon era diventata, nelle parole del Financial Times, «un peso politico sempre più gravoso». La risposta, probabilmente, contiene entrambe le cose. Resta una verità scomoda: l’Italia non ha mai contato così poco nelle relazioni internazionali come in questi anni della “statista” Meloni. L’immagine del 4 luglio 2025, con tutto il governo in festa a Villa Taverna per celebrare l’Indipendenza americana, e quella del 4 luglio 2026, con i ministri che si interrogano se presentarsi o meno alla festa del 250esimo anniversario, raccontano meglio di qualsiasi analisi la parabola di una politica estera costruita sulle apparenze e crollata al primo vento contrario.



