Chi governa l’era digitale del denaro

L’oligopolio delle piattaforme digitali americane è ormai entrato nelle nostre vite in modo così capillare che l’interruzione di una o più dei loro servizi rischia di precluderci attività quotidiane basilari, come effettuare acquisti, comunicare, lavorare.

Secondo un recente studio del Parlamento europeo, Amazon, Microsoft e Google detengono circa il 70% del mercato cloud dell’Ue, mentre l’80% della spesa delle aziende europee in software aziendali è destinata a fornitori a stelle e strisce. Così i colossi tecnologici statunitensi non solo moltiplicano i ricavi, ma drenano anche dal vecchio continente informazioni di rilevanza cruciale sia sul piano economico sia su quello geopolitico. 

Se è vero che chi controlla le infrastrutture di un Paese è in grado di orientarne lo sviluppo, allora – oggi più che mai nella storia – l’autonomia strategica dell’Europa è a rischio.

Vulnerabili
Uno dei terreni più importanti su cui si gioca la partita della sovranità digitale europea è quello dei pagamenti online. 

Nell’Eurozona ben 13 Paesi si affidano interamente, per le transazioni con carta, a circuiti internazionali extra-europei, in primis Visa e Mastercard. Stando agli ultimi dati disponibili, più del 60% dei pagamenti con carta effettuati nell’area a moneta unica viaggia su reti straniere.

Il tema riguarda molto da vicino anche l’Italia. Sebbene il nostro resti un Paese ad alta intensità di “cash”, negli ultimi cinque anni nella penisola è più che triplicato il ritmo di crescita delle transazioni elettroniche, che nel 2024 per la prima volta hanno superato quelle effettuate in contanti. In Italia un circuito di pagamenti domestico c’è – Bancomat – eppure il 76% delle transazioni digitali avviene su sistemi di matrice extra-europea, favoriti da un vantaggio accumulato nei decenni e dall’integrazione nelle piattaforme internazionali per i pagamenti online. 

Questa dipendenza ci espone a una vulnerabilità che può rivelarsi estremamente costosa. Lo hanno toccato con mano i cittadini russi nel 2022, quando, dopo l’invasione dell’Ucraina, le sanzioni occidentali colpirono le infrastrutture finanziarie di Mosca. Visa e Mastercard sospesero le attività nel Paese: le carte emesse dalle banche russe smisero di funzionare all’estero e quelle straniere non furono più utilizzabili sul mercato domestico. I pagamenti interni non furono compromessi grazie al circuito nazionale Mir, ma la Russia perse l’accesso a una parte rilevante della rete finanziaria globale, con effetti su viaggi, acquisti internazionali e operazioni commerciali.

Analoga situazione si è venuta a creare il mese scorso a Cuba, sempre a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti per esercitare pressione sul regime castrista.

Peraltro, non occorre arrivare a essere colpiti da misure punitive internazionali per sperimentare le ricadute negative del dipendere da infrastrutture di pagamento estere. In media le commissioni imposte dai circuiti internazionali agli esercenti sono più elevate rispetto a quelle dei circuiti domestici nazionali: rispetto a Bancomat i circuiti internazionali applicano commissioni che arrivano anche ad essere tre volte maggiori. Così i margini per il commerciante si abbassano. E a pagarne il prezzo spesso finiscono per essere i consumatori.

Inoltre, bisogna considerare che ogni transazione genera decine di dati, dall’importo all’orario, dalla categoria merceologica al canale utilizzato: si tratta di un patrimonio informativo prezioso per la personalizzazione dei servizi, e per alimentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dei sistemi anti-frode. Se quelle informazioni vengono trasferite ed elaborate al di fuori dell’Europa, il corrispondente valore economico viene sottratto alla capacità industriale del continente.

Oggi i pagamenti digitali rappresentano dunque non più solo un servizio finanziario, ma anche un’infrastruttura strategica: chi governa i circuiti su cui corrono le transazioni online controlla una parte crescente dell’economia digitale.

Consapevoli
Nel 2015 il Regolamento europeo sulle commissioni interbancarie ha affermato la necessità di perseguire un mercato dei pagamenti trasparente e concorrenziale, in cui sia garantita la libertà di scelta tra circuiti allo scopo di ridurre i costi e rafforzare l’innovazione.

Negli ultimi anni, in particolare dopo la pandemia di Covid-19 e l’invasione russa dell’Ucraina, è inoltre maturata una diffusa consapevolezza sull’importanza esistenziale di governare i sistemi di pagamento. Dall’energia al digitale, la crescente instabilità internazionale ha costretto i Paesi europei a fare i conti con la realtà: lasciare le infrastrutture strategiche nelle mani di fornitori esteri rischia di compromettere la propria sicurezza nazionale.

In Francia questa sensibilità è storicamente ben radicata. Il circuito domestico Cartes Bancaires (CB) detiene oltre l’80% del mercato, garantendo costi più bassi per esercenti e consumatori e una continuità operativa completa. Le carte di credito nelle mani dei francesi sono quasi tutte co-badgiate: significa che a un circuito estero (Visa o Mastercard) è quasi sempre affiancata la rete francese di CB, che così dimostra di poter coesistere con i potenti network americani. Il presidente francese Emmanuel Macron ha recentemente definito CB «l’ultimo chilometro della nostra sovranità economica».

In Svizzera si è invece deciso di puntare sui pagamenti senza carta: la piattaforma Twint, creata nel 2014, nel corso degli anni si è evoluta in un ecosistema digitale integrato che comprende transazioni istantanee tra privati, acquisti nei negozi fisici e interazioni con la Pubblica Amministrazione. Grazie all’ampia adesione delle banche e dei commercianti, è oggi il metodo di pagamento digitale più utilizzato nel Paese.

Nel Regno Unito le principali banche stanno progettando un nuovo sistema di pagamento nazionale con l’obiettivo dichiarato di contrastare il predominio statunitense di Mastercard e Visa, che attualmente gestisce il 95% delle transazioni operate dai britannici.

Ma la sovranità sui circuiti di pagamento è un tema sentito anche lontano dall’Europa. L’India, con Upi, ha creato un’infrastruttura interoperabile che ha rivoluzionato le transazioni digitali e favorito l’inclusione finanziaria. Il Brasile, con Pix, ha introdotto un sistema di pagamenti istantanei accessibile a tutti, gratuito per i privati e a bassi oneri per molti operatori, riducendo il ricorso al contante e i costi. L’Arabia Saudita, con Mada, ha sviluppato un circuito che garantisce che le transazioni interne vengano elaborate localmente: questo modello assorbe oggi il 95% dei pagamenti effettuati nel Paese.

Persino negli Stati Uniti c’è chi si oppone al duopolio costituito da Visa e Mastercard. Già dal 2010 il Durbin Act ha introdotto per le carte di debito un tetto alle commissioni e il dual routing, ossia l’obbligo di inserire almeno due circuiti di pagamento non affiliati (ad esempio, Visa e Pulse, oppure Mastercard e Star) sulla stessa carta (vale anche per le transazioni online e i pagamenti digitali). L’obiettivo è favorire la concorrenza: se un circuito applica tariffe troppo alte, gli esercenti possono scegliere di instradare la spesa attraverso il secondo circuito, risparmiando sulle commissioni. E ora c’è una proposta di legge bipartisan, il Credit Card Competition Act, che propone di applicare il dual routing anche alle carte di credito.

Interconnessi
Negli ultimi vent’anni in Europa sono state impostate diverse iniziative volte a costruire infrastrutture di pagamento comuni: da un lato per superare la frammentazione tra decine di singoli sistemi nazionali chiusi in se stessi, dall’altro per presidiare l’autonomia europea in un settore sempre più strategico. 

Il primo grande risultato è stato la nascita della Single Euro Payments Area, meglio nota con l’acronimo Sepa: operativa dal 2008 grazie alla collaborazione tra le istituzioni dell’Ue e l’industria bancaria, Sepa ha reso possibile effettuare bonifici e addebiti in euro secondo regole uniformi in tutti i Paesi aderenti, dando vita a un’area unica dei pagamenti.

Per quanto riguarda i pagamenti digitali, dopo il fallimento di Eaps e del Progetto Monnet, ha preso forma un nuovo approccio, basato non più sulla creazione immediata di un’unica dorsale europea sostitutiva dei network internazionali, ma sull’interconnessione di soluzioni nazionali già consolidate e la costruzione progressiva di un ecosistema continentale. In questo solco, si colloca il progetto EuroPA (European Payments Alliance), partito nel 2023 dall’intesa tra Bancomat in Italia, Bizum in Spagna e Sibs in Portogallo: la mission di questa alleanza è dar vita gradualmente a una rete europea di interoperabilità tra sistemi di pagamento nazionali già affermati, consentendo agli utenti di utilizzare le proprie carte domestiche anche fuori dal proprio Paese. La piattaforma si è allargata nel corso del tempo fino a coinvolgere anche Blik in Polonia, Slovacchia e Romania, Iris in Grecia e Vipps MobilePay nei Paesi scandinavi.

Parallelamente, un gruppo di sedici banche e fornitori di servizi di pagamento ha lanciato il progetto EPI (European Payments Initiative), che nel 2024 ha dato vita a Wero, un wallet digitale europeo basato sui bonifici istantanei Sepa, inizialmente dedicato alle transazioni tra privati ma destinato a estendersi progressivamente agli acquisti online e nei negozi fisici. I mercati principali di Wero sono Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo.

Lo scorso febbraio i membri di EuroPa ed EPI hanno firmato un memorandum of understanding che  prevede la interoperabilità delle rispettive soluzioni di pagamento mobile per transazioni in negozio transfrontaliere. La cooperazione si basa su un hub centrale, gestito da un futuro ente centrale istituito congiuntamente dai partner, che renderà possibili anche i pagamenti istantanei da conto a conto da un Paese a un altro. L’intesa – che sarà pienamente operativa dal 2027 – riunisce circuiti che attualmente servono circa 130 milioni di utenti in 13 Paesi europei.

Inclusivi
Accanto alle manovre sui circuiti di pagamento, la partita della sovranità sulle transazioni dematerializzate si gioca anche sul campo delle valute digitali. 

Sul versante pubblico, dal 2021 l’Unione europea sta portando avanti il progetto dell’euro digitale, versione elettronica delle banconote e delle monetine in rame. L’idea è quella di dar vita a un metodo di pagamento elettronico utilizzabile gratuitamente da tutti nell’Eurozona favorendo l’indipendenza dalle piattaforme statunitensi. A emetterlo sarebbe la Banca Centrale Europea, mentre le banche e gli altri prestatori di servizi di pagamento avrebbero il compito di distribuirlo a cittadini e imprese, di gestire i portafogli digitali e di fornire i servizi di pagamento. Si tratterebbe quindi di moneta pubblica a tutti gli effetti.

Gli importi in euro digitale sarebbero registrati su un wallet digitale. Sarà previsto un limite massimo all’importo che ogni persona potrà detenere. Le transazioni potrebbero essere effettuate – anche offline – con lo smartphone o con una carta. Gli utenti potrebbero pagare in un negozio o su un sito Internet, ma anche inviare denaro ad amici in qualsiasi momento e ovunque. Per i cittadini l’utilizzo dei servizi di base sarebbe gratuito. 

Dopo la conclusione della fase istruttoria, avviata nel 2021, la Bce è oggi impegnata nello sviluppo tecnico dell’infrastruttura e nella definizione del quadro operativo. Se i legislatori dell’Unione europea adotteranno la normativa nel corso del 2026, l’euro digitale potrà essere emesso a partire dal 2029.

Tecnologici
Se l’euro digitale rappresenta la risposta delle istituzioni, il settore privato sta iniziando a muoversi su un terreno ancora in larga parte inesplorato: quello delle stablecoin denominate in euro. 

Le stablecoin sono un particolare tipo di criptovaluta progettato per mantenere un valore relativamente stabile: di solito sono ancorate al valore di una valuta tradizionale. E nella stragrande maggioranza dei casi, oggi, quella valuta è il dollaro. 

Si tratta di un mercato in forte crescita: lo scorso anno l’offerta totale è cresciuta di un terzo arrivando a quota 300 miliardi di dollari. I vantaggi principali di questa moneta digitale stanno nella programmabilità ed efficienza delle transazioni e nella possibilità di “tokenizzare” gli investimenti, ossia frazionarli senza vincoli e muoverli 24/7 senza intermediazioni.

Oggi le stablecoin denominate in euro rappresentano appena lo 0,3% dell’offerta globale. Per i Paesi europei, questo rappresenta un ulteriore elemento di dipendenza da infrastrutture e valute digitali esterne, proprio mentre il continente cerca di rafforzare la propria autonomia nei pagamenti.

Lo scorso anno Bancomat ha lanciato il progetto Eur.Bank con l’obiettivo di creare una stablecoin in euro conforme alla regolamentazione europea e destinata ai pagamenti digitali. 

A differenza delle stablecoin emesse da aziende private, questa punta su un modello pienamente integrato con il sistema bancario, con riserve in euro gestite all’interno del sistema bancario – sottoposto a vigilanza – degli istituti aderenti. L’ambizione è quella di costruire un ecosistema che coniughi l’innovazione della blockchain con l’affidabilità del sistema bancario tradizionale attraverso un’infrastruttura interoperabile. L’emissione dovrebbe essere lanciata entro il primo trimestre del 2027.

Sfida
Per molti anni in Europa abbiamo considerato i pagamenti digitali come un semplice servizio di mercato. Oggi, invece, è sempre più evidente che si tratta di un’infrastruttura strategica, al pari di quelle che reggono i settori dell’energia, delle telecomunicazioni o le tecnologie del cloud e dell’intelligenza artificiale. Dietro ogni transazione non si muove soltanto denaro, ma corrono informazioni, relazioni economiche, capacità di analisi, potere tecnologico.

I progetti avviati negli ultimi anni per difendere la sovranità nel settore dei pagamenti digitali indicano che sta germogliando nel continente un cambio di paradigma. La sfida sarà trasformare queste iniziative in un ecosistema realmente diffuso e competitivo. Dotarsi di reti di pagamento, strumenti monetari e infrastrutture digitali europee significa ridurre i rischi e rafforzare la capacità dei Paesi europei di decidere autonomamente il proprio futuro. Se non ora, quando?

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