L’Italia s’è persa: così siamo diventati periferia (anche) nel calcio

Le case di moda italiane non sono più italiane, l’industria dell’auto tricolore è in via di estinzione, ai tavoli diplomatici non tocchiamo palla o quasi. Ma ciò che nessuno si sarebbe aspettato è che saremmo diventati periferici anche nel calcio. 

Fino a vent’anni fa, eravamo maestri. Con la nazionale e con le squadre di club. Collezionavamo una coppa dietro l’altra: il suggello fu quella vinta dagli azzurri nel 2006 sotto il cielo di Berlino (che ricordi). Poi il declino, un’involuzione inesorabile, sempre più giù. Dal 1957 non accadeva che l’Italia bucasse la qualificazione ai Mondiali: adesso il fallimento si è ripetuto tre volte consecutive. Nel frattempo la Serie A è diventata, sotto pressoché tutti i parametri misurabili, il quarto campionato d’Europa. Abbiamo vinto gli Europei del 2021, sì, ma è stato solo un sussulto illusorio nel deserto di mediocrità al quale ci siamo condannati. Il pallone italiano vive la sua ora più buia. 

Toccherà a Giovanni Malagò, Paolo Maldini e Leonardo de Araújo provare a rilanciare il movimento. Impresa che si profila complessa, perché complesso è il nodo di fattori che  hanno contribuito alla caduta. 

Senza talenti
Partiamo dalla base: il campo. Per decenni siamo stati una fucina di campioni di livello internazionale: Rivera, Rossi, Baggio, Del Piero, Totti, per non parlare di difensori e portieri. Poi, improvvisamente, il meccanismo si è inceppato. Oggi l’unico fuoriclasse di caratura mondiale con passaporto italiano è Donnarumma. Abbiamo calciatori di alto livello come Tonali, Calafiori, Barella, Dimarco: ottimi profili, per carità, ma ai tempi d’oro dell’Italia sarebbero stati gregari. Per il resto, siamo su livelli medio-bassi. La penuria generale di talento è sotto gli occhi di tutti.

Eppure negli ultimi anni le nostre nazionali Under 17 e Under 19 hanno vinto tre Europei (l’ultimo lo scorso maggio) e sono state più volte finaliste. Ai Mondiali U17 del 2025 in Qatar siamo arrivati terzi. Significa che non siamo diventati di colpo brocchi. Ma quei giovani fanno dannatamente fatica a trovare spazio nelle rispettive squadre di club. La Serie A è il 49esimo campionato al mondo per percentuale di minuti giocati da calciatori U21 selezionabili per la nazionale di casa: 1,9% contro il 3,4% della Bundesliga tedesca, il 4% della Liga spagnola e addirittura il 7,8% della Ligue1 francese. La conseguenza diretta è che l’Italia è ultima tra i principali Paesi europei per ricavi complessivi generati nell’ultimo decennio da trasferimenti internazionali di calciatori formati internamente.

Secondo la Figc, la colpa è anche della politica, in particolare della Riforma dello Sport del 2021 (ministro Spadafora) che ha abolito il cosiddetto «vincolo sportivo» facilitando la possibilità per i giovani atleti di trasferirsi da una società all’altra. L’ex presidente federale Gabriele Gravina sostiene che ciò abbia provocato «danni probabilmente irreversibili» alla valorizzazione dei vivai. 

Sul punto, si è espresso anche il neo-presidente Malagò, il quale auspica una soluzione di «equilibrio» tra gli interessi dei club e quelli dei calciatori, ad esempio costruendo «meccanismi di indennizzo e premio di formazione più chiari, semplici e proporzionati».

Deriva culturale
Che il nostro non sia un Paese per giovani lo sapevamo già (anche fuori dal calcio). Tuttavia la scarsa fiducia nei ragazzi non basta a spiegare l’impoverimento qualitativo del nostro sistema pallonaro. In Premier League – generalmente considerata il miglior campionato del mondo – gli U21 inglesi giocano appena il 2,4% dei minuti: ciononostante, negli ultimi otto anni la nazionale dei “tre leoni” ha raggiunto due finali europee e due semifinali mondiali. Dunque, c’è dell’altro.

Tra gli addetti ai lavori e i commentatori, uno dei temi più discussi riguarda la cultura calcistica dominante in Italia. Nei nostri campionati – dalla A in giù – prevalgono sistemi di gioco imperniati sulla difesa della propria area di rigore: molte squadre badano prima di tutto a non subire gol, si compattano per non concedere spazi agli avversari, il che le porta ad arretrare il proprio baricentro in campo. Così il ritmo della partita rallenta, i calciatori offensivi patiscono e lo spettacolo generale si inaridisce. 

In Serie A la velocità media con cui circola il pallone è nettamente più bassa rispetto alla media degli altri campionati europei: 7,6 metri al secondo contro 9,2, mentre in Champions League arriva a 10,4. E tra le prime cinque leghe del vecchio continente, siamo ultimi per numero medio di dribbling a partita (26,69 contro 29,97): dalla stagione 2019/2020 a oggi, il numero medio di dribbling riusciti sui nostri campi è sceso da 19,02 a 12,36. 

Un’altra critica ricorrente chiama in causa gli allenatori dei settori giovanili, i quali non insegnerebbero più ai propri ragazzi la tecnica di base o la tattica individuale, privilegiando invece gli schemi di squadra. Questi formatori, in altre parole, avrebbero come primo obiettivo non tanto la valorizzazione dei giovani calciatori, bensì la vittoria di trofei, così da farsi belli agli occhi delle società e di avere maggiori chance di fare carriera.

In definitiva, il nostro calcio risulta essere più macchinoso e ruvido rispetto a quello praticato nel resto d’Europa. Per questo rischiamo figuracce quando incontriamo squadre straniere veloci, organizzate e qualitative. L’impressione è che, in un calcio globale ormai votato all’atletismo e all’offensivismo, il movimento italiano – storicamente bravo a coniugare difesa ed estro – non abbia saputo costruirsi nuova identità. 

Nani e giganti
Agli argomenti di natura strettamente sportiva si sommano carenze dal punto di vista economico, gestionale e infrastrutturale. 

Nel 2005 la Top10 dei club coi ricavi più alti in Europa contava tre società italiane: il Milan era terzo, la Juventus quarta e l’Inter nona. Nel 2025 il Milan era scivolato al 13esimo posto, l’Inter era 14esima e la Juventus 16esima. In vent’anni il fatturato dei rossoneri è aumentato del 69%, quello dei nerazzurri del 120% e quello dei bianconeri del 55%. Se vi sembrano grandi miglioramenti, considerate che nello stesso arco temporale, solo per fare alcuni esempi, gli incassi del Manchester United sono triplicati, quelli di Real Madrid, Barcellona e Bayern Monaco sono quadruplicati e quelli del Manchester City addirittura decuplicati.

All’estero c’è chi è stato baciato dalla dea fortuna, incarnata da nuovi proprietari nababbi con disponibilità di spesa impareggiabili. Di fronte a quei giganti, i patron di casa nostra non avrebbero potuto che soccombere. Ma se si è venuto a creare un simile divario è anche perché le società italiane sono rimaste ancorate per troppo tempo a un modello di business fondato sui ricavi da diritti televisivi. Nel frattempo, i top club degli altri Paesi europei prendevano il volo puntando su merchandising e introiti da stadio. Inoltre, nei campionati stranieri, specialmente in Inghilterra, le società si sono dimostrate lungimiranti nel ragionare e agire di sistema a beneficio di tutti. Un aspetto sul quale in Italia – terra di campanili e di centri di potere perennemente in lotta tra loro – abbiamo ancora molto da imparare.

E poi c’è la questione degli stadi. La modernizzazione di un sistema passa anche dal rinnovamento e dal potenziamento infrastrutturale, ma nel nostro Paese realizzare nuovi impianti è una missione ai limiti dell’impossibile. Tra il 2007 e il 2024 in Inghilterra ne hanno costruiti 7, in Germania 10, in Polonia 24, in Turchia addirittura 31, in Italia solo 3.  

Oggi la Serie A è il quarto campionato in Europa per fatturato complessivo, per ricavi commerciali e per ricavi da diritti televisivi. Siamo dietro Premier League, Liga e Bundesliga. E la Ligue1 francese ci tallona. 

Esempi virtuosi
Negli ultimi decenni, mentre l’Italia rimaneva indietro, Francia e Spagna hanno saputo allestire con pazienza due delle macchine di produzione di talento più efficienti del calcio mondiale.

Oltralpe il sistema dei vivai ha tratto vantaggio da una rete capillare di centri federali, investimenti strutturali e una cultura orientata alla crescita dei ragazzi. Gli spagnoli hanno puntato invece su uno schema più decentrato – guidato dai grandi club e dai loro investimenti nei rispettivi settori giovanili (le famose «cantere») – mettendo al centro una forte identità di gioco basata su possesso palla e tecnica individuale. 

Ogni modello va analizzato all’interno del proprio contesto, ma è indubbio che un Paese come il nostro – che non gioca un Mondiale dal 2014 – debba guardare con attenzione agli esempi virtuosi che brillano nelle vicinanze (fra l’altro, dotarci anche noi di una rete di centri federali potrebbe portare aiutare anche sul piano dell’aggregazione sociale).

Malagò, Maldini e Leonardo queste cose le sanno bene. Staremo a vedere quale strada prenderanno. C’è da ricostruire l’Italia del pallone. Specchio di un Paese che si è perso e non si ritrova più.

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