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Alla corte di Xi: il nuovo ordine mondiale parla cinese

Sono state due settimane concitate per la diplomazia pechinese. Il presidente Xi Jinping ha accompagnato il suo omologo francese, Emmanuel Macron, in una visita di tre giorni nella capitale e nella metropoli meridionale di Guangzhou, prima di ricevere Ursula von der Leyen e pochi giorno dopo il brasiliano Lula.

Fuggendo, seppur per breve tempo, dalle feroci proteste contro la riforma pensionistica nel suo Paese, Macron è stato accolto da folle veneranti ed elettrizzate. Tra grandi ricevimenti e cerimonie del tè, i due leader hanno sovrinteso una serie di importanti accordi tra aziende francesi e società statali cinesi. Macron ha offerto a Xi la percezione pubblica che cercava: un monito chiaro per gli Stati Uniti – a cui Xi si è rivolto indirettamente definendoli la “terza parte” tirannica – dell’effettiva distanza tra la loro posizione aggressiva verso la Cina e l’atteggiamento più ambiguo di molti Paesi europei. Non è chiaro invece cosa Xi abbia offerto a Macron sul piano politico: il presidente francese ha invitato l’omologo cinese a riportare la Russia «alla ragione» per quanto riguarda l’invasione dell’Ucraina, ma la richiesta è stata accolta da formule di rito con poche indicazioni chiare su dove penda l’ago della bilancia del conflitto e, nonostante gli scongiuri dell’Europa, Xi non si è ancora assunto alcun impegno definitivo a parlare con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Fattore stabilizzante
Durante la sua visita in Cina, Macron è stato raggiunto da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. Il tono dei messaggi inviati dai due leader però, era discrepante: von der Leyen si è lamentata delle “pratiche scorrette” di Pechino, in particolare sul commercio, e si è recata nel Paese dopo aver tenuto un discorso duro sulla sfida autoritaria imposta dal Pcc. Macron, dal canto suo, ha avvisato l’Occidente di non entrare in una «spirale di tensioni senza via d’uscita» con la Cina.

Gli opinionisti cinesi hanno commentato la dichiarazione sostenendo che i ruoli storici sono cambiati e che Macron ormai riconosce l’enorme peso e importanza dell’economia cinese, ancor più in una fase dove l’inquilino dell’Eliseo sta cercando di promuovere una versione più solida e indipendente di Europa e di esercitare il suo potere di persuasione sulla governance mondiale. 

Nel corso della visita di Macron, c’è stato un altro vertice importante a Pechino. I ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Faisal bin Farhan Al Saud, e Iran, Hossein Amir-Abdollahian – i due poteri antagonisti del Medio Oriente – hanno tenuto nella capitale cinese il primo incontro ai massimi livelli tra i due Paesi in oltre sette anni, mentre a Washington un gruppo di esperti regionali disorientato osservava la Cina svolgere il ruolo di potere esterno stabilizzante nel Golfo.

Tuttavia il disgelo dei rapporti tra Riad e Teheran, che ha richiesto molto tempo, non è dovuto tanto all’intervento di Pechino quanto a una convergenza d’interessi. Come scrive il Washington Post, «l’Iran, colpito dalle sanzioni occidentali e impegnato a reprimere il movimento di protesta interno, sta cercando di allentare le maglie del suo isolamento globale e regionale; l’Arabia Saudita, la cui sicurezza e – di conseguenza – i piani per diversificare l’economia del regno dal petrolio sono minacciati dall’Iran, mira a sua volta ad alleggerire le tensioni nella regione – una strategia che ha incluso la ricerca di alleanze con poteri globali fuori dagli Stati Uniti».

Comunque la si veda, il calo dell’influenza americana è evidente, in particolare sui sauditi. Come ha scritto sul New York Times Anna Jacobs, analista del Golfo per l’International Crisis Group, «molti esperti credono ancora che chiunque occupi la Casa Bianca guiderà la politica saudita in Iran, ma questa tesi oggi semplicemente non è più attendibile». 

La Cina di Xi, d’altra parte, è una forza economica inarrestabile e sta iniziando a mostrare i suoi muscoli geopolitici. «Negli ultimi anni la Cina ha dichiarato di voler partecipare alla creazione di un nuovo ordine mondiale», ha dichiarato di recente l’ex segretario di Stato americano, Henry Kissinger. «E sta compiendo passi notevoli in quella direzione».

I contorni di questo supposto nuovo ordine mondiale della Cina sono ancora difficili da tracciare. Conosciamo le sue vaste ambizioni economiche, inclusa l’iniziativa della Nuova Via della Seta, dove il Paese ha investito in grandi progetti infrastrutturali in tutto il mondo. Ma nelle ultime settimane, Xi ha reclamizzato nuove iniziative sulla «sicurezza» e la «civilizzazione» – dichiarazioni politiche vacue ma che di fondo puntano a minare l’architettura di un ordine mondiale guidato dagli Usa, oltre al concetto di valori universali. «Sembra una contro argomentazione all’autocrazia del presidente Biden rispetto alla narrativa democratica», scrive sul Financial Times Moritz Rudolf, accademico presso la Yale School Paul Tsai China Center. «E una battaglia ideologica che attrae i Paesi in via di sviluppo più di quanto Washington voglia credere».

In questo contesto si inserisce anche la visita del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, ricevuto in pompa magna il 13 e 14 aprile da Xi Jinping a Pechino. Accompagnato da 240 dirigenti d’azienda e quasi 40 alti funzionari – la delegazione più ampia nei suoi tre mandati – Lula ha accusato Stati Uniti e Europa di «incoraggiare la guerra» invitandoli a «iniziare a parlare di pace». Il tenore delle sue affermazioni ha provocato la reazione della Casa Bianca, secondo cui nella sostanza e nella retorica, il Brasile ha lasciato intendere che Usa ed Europa siano responsabili della guerra in corso e non sarebbero interessati alla pace. «Se questo è il caso», ha dichiarato il portavoce del Consiglio di sicurezza John Kirby alla stampa, «il Brasile sta scimmiottando la propaganda russa e cinese senza interessarsi alla realtà dei fatti».

Su tutti i fronti
Soprattutto, per alcuni analisti la visita di Macron è un promemoria delle sfide che aspettano l’Europa. Se da una parte la guerra in Ucraina e l’antipatia verso la Russia hanno galvanizzato l’Alleanza transatlantica, gli investimenti e il commercio con Pechino sono sempre più vitali per le future prospettive europee. Cosa significa per le proiezioni cupe che ossessionano i politici di Washington – inclusa la possibilità di un’invasione cinese di Taiwan in futuro – rimane una questione aperta.

«Il paradosso sarebbe che, sopraffatti dal panico pensiamo di dover seguire gli Stati Uniti», ha detto Macron durante la sua visita. «La domanda a cui gli europei devono rispondere è: a noi giova accelerare la crisi di Taiwan? No. La cosa peggiore sarebbe pensare che noi europei dobbiamo essere i seguaci di qualcuno. «Quello che accade adesso in Europa – non solo per quanto riguarda l’esito di questa guerra in Ucraina, ma come gli europei gestiranno il loro rapporto con la Cina in futuro – darà forma alle future relazioni transatlantiche», ha sottolineato Andrew Mitcha, ricercatore senior presso l’Atlantic Council. «E le scelte dell’Europa, per quanto riguardano le sue politiche con la Cina, avranno un’influenza enorme sulla competizione degli Usa con quest’ultima anche per quanto riguarda gli altri scenari».

Eppure, come ha spiegato su Politico Chris Murphy, a capo del Comitato per le Relazioni Estere del Senato Usa, «non tutti gli aspetti delle relazioni Usa-Cina devono risolversi in un gioco a somma zero. Non vedo alcun svantaggio, per dire, nell’allentamento delle tensioni tra Arabia Saudita e Iran».

Un nuovo ordine mondiale definito – o fortemente scolpito – dal regime monopartitico di Pechino non rappresenta una prospettiva allettante per molti Paesi. Come scrive l’Economist, la Cina è un’aspirante superpotenza che tenta di esercitare la propria influenza senza essersi guadagnata alcuna simpatia, un potere senza fiducia con una visione globale priva di diritti umani universali. Ma, come nel caso del Medio Oriente, la sua maggiore influenza sul palcoscenico mondiale non deve sempre fare suonare i campanelli d’allarme.

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