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Reportage Emanuela Orlandi, Mirella Gregori & C. – “Non dimenticateci”: l’odissea dei parenti degli scomparsi

«Chiamami San Rocco», dice con occhi fieri e tono scherzoso Rocco Micale, vicepresidente di Penelope Lazio, mentre guida l’auto verso l’ospedale Santo Spirito in Sassia. Per le strade di Roma, è un venerdì come un altro. Micale, 60 anni, da 40 a Roma, prima di andare in pensione era un brigadiere dell’Arma dei Carabinieri, impegnato nella lotta alla criminalità organizzata nel Lazio. Ha esperienza, contatti e un desiderio sincero di mostrare il lavoro di Penelope Italia, un’associazione attiva nel sostegno ai familiari delle persone scomparse.

Questo venerdì ha inizio due giorni prima. Micale e la sua squadra – un paio di altri associati e alcune giovani tirocinanti – battono le zone del centro alla ricerca di una ragazza scomparsa da una comunità di Bari. Sospettano si trovi nella capitale. Nel percorso, parlano con commercianti, forze dell’ordine e preti delle chiese circostanti. Informano e lasciano il numero di telefono di Penelope per poter essere avvertiti in caso di avvistamento. Passano 48 ore e una telefonata arriva. Un commerciante l’ha notata: la donna è accanto al suo negozio. Micale si precipita sul luogo e contatta le forze dell’ordine. Poco dopo ci raggiunge anche Grazia, studentessa di psicologia e tirocinante di Penelope. La donna è sdraiata a terra. Sembra dormire sotto una coperta, ai piedi della saracinesca di un esercizio commerciale chiuso. È un freddo pomeriggio di fine gennaio. Quando la donna, che è affidata a un tutore e ha bisogno di cure, si alza, i carabinieri l’accompagnano a un bar non lontano. Chiede di poter bere e mangiare qualcosa. All’arrivo dell’ambulanza, gli operatori la convincono a salire. Viene ricoverata al Santo Spirito. Ora, è al sicuro.

Fenomeno sconosciuto
Questo è solo uno dei tanti e diversi casi di scomparsa che avvengono ogni anno in Italia. La portata del fenomeno è resa ben evidente dal rapporto annuale del Commissario straordinario del governo per le persone scomparse. In Italia, dal 1974 a oggi, si contano oltre 79mila persone sparite e mai più ritrovate. Nel 2022, le denunce di scomparsa sono state più di 24mila e, di queste, circa la metà riguardano persone di cui ancora non si sa nulla.

Per chi resta, la scomparsa di un caro è un tempo congelato in attese e interrogativi, con ripercussioni a livello psicologico e legale. È con l’obiettivo di sostenere queste famiglie che, nel 2002, ha preso vita Penelope. La sua nascita si deve a don Marcello Cozzi e a Gildo Claps, fratello di Elisa Claps, la ragazza sparita nel 1993 e ritrovata deceduta nella soffitta della chiesa della Santissima Trinità di Potenza nel marzo del 2010.

Con la loro attività, gli associati hanno cercato di essere un pungolo per le istituzioni, portando avanti battaglie per migliorare il sistema di prevenzione e risposta al fenomeno. «È stata l’associazione Penelope che ha battuto i piedi e ha fatto sì che il legislatore emanasse la legge sulla scomparsa», racconta Emanuela Zuccagnoli, segretaria nazionale di Penelope. Si riferisce alla legge 203 del 2012, con cui viene stabilito che chiunque – non solo i familiari – si renda conto della scomparsa di una persona, può denunciare il fatto alle forze dell’ordine, che devono accettare la denuncia e procedere all’immediato avvio delle ricerche.

Tuttavia, per i familiari, accanto alla soddisfazione per l’approvazione, vi è anche delusione: la legge è composta da un solo articolo. Penelope parla di tagli e smussature da parte delle commissioni di Camera e Senato che ne hanno ridotto la portata. «Non è detto che le leggi che hanno oltre 50 articoli siano più esaurienti», commenta a TPI il Commissario straordinario del governo per le persone scomparse, il prefetto Antonino Bella. Le obiezioni, comunque, hanno un fondamento, ammette il prefetto. Seduto sul divanetto del suo ufficio, in una delle sedi del ministero dell’Interno, riflette sulle ragioni di questo esito. «Probabilmente è stato fatto così per agevolare l’approvazione della legge. Tenga conto che è stata approvata in sede deliberante dalle commissioni, non è andata neanche in aula» e, afferma, la velocizzazione era una delle richieste delle associazioni. Il Commissario, figura istituita nel 2007, svolge una funzione «di coordinamento a livello nazionale» degli enti competenti e fornisce «delle linee guida», spiega Bella.

Inoltre, presiede la Consulta nazionale per le persone scomparse. È all’interno di quest’organo, costituito nel 2019, che le associazioni si confrontano con gli enti istituzionali di riferimento. L’efficacia dell’azione del Commissario, secondo Penelope, è viziata da una tendenza: affidare l’incarico a prefetti vicini al pensionamento, causando una turnazione eccessiva. Oltretutto, la Consulta si riunisce solo tre o quattro volte all’anno. «Di tutto quello che viene discusso, a volte, non c’è un prosieguo, perché non c’è continuità tra chi sta in quell’ufficio», denuncia Zuccagnoli. Il prefetto, però, non è d’accordo: «Non è il solo Commissario che agisce, si tratta di una struttura, e questo assicura la continuità». «Quest’anno sono state fatte tante iniziative», aggiunge, ricordando, fra le altre, la campagna di sensibilizzazione sulla scomparsa dei minori diffusa sulle reti Rai.

Lasciati soli
Ciò su cui, al momento, non sembra esserci una risposta delle istituzioni è il sostegno psicologico, interamente affidato alle associazioni di volontariato, che, ricorda Zuccagnoli, hanno risorse limitate, insufficienti rispetto ai numeri del fenomeno. Tuttavia, l’assistenza psicologica è essenziale per chi vive l’evento traumatico della scomparsa di un caro. È come entrare «in un vortice in cui non capisci niente». Così Maria Antonietta Gregori, sorella di Mirella Gregori, descrive il momento in cui la persona scompare e la quotidianità inizia a riempirsi di figure estranee. Il caso di sua sorella, studentessa romana scomparsa a 15 anni, è uno dei più noti della cronaca italiana.

Di lei, dalla sua sparizione, quando uscì di casa il 7 maggio del 1983, non si è saputo più nulla. Sono passati 40 anni. Nel bar che un tempo era dei suoi genitori e che ora gestisce lei, Maria Antonietta aspetta ancora la verità. «Mia madre diceva che la terra si era aperta e aveva inghiottito mia sorella, perché non c’erano risposte alle domande che faceva», racconta a TPI, mentre il marito al bancone sistema le tazzine di caffè per i clienti. «Non è facile, devi avere tanta forza per andare avanti e proprio lì, in questi casi, hai bisogno di un aiuto psicologico che all’epoca non c’era». Non che adesso le istituzioni forniscano questo tipo di sostegno: «Siamo noi che glielo diamo», chiarisce riferendosi a Penelope, di cui anche lei fa parte. Alcuni, uscendo, la salutano. Manca poco all’orario di chiusura. Oggi, come un’infinità di altre volte in questi decenni, Maria Antonietta tornerà a casa dopo aver ripercorso con un estraneo la storia di questa tragedia, ma non le pesa: «Non è che se non la ripeto, non ci penso. È una storia che vive con me da 40 anni, è quella che mi porto nel cuore. È mia sorella».

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