All’alba del 7 ottobre 2023, prima degli attentati di Hamas e della Jihad islamica contro Israele, erano 7 i Paesi dell’Unione europea a riconoscere lo Stato di Palestina. Oggi, a tre anni esatti di distanza, sono più del doppio: 15. Non un gran risultato, per la diplomazia di Tel Aviv.
Cipro, Ungheria, Bulgaria, Romania, Polonia e Cecoslovacchia avevano deliberato il riconoscimento nel 1988, ai tempi della Prima Intifada, quando la loro adesione all’Ue era ancora lontana da venire. Nel 2014 si era aggiunta al gruppo la Svezia per volontà del neo-insediato governo rosso-verde. Poi nessuno più, fino alla strage del 7 Ottobre e alla sproporzionata rappresaglia scatenata dallo Stato ebraico. Da allora, 8 Paesi dell’Unione si sono decisi a riconoscere la Palestina come simbolica forma di condanna per la pulizia etnica portata avanti da Israele nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.
In questo sottogruppo, i primi ad attivarsi sono stati nel maggio 2024 Spagna, Irlanda e Slovenia (insieme alla Norvegia, fuori dall’Ue): «Non possiamo più aspettare», spiegò il ministro degli Esteri iberico José Manuel Albares. Poche ore dopo, a Parigi, un giornalista chiese al presidente francese Emmanuel Macron cosa ne pensasse. Il capo dell’Eliseo storse la bocca rispondendo che le azioni politiche non devono essere «dettate dall’emozione»: «Riconosceremo la Palestina – disse col tono – quando ciò sarà parte di un insieme complessivo che permetta la pace e la sicurezza di tutti nella regione». Undici mesi dopo – benché lo scenario nella Striscia non fosse cambiato di una virgola: Israele continuava a fare strage di civili e bambini (l’unico elemento di novità era l’indignazione di piazza crescente a livello globale) – Macron fece il passo: «Il momento è arrivato», annunciò. Gli si accodarono i governi di Portogallo, Belgio, Lussemburgo e Malta.
Se nel corso di questi tre anni la Francia ha mutato la propria posizione nei confronti della causa palestinese, chi è rimasto sempre convintamente fedele a Israele è stata la Germania: un atteggiamento rimasto invariato nel passaggio del cancellierato da Olaf Scholz a Friedrich Merz e condiviso pure dagli estremisti dell’Afd.
Anche l’Italia non ha mai preso in considerazione il riconoscimento della Palestina, tuttavia – spinto anche dall’opinione pubblica – il Governo Meloni ha progressivamente raffreddato le relazioni diplomatiche con il governo di Benjamin Netanyahu. Similmente, l’Ungheria, dopo la caduta di Viktor Orbán e l’elezione del nuovo premier Péter Magyar, è passata dall’incondizionato sostegno allo Stato ebraico al dietrofront sull’uscita da quella Corte Penale Internazionale che ha ordinato l’arresto di Netanyahu per crimini di guerra e contro l’umanità.
Singolare, infine, è il caso dell’ex Cecoslovacchia: dopo la dissoluzione, nel 1993, della repubblica socialista, solo la Slovacchia ha confermato il riconoscimento dello Stato palestinese: la Repubblica Ceca invece no.
Questa breve panoramica è utile a far comprendere quanto siano variegate, mutevoli e probabilmente inconciliabili le sensibilità dei Paesi europei rispetto alla postura da tenere nei confronti di Israele.
Chi ha rotto
Tra le principali cancellerie del vecchio continente, è quella di Madrid la più determinata nel voler mettere all’angolo Tel Aviv. Dopo aver riconosciuto la Palestina, il governo del socialista Pedro Sánchez nel settembre dell’anno scorso è stato il primo nell’Ue a vietare di comprare armi dallo Stato ebraico e a proibire l’importazione di qualsiasi merce dalle colonie israeliane nei territori palestinesi occupati. «Misure urgenti contro il genocidio a Gaza», le ha definite il Consiglio dei ministri senza alcuna remora per l’utilizzo di un termine – genocidio – che, invece, altrove in Europa (Italia compresa), è ancora considerato tabù (nonostante lo adoperino anche le Nazioni Unite).
Lo scorso luglio la proposta di vietare l’import dagli insediamenti illegali di Israele in Cisgiordania e nelle alture del Golan è arrivata sul tavolo del Consiglio dell’Ue. Come prevedibile, però, non se n’è fatto nulla: 11 governi, tra cui Spagna e Francia, sarebbero stati favorevoli; 5, tra cui l’Italia, hanno fatto sapere che avrebbero dato il via libera solo in caso di voto all’unanimità; 8, con in prima fila Germania e Ungheria erano contrari.
Poche settimane dopo, allora, in mancanza di unità d’intenti a livello comunitario, i Paesi favorevoli hanno fatto da sé, emanando o annunciando a livello nazionale lo stop al commercio con i territori occupati. Ha fatto rumore, in particolare, la dichiarazione congiunta firmata dalla Francia insieme con il Regno Unito e il Canada (prossimo membro associato dell’Ue). «È giunto il momento di intraprendere ulteriori azioni per sostenere il nostro impegno a proteggere la soluzione a due Stati, i nostri interessi e i nostri valori, prima che sia troppo tardi», hanno affermato in coro il presidente Macron e i primi ministri Andy Burnham e Mark Carney.
A margine della recente Assemblea generale dell’Onu, i tre Paesi hanno co-presieduto – affiancati dall’Arabia Saudita – un meeting di alto livello dedicato alla soluzione «Due popoli, due Stati». Poi, nel suo discorso davanti alla plenaria, Macron ha sfoggiato toni che mai erano stati così duri nei confronti di Israele: «Che credibilità abbiamo se continuiamo a rimanere inattivi di fronte a Gaza?», ha detto. «Dobbiamo forse restare a guardare questo spettacolo che dovrebbe farci vergognare tutti?». Parole che sarebbero suonate impensabili almeno fino all’inizio del 2025, quando ancora il leader francese faceva affermazioni come «La nostra solidarietà con Israele di fronte al terrorismo è completa e non ammette alcuna sfumatura».
Epperò, quando lo scorso 24 settembre Netanyahu ha preso la parola davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, la delegazione francese è rimasta seduta ad ascoltare. Dei 77 Paesi che hanno disertato l’aula in segno di delegittimazione, gli unici europei sono stati Spagna, Irlanda e Slovenia.
Follow the money
A giugno i ministri degli Esteri dell’Ue non hanno raggiunto l’unanimità sulle sanzioni contro il ministro israeliano di estrema destra Itamar Ben-Gvir. In questo caso, sull’onda del trattamento riservato dal ministro agli attivisti della Global Sumud Flottilla, il governo italiano si era schierato a favore, al fianco, tra gli altri, di Spagna e Francia. Ma l’accordo non è stato possibile a causa della ferma opposizione di un manipolo di Paesi, tra cui Germania e Repubblica Ceca.
Sono falliti, uno dopo l’altro, anche i ripetuti tentativi di sospendere gli accordi commerciali in vigore tra l’Unione europea e Israele. Nel luglio 2025 la Commissione aveva proposto di negare allo Stato ebraico l’accesso ai fondi del programma di ricerca Horizon, nel settembre dello stesso anno Bruxelles aveva messo sul tavolo la cancellazione dei privilegi tariffari per le importazioni israeliane, mentre lo scorso luglio Spagna, Irlanda e Slovenia hanno chiesto al Consiglio dei Paesi membri la sospensione totale dell’Accordo di associazione Ue-Israele. In tutti e tre i casi, tuttavia, la contrarietà di Germania e Italia, spalleggiate da Grecia, Cipro, Ungheria, Repubblica Ceca e Bulgaria, ha impedito che la proposta venisse adottata.
L’Unione europea è il principale partner commerciale per Israele: vale il 33% delle importazioni e quasi il 30% delle esportazioni. Il volume totale degli interscambi di prodotti e servizi sfiora i 70 miliardi di euro, trainato da meccanica, energia e servizi ad alta intensità tecnologica.
Dopo gli attentati del 7 Ottobre si sono intensificate soprattutto le commesse nel settore della difesa. Se nel 2022 era andato in Europa il 29% delle esportazioni israeliane di armamenti (3,4 miliardi di euro), nel 2024 la quota è lievitata al 54% (7,4 miliardi), per poi scendere leggermente nel 2025 al 36% (6,1 miliardi).
Secondo dati elaborati dall’osservatorio indipendente Statewatch, tra gennaio 2022 e luglio 2025 le istituzioni pubbliche degli Stati membri dell’Ue hanno firmato 194 contratti con imprese israeliane per un valore totale di quasi 2,7 miliardi di euro. Tre delle cinque aziende israeliane che più hanno guadagnato da quegli accordi operano nel ramo della difesa: si tratta di Elbit, Rafael e Troya, che si sono garantiti ordini per un totale di 1,5 miliardi di euro.
Tra il 2023 e il 2024 l’Estonia ha siglato con Elbit due intese da complessivi 470 milioni di euro per la fornitura di munizioni d’artiglieria pesante e sistemi elettronici di osservazione e puntamento. Ma anche la Spagna capofila dei pro-Pal europei ha fatto spesa in Israele: due anni fa Madrid ha comprato da Rafael sistemi di combattimento aereo per oltre 200 milioni di euro.
Più di recente, lo scorso 31 agosto, il Ministero della Difesa dello Stato ebraico ha venduto alla Grecia per 3,1 miliardi di euro lo Scudo di Achille, un sofisticato sistema di difesa aerea multistrato. Per Netanyahu, Atene rappresenta un alleato strategico in chiave anti-turca: insieme a Cipro, il Paese ellenico costituisce il presidio occidentale di un’alleanza esagonale che abbraccia anche l’India e alcuni Paesi arabi e africani. Con i greci e i ciprioti Israele ha avviato ambiziosi progetti infrastrutturali ed energetici e alla fine dello scorso anno ha sottoscritto un piano di rafforzamento della partnership militare attraverso appalti per la difesa, esercitazioni congiunte e cooperazione energetica.
Anche la Finlandia ha acquistato da Israele un sistema a corto raggio, il David’s Sling, progettato per abbattere missili balistici lanciati da una distanza compresa tra 100 e 200 chilometri.
Alleati di ferro (o quasi)
Il principale partner commerciale europeo dello Stato ebraico nel settore difesa è però la Germania, il primo nell’Ue a schierare il sistema di difesa aerea Arrow, progettato per intercettare missili balistici a medio raggio e sviluppato dalla Israel Aerospace Industries in collaborazione con l’Agenzia statunitense per la difesa missilistica: il sistema è stato acquistato da Berlino nel 2023 per circa 3,6 miliardi di euro e sarà pienamente operativo nel 2030.
Peraltro, i tedeschi non sono solo acquirenti ma anche fornitori di Israele. Nei primi cinque mesi di quest’anno le autorizzazioni concesse dal governo teutonico alle imprese connazionali per esportare armi verso Tel Aviv hanno quasi raggiunto un valore di 800 milioni di euro, una cifra superiore a quella registrata nei venti mesi precedenti messi insieme. Tra le commesse principali, spicca quella per il sottomarino Ins Drakon, prodotto dalla tedesca Tkms, un mezzo subacqueo a capacità nucleare di classe Dolphin II il cui valore è stimato in 480 milioni di euro.
Dunque, oltre ai sensi di colpa per l’Olocausto, sono anche gli affari a frenare Berlino quando si tratta di decidere se sanzionare lo Stato ebraico.
Discorso parzialmente analogo vale per l’Italia. Il nostro Paese – dove nel 1938 furono emanate le leggi razziali antisemite – rimane tra i più fedeli alleati di Israele, ma nell’ultimo anno le relazioni si sono fatte più difficili. Dal 2024 non vendiamo più armi a Tel Aviv perché la nostra legislazione non consente di rifornire Paesi in guerra. D’altra parte, le importazioni dalle imprese israeliane sono passate dai 9,8 milioni di euro del 2022 ai 155 milioni del 2024, per poi fermarsi a 85 milioni nel 2025. Lo scorso aprile – pressato dall’opinione pubblica e in seguito ai colpi d’avvertimento sparati dall’Idf contro i nostri militari in Libano – il Governo Meloni ha sospeso il rinnovo automatico dell’Accordo di cooperazione in materie di difesa con lo Stato ebraico. Lo stop non ha comunque pregiudicato i contratti in essere: la nostra Aeronautica militare continua perciò a utilizzare per attività di sorveglianza gli E-550A, aerei spia progettati dalla Israel Aerospace Industries e realizzati in partnership con Leonardo. Così come il nostro Esercito mantiene in dotazione i sistemi anti-carro Spike, prodotti da Rafael.
Inesistenza
A tre anni dalla strage del 7 Ottobre, il sostegno del vecchio continente a Israele risulta complessivamente indebolito. I crimini in mondovisione ordinati da Netanyahu a Gaza e in Cisgiordania, a cui si sono sommati gli attacchi contro Libano e Iran, hanno spostato le opinioni pubbliche europee in massa verso l’appoggio alla causa palestinese. Alcuni governi hanno agito di conseguenza, allentando il proprio legame con Tel Aviv o voltandogli del tutto le spalle. Altre cancellerie, più attente a non guastare interessi economici e strategici, hanno deciso di restare al fianco dello Stato ebraico.
Ciò che balza all’occhio, alla fine, è che i singoli Paesi dell’Unione europea si posizionano verso Israele in ordine sparso. Ciascun governo fa il proprio gioco, ciascuno si muove secondo i propri tempi e facendo i propri calcoli. Come su molti altri dossier, l’Ue non riesce a parlare con un’unica voce. Mancano totalmente una visione comune e un approccio sistemico da parte degli Stati nazionali. Così l’Europa sembra sempre di più un’entità astratta. Raccontata nei palazzi e sui giornali, ma, nella pratica, politicamente inesistente.



