Come spesso capita nella Storia, la scintilla scocca nel momento e in modi imprevedibili. In Spagna, lo sfratto e poi la morte di Maricarmen Abascal, 87 anni di cui 60 circa spesi nell’appartamento da cui è stata espulsa, hanno acceso un movimento di massa largamente inatteso. Come siamo arrivati fin qui? Fondamentalmente, per trent’anni ci siamo affidati a due convinzioni errate. Che il mercato avrebbe regolato e risolto i problemi in questo ambito, e che prima o poi tutti saremmo diventati proprietari di case, senza più bisogno di occuparci dei problemi degli inquilini.
Ma la verità è che la crisi abitativa covava da molti anni sotto la cenere di un’apparente normalità, frutto di scelte politiche ben precise e di altrettante responsabilità. Milioni di europei, soprattutto giovani, spendono oltre il 40% del proprio reddito complessivo per l’abitazione e i costi a essa connessi; un milione di persone – bambini e anziani compresi – vivono per strada in Europa, il continente più ricco del mondo; soprattutto, a sentirsi meno sicuri sono nuclei che prima riuscivano tranquillamente a trovare un affitto a canone di mercato, e che invece oggi rischiano di esserne espulsi per via della pressione della finanza, del turismo, della stagnazione degli stipendi.
Il crollo della classe media si scarica sul diritto all’abitare, e mina uno dei pilastri del modello sociale europeo del Dopoguerra, insieme al diritto al lavoro, all’istruzione, alla sanità universale. È la somma di queste due consapevolezze ad accendere la miccia: ciò che sembrava garantito non lo è più, e anzi la povertà abitativa sembra allargarsi a vari segmenti sociali.
Le istituzioni europee hanno colto la novità e hanno compiuto passi importanti, sebbene la competenza in questo settore sia degli Stati nazionali. Paradossalmente, proprio questi ultimi sembrano essere inadeguati alla sfida, lasciando spesso sole le aree metropolitane e i loro rappresentanti di fronte a questa emergenza.
In Italia ciò è particolarmente evidente. Il Governo Meloni ci ha messo quattro anni a rendersi conto del problema e, quando lo ha fatto, la montagna ha partorito un topolino. Nessuna politica sull’affitto, poche risorse nuove, scarsissima attenzione alla fascia più fragile della popolazione, quella destinata all’edilizia residenziale pubblica che in Italia è drammaticamente insufficiente.
A Roma abbiamo fatto dal primo giorno la scelta opposta, per volontà immediata del Sindaco Roberto Gualtieri. 500 milioni investiti per acquistare case popolari; rigenerazione di grandi complessi pubblici come Tor Bella Monaca, Corviale, Porto Fluviale, Cardinal Capranica; fino a 900 euro al mese di contributo, per cinque anni, a chi viene sfrattato; l’istituzione dell’Agenzia Sociale per l’Abitare.
In più, stiamo cercando di stimolare l’offerta di edilizia a canone agevolato, quella non di proprietà pubblica ma frutto della collaborazione in varie forme tra pubblico e privato. Si tratta di decine di migliaia di case che mancano all’appello e che servono ai giovani, alle donne, ai migranti e a chi non può permettersi una casa di proprietà.
Come si vede, si tratta di mettere in campo una strategia trasversale, di medio periodo, che richiede investimenti pubblici e non ha bisogno di facili ideologie. A ben vedere, si tratta di una politica che richiede un’ampia alleanza sociale che prescinde dagli schieramenti politici. Una politica che abbia a cuore il futuro delle nostre città insieme a quello dei nostri figli.
L’incantesimo spezzato del Mattone (di Tobia Zevi)
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Come spesso capita nella Storia, la scintilla scocca nel momento e in modi imprevedibili. In Spagna, lo sfratto e poi la morte di Maricarmen Abascal, 87 anni di cui 60 circa spesi nell’appartamento da cui è stata espulsa, hanno acceso un movimento di massa largamente inatteso. Come siamo arrivati fin qui? Fondamentalmente, per trent’anni ci siamo affidati a due convinzioni errate. Che il mercato avrebbe regolato e risolto i problemi in questo ambito, e che prima o poi tutti saremmo diventati proprietari di case, senza più bisogno di occuparci dei problemi degli inquilini.
Ma la verità è che la crisi abitativa covava da molti anni sotto la cenere di un’apparente normalità, frutto di scelte politiche ben precise e di altrettante responsabilità. Milioni di europei, soprattutto giovani, spendono oltre il 40% del proprio reddito complessivo per l’abitazione e i costi a essa connessi; un milione di persone – bambini e anziani compresi – vivono per strada in Europa, il continente più ricco del mondo; soprattutto, a sentirsi meno sicuri sono nuclei che prima riuscivano tranquillamente a trovare un affitto a canone di mercato, e che invece oggi rischiano di esserne espulsi per via della pressione della finanza, del turismo, della stagnazione degli stipendi.
Il crollo della classe media si scarica sul diritto all’abitare, e mina uno dei pilastri del modello sociale europeo del Dopoguerra, insieme al diritto al lavoro, all’istruzione, alla sanità universale. È la somma di queste due consapevolezze ad accendere la miccia: ciò che sembrava garantito non lo è più, e anzi la povertà abitativa sembra allargarsi a vari segmenti sociali.
Le istituzioni europee hanno colto la novità e hanno compiuto passi importanti, sebbene la competenza in questo settore sia degli Stati nazionali. Paradossalmente, proprio questi ultimi sembrano essere inadeguati alla sfida, lasciando spesso sole le aree metropolitane e i loro rappresentanti di fronte a questa emergenza.
In Italia ciò è particolarmente evidente. Il Governo Meloni ci ha messo quattro anni a rendersi conto del problema e, quando lo ha fatto, la montagna ha partorito un topolino. Nessuna politica sull’affitto, poche risorse nuove, scarsissima attenzione alla fascia più fragile della popolazione, quella destinata all’edilizia residenziale pubblica che in Italia è drammaticamente insufficiente.
A Roma abbiamo fatto dal primo giorno la scelta opposta, per volontà immediata del Sindaco Roberto Gualtieri. 500 milioni investiti per acquistare case popolari; rigenerazione di grandi complessi pubblici come Tor Bella Monaca, Corviale, Porto Fluviale, Cardinal Capranica; fino a 900 euro al mese di contributo, per cinque anni, a chi viene sfrattato; l’istituzione dell’Agenzia Sociale per l’Abitare.
In più, stiamo cercando di stimolare l’offerta di edilizia a canone agevolato, quella non di proprietà pubblica ma frutto della collaborazione in varie forme tra pubblico e privato. Si tratta di decine di migliaia di case che mancano all’appello e che servono ai giovani, alle donne, ai migranti e a chi non può permettersi una casa di proprietà.
Come si vede, si tratta di mettere in campo una strategia trasversale, di medio periodo, che richiede investimenti pubblici e non ha bisogno di facili ideologie. A ben vedere, si tratta di una politica che richiede un’ampia alleanza sociale che prescinde dagli schieramenti politici. Una politica che abbia a cuore il futuro delle nostre città insieme a quello dei nostri figli.
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