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Un Primo Maggio da dedicare ai giovani

Un bel Primo Maggio dovrebbe avere al centro dell’attenzione il futuro dei giovani. Tutto – il lavoro, lo studio, le passioni, le aspirazioni – dovrebbe essere declinato guardando alle nuove generazioni. Se un Paese non investe sui giovani, non li valorizza, non li aiuta a crescere, a diventare cittadini del mondo, allora non va da nessuna parte.

Cifre alla mano, sono circa 3 milioni i giovani italiani in età di studio e lavoro che non fanno nulla. Non studiano, non lavorano e, secondo l’Istat, restano fuori dal mercato del lavoro che di solito rappresenta il segno del distacco dalla famiglia e quindi l’avvio della navigazione in mare aperto.

I giovani faticano a entrare nel ciclo che la società considera “normale”, per cui uno studente segue e conclude il suo percorso di formazione e poi cerca un lavoro.

Ma la disponibilità di ragazze e ragazzi in età di lavoro non incrocia le richieste delle imprese, che spesso si lamentano di non trovare figure professionali adeguate alle loro esigenze. E dall’altra parte le categorie dell’occupazione, dai lavoretti della gig economy ai laureati-stagisti, sono caratterizzate da retribuzioni basse, contratti precari, condizioni di lavoro poco trasparenti.

Ora il Governo Meloni allarga le maglie del precariato, per favorire le imprese che beneficiano del dumping sociale e retributivo come fattore competitivo, proprio mentre in Europa si sperimentano opzioni per offrire lavoro stabile, welfare adeguato, formazione continua.

La proliferazione dei Neet (Not in education employment or training) testimonia l’impoverimento del Paese che non riesce a creare un progetto educativo, di crescita civile, condiviso dai giovani.

A questo proposito uno dei temi cruciali è il sistema scolastico non adeguato, poco innovativo. Forse le risorse pubbliche non sono sufficienti o sono impiegate male e quelle private si rivolgono a interessi importanti ma parziali, d’élite, di classe avremmo detto una volta.

Il discorso è complesso, interessa pure il deficit demografico, le politiche di accoglienza e le strategie pubbliche per l’occupazione. Tutto si tiene. E ci sarà una ragione se il ministro dell’Istruzione (e del Merito) Giuseppe Valditara nei sondaggi contende quasi sempre gli ultimi posti al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

Tra pochi mesi, a settembre, inizierà il nuovo anno scolastico con 130mila studenti in meno. Precipitano le iscrizioni perché le famiglie italiane fanno meno figli e rimane una forte dispersione scolastica. Come riempire le scuole? Come aiutare i giovani? Non si sa.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti pensa a un piano miliardario di aiuti e sgravi alle famiglie con figli, però non ci sono soldi. E, comunque, per vivacizzare le culle ci vuole tempo. Intanto Giorgia Meloni è terrorizzata da un numero – 900.000 – che sarebbero i rifugiati pronti a sbarcare sulle nostre coste se crollasse la Tunisia, mentre il ministro-cognato Lollobrigida è in allarme per la «sostituzione etnica».

L’anno scorso sono arrivati in Italia circa 105.000 migranti, nel 2023 potrebbero essere 120.000 (Ispi), quindi nessuna invasione. Potremmo anche cambiare registro, con una politica di accoglienza per i rifugiati per sostenere le scuole e garantire alle imprese gli addetti che chiedono.

Tra il 2011 e il 2021 la Germania è passata da 80 a 83 milioni mentre nello stesso periodo l’Italia ha registrato un calo da 60 a 59 milioni. La contrazione demografica si può arginare seguendo due linee, una “slow” e una “fast” (come propone il rettore della Bocconi Francesco Billari).

Le politiche demografiche “slow” di lungo periodo puntano a rafforzare e stabilizzare le misure a favore delle nascite e delle famiglie. Le politiche “fast” operano in modo realistico con l’immigrazione di famiglie, con lavoratori, bambini e studenti che vogliono costruire il futuro in Italia.

In questo modo, anche la “minaccia” dei migranti e la pressione africana potrebbero essere governate e diventare un’occasione di crescita e di progresso sociale del nostro Paese.

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