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Brancaccio a TPI: “In Ucraina si scontrano due modelli economici. La pace si fa solo sui soldi”

Emiliano Brancaccio, professore di Politica economica all’Università del Sannio, lei e altre decine di studiosi di rango internazionale avete firmato un appello – pubblicato su Financial Times, Le Monde e Sole 24 Ore – intitolato “Le condizioni economiche per la pace” . Cosa vi ha spinto a unire le voci sul tema della guerra in Ucraina?
«L’esigenza di dare alle iniziative sul pacifismo un connotato di realismo. Se da un lato abbiamo quello che io chiamo un “oltranzismo della guerra” che non propone soluzioni credibili all’uscita dal conflitto, dall’altro è necessario che le mobilitazioni pacifiste che affiorano vengano irrobustite dal punto di vista del realismo politico». 

Voi scrivete: «Le contraddizioni nel sistema economico globale deregolamentato hanno acutizzato le tensioni geopolitiche». Quindi il responsabile della guerra è il neoliberismo, non Putin?
 «Il responsabile dell’aggressione all’Ucraina è il governo russo, che ha commesso una violazione del diritto internazionale. Su questo c’è poco da discutere. Ma se vogliamo comprendere i moti profondi che animano i venti di guerra, in Ucraina come a Taiwan come in larga parte del mondo, allora dobbiamo allargare l’orizzonte». 

Scendiamo nei dettagli.
«Una delle cause dell’inasprimento delle tensioni diplomatiche in atto sta in un enorme squilibrio economico, eredità della globalizzazione capitalistica degli anni passati. Da una parte gli Stati Uniti e vari altri Paesi occidentali hanno accumulato un notevole debito verso l’estero; dall’altro la Cina, in piccola parte la Russia e in generale un numero consistente di Paesi non allineati alle posizioni Nato hanno un consistente credito verso l’estero». 

Questo squilibrio che conseguenze provoca?
«Una svolta nella politica economica internazionale americana. Gli Usa hanno abbandonato la globalizzazione liberista, di cui erano stati propugnatori, per aderire a un protezionismo commerciale e finanziario aggressivo, che blocchi le merci e i capitali provenienti da Oriente. Una strategia che gli americani chiamano “friend shoring”, ossia: faccio affari solo coi miei amici». 

I capitalisti americani combattono la libera circolazione delle merci, difesa invece dai comunisti cinesi e dagli ex comunisti russi. È un paradosso.
«Il comunismo è ancora di là da venire. Liberismo e protezionismo sono le due facce contraddittorie dell’odierno capitalismo. Se gli americani non rivedono il loro protezionismo unilaterale e aggressivo e se i cinesi non rinunciano al desiderio di tornare ai vecchi fasti del liberoscambismo, allora le condizioni per pacificare il mondo si faranno più difficili». 

Ma tutto questo cosa c’entra con la guerra in Ucraina?
«I più alti rappresentanti dei Paesi coinvolti nel conflitto riconoscono che la guerra in Ucraina è uno spartiacque storico, nel senso che gli esiti di questo conflitto potrebbero spostare l’asse del potere internazionale e determinare le condizioni di un nuovo ordine economico mondiale. Sembrano questioni lontane dai combattimenti in corso in Ucraina, ma sullo sfondo c’è proprio questo grande tema internazionale. È sorprendente che se ne discuta poco». 

Perché non se ne parla?
«Perché è più facile, per entrambe le parti in conflitto, giustificare le guerre sulla base di istanze di libertà e democrazia, o di difesa e sicurezza, mentre discutere della guerra come della risultante di un conflitto economico è certamente più complesso. E anche politicamente più scomodo». 

Questo scontro fra protezionisti e globalisti che effetti ha sull’Europa?
«L’Unione europea si trova in una posizione diversa rispetto agli Stati Uniti. Gli Usa hanno un pesante indebitamento verso l’estero, ai limiti della sostenibilità, l’Ue invece si trova in una posizione di surplus nei rapporti con l’estero. Anche per questo motivo, l’Europa avrebbe la possibilità di assumere una posizione più autonoma rispetto alla linea oltranzista americana. Per adesso, purtroppo, la linea di von der Leyen e soci resta molto subalterna». 

E l’Italia? Siamo un Paese pesantemente indebitato…
«La questione chiave non è tanto il debito pubblico ma il debito estero. Le recenti crisi economiche hanno fatto scendere il reddito dell’Italia, ma ciò ha anche avuto l’effetto collaterale di far diminuire le importazioni e di porci in una situazione di indebitamento verso l’estero migliore rispetto al passato. Anche per questo avremmo la possibilità di assumere una posizione più autonoma rispetto al protezionismo unilaterale americano. Fra l’altro, il nostro è un Paese crocevia degli scambi commerciali e finanziari fra Oriente e Occidente: rischiamo di pagare un prezzo molto alto dalla frammentazione economica mondiale». 

Sbagliamo a inviare armi all’Ucraina?
«Poteva anche avere senso nella fase iniziale della guerra. Il problema è che, più di un anno dopo, questa linea non offre vie per una pacificazione. L’Italia farebbe meglio a promuovere una trattativa di pace basata non solo sui temi territoriali ma anche sulle contraddizioni economiche che stanno sullo sfondo. Del resto, la storia insegna che ai tavoli di pace le questioni territoriali sono le più visibili ma molto spesso sono quelli economici i temi decisivi». 

Voi scrivete: «Occorre una nuova iniziativa di politica economica internazionale per avviare un realistico processo di pacificazione». La pace può compiersi solo sulla base di un nuovo modello economico mondiale?
«Noi facciamo riferimento a una soluzione che abbiamo definito di “capitalismo illuminato”. Era la soluzione avanzata da Keynes alla vigilia degli Accordi di Bretton Woods alla fine della seconda guerra mondiale: un sistema, cioè, di regolazione politica delle relazioni economiche internazionali basato sul controllo dei movimenti internazionali di capitale e su forme di governo degli scambi concordate politicamente tra i Paesi. Sappiamo bene che quegli accordi arrivarono solo dopo due guerre mondiali e sotto il grande pungolo dell’alternativa sovietica. Ma oggi il punto è esattamente questo. La domanda fondamentale del nostro tempo è: siamo in grado di evocare un’ipotesi di capitalismo illuminato prima che si sviluppi un altro grande conflitto mondiale?». 

Non sembra però un tema all’ordine del giorno per i leader mondiali.
«Quella del pacifismo realistico è una strada impervia, ma va praticata. Per fortuna, qualche elemento di consapevolezza inizia ad affiorare. Nei giorni scorsi persino l’Fmi ha pubblicato un outlook in cui evidenzia come le relazioni tra rischio geopolitico e crescente frammentazione economica mondiale sono molto strette. Lo stesso position paper cinese è una base che potrebbe avviare una discussione in questo senso. Certo, però, i cinesi dovrebbero anche rendersi disponibili a mettere in discussione il punto 11 del loro documento, dove implicitamente auspicano il mantenimento del vecchio sistema di libero scambio». 

In che modo un dialogo sul piano economico fra Occidente e Oriente può agevolare l’accordo fra Ucraina e Russia rispetto alla contesa territoriale?
«L’obbiettivo del ritiro delle truppe russe e del ripristino dell’integrità territoriale dell’Ucraina è giusto e trova riscontro nel diritto internazionale. Ma perseguirlo solo per via militare è una follia. Se non si apre una trattativa sugli elementi economici che sono sullo sfondo di queste tensioni militari, la via per una concreta pacificazione resterà chiusa. La nostra tesi è che l’Europa dovrebbe innanzitutto indurre l’Occidente a mettere in discussione il protezionismo unilaterale del “friend shoring” voluto dagli americani. Noi riteniamo che questa sarebbe una mossa decisiva, in grado di costruire una prima base di accordo con i cinesi e di aumentare così la pressione sui russi affinché ritirino le truppe. Finché non si realizza questa strategia di ampio raggio, sarà solo muro contro muro. Con il rischio di escalation del conflitto». 

La guerra in Ucraina ha un peso diverso rispetto alle altre in corso nel mondo?
«La moderna guerra militare trova sempre la sua benzina nel conflitto economico. La novità sta nel fatto che la guerra in Ucraina rappresenta la prima sfida che i Paesi non allineati, creditori netti verso l’estero, lanciano verso gli Stati Uniti indebitati e protezionisti. Questa svolta rende la guerra in Ucraina un pericoloso spartiacque storico».

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