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La donna dei due boss che disse Sì allo Stato: l’incredibile storia di Teresa Concetta Managò

Ci sono storie di mafia che sembrano esistere solo per essere adattate a film o serie tv: avvenimenti reali, più o meno smussati a seconda delle esigenze narrative. Ce ne sono poi altre, di storie, con contorni così drammatici da somigliare invece a delle tragedie greche. Come quella di Teresa Concetta Managò, prima pentita di ‘Ndrangheta, e donna di due potenti boss rivali a Palmi, nella provincia di Reggio Calabria di fine anni Ottanta. 

Managò è stata innanzitutto la moglie di Franco Condello, in quel periodo fra i vertici di una delle ‘ndrine più sanguinose della zona. Condello aveva avuto con lei quattro figli, tre femmine e un maschio, concepiti durante un lungo periodo di latitanza: si nascondeva dalla polizia e soprattutto dai Gallico, cosca avversaria con cui anni prima era iniziata una faida violentissima. Una lunga serie di omicidi fra cui quello dello stesso Condello, esploso insieme alla sua auto nel 1989.

Rimasta vedova, Managò va da Mimmo Gallico, il mandante dell’omicidio di suo marito, chiedendogli pietà, per lei e i suoi figli. Ma per qualche inspiegabile motivo i due si innamorano, e Managò diventa l’amante del peggior nemico del marito. In segreto, lo aiuta a uccidere alcuni fiancheggiatori dei Condello, fino a quando viene arrestata e decide, nel 1994, di collaborare con la giustizia, diventando così la prima pentita di ‘Ndrangheta. 

L’inizio della faida
«Come si dice, “quando la realtà supera la fantasia»: nemmeno la mente più diabolica avrebbe potuto immaginare che la donna avrebbe tradito il marito, o almeno non fino a quel punto», osserva Arcangelo Badolati, giornalista della Gazzetta del Sud e noto esperto di ‘Ndrangheta. Originario proprio di Palmi, Badolati ha seguito la vicenda fin dal principio.

Dopo il pentimento di Managò, è stato il primo a intervistarla sulle pagine della Gazzetta. «C’era tanta paura», ricorda, «perché quello è stato un periodo terribile a Palmi, con 47 morti ammazzati per strada tra la fine degli anni Settanta e Novanta». 

Posizionata a metà tra mare e montagna, Palmi è una di quelle città del Sud che potrebbe vivere di turismo per gran parte dell’anno. E pare strano, che luoghi così incantevoli siano stati lo scenario di una delle faide più cruente nella storia della criminalità organizzata. Comincia tutto nel 1977, come spesso accade per un motivo futile.

Franco Condello e suo fratello Domenico, all’epoca giovanissimi, organizzano una festa e impediscono l’ingresso ai figli di Nino Gallico, soprannominato “il Pico”, ovvero capobastone dell’omonima ‘ndrina; i Gallico, smargiassi, avevano provato invano a entrare nel locale, ricevendo però dai Condello soltanto schiaffi e spintoni. Un oltraggio per il Pico, il secondo subìto dai Condello, all’epoca onesti commercianti di vino, che qualche mese prima si erano opposti a un tentativo di estorsione da parte degli stessi Gallico. 

È a causa di questi due precedenti che, poco tempo dopo, Franco e Domenico Condello subiscono un agguato per strada. Guidavano il camioncino di famiglia, con un carico di vino pronto per essere venduto, quando vengono fermati con l’inganno.

Dopo i primi spari Franco si accascia a terra, si finge morto, e assiste così alla morte del fratello. «È da quel momento che diventa un vendicatore», continua Badolati, mentre annota uno dopo l’altro i morti che sono seguiti a quell’omicidio.

Il secondo a morire è Alfonso Gallico, l’amato primogenito del Pico, che da quel momento scatena una guerra di mafia fra le strade di Palmi. Da una parte i Condello coi loro fiancheggiatori, e dall’altra i Gallico capeggiati da Mimmo, figlio del boss. Due fazioni impegnate a uccidersi a vicenda, in un botta e risposto durato per quasi vent’anni, e che ha finito per coinvolgere anche persone estranee alla vicenda. Come Giuseppe Borrello, studente di 21 anni, ammazzato nel dicembre del 1987 per uno scambio di persona. 

Conversione
Quando Franco Condello era in vita, e latitante, sua moglie doveva fargli da ambasciatrice e accudire i loro figli. Una volta morto l’uomo, Managò temeva il peggio. È però difficile capire cos’è che l’ha spinta a diventare l’amante del boss rivale. «Quel che è certo», commenta Badolati, «è che nessun complice dei Condello se n’era accorto, fino al punto che la loro relazione andò avanti per almeno un anno.

Del resto, chi poteva mai immaginare qualcosa di simile? Forse la donna pensava che prima o poi si sarebbe potuta liberare lei stessa di Mimmo Gallico, chissà. Tragedie del genere non lasciano spazio alla logica». 

Poi, quasi all’improvviso, arriva l’arresto dei Gallico insieme a quello di Managò. Tramite alcune intercettazioni, gli investigatori avevano scoperto che la vedova forniva al nuovo amante informazioni preziose sui movimenti degli ex uomini di Condello. Una volta finita in carcere, Managò realizza di essere sola: è accusata del concorso in omicidio di tre uomini, e la sua famiglia la considera una traditrice. «Io sono pentita e sono qui per far luce», afferma davanti ai giudici nel 1994. 

«In quel processo il ruolo della Managò fu molto importante, dato che conosceva le dinamiche interne di entrambe le famiglie rivali», spiega Roberto Di Palma, che aveva conosciuto la donna proprio in quegli anni, quando lavorava come sostituto procuratore al tribunale di Palmi. Oggi Di Palma è procuratore del tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, e nel ricordare quella vicenda sottolinea quanto possa essere fondamentale la volontà da parte delle madri nell’allontanare i figli da ambienti criminali. 

Serie tv
Anche se con eventi di cronaca alterati a fini narrativi, la tesi sostenuta da Di Palma appare confermata in due recenti serie tv accomunate dal binomio donne-‘Ndrangheta: “Bang Bang Baby” e “The Good Mothers”. La prima, prendendosi tante libertà creative, racconta la storia di Marisa Merico, figlia del boss calabrese Emilio Di Giovine; la seconda, invece più seriosa nei toni, ha come protagoniste Lea Garofalo, Giuseppina Pesce e Concetta Cacciola, appartenenti a famiglie di ‘Ndrangheta.

Nella finzione come nella realtà, tutte queste donne sono unite dall’essere madri (o figlie, nel caso di Merico) che vogliono dare ai propri bambini una vita lontano dalla criminalità.

«Ma non è sempre stato così», precisa Di Palma, citando gli studi della sociologa Renate Siebert sul ruolo delle madri di ‘Ndrangheta nel trasferire alcuni disvalori criminali ai figli. In libri come “Le donne, la mafia” (Il Saggiatore), Siebert ha infatti evidenziato come negli ambienti mafiosi, alle donne sia delegato il ruolo di educare i bambini a certi comportamenti: che non bisogna tornare a casa offesi da qualcuno, o che si deve rispondere all’offesa con un’altra offesa. «Di questo ne abbiamo piene le indagini, decenni di intercettazioni che confermano questo quadro», conclude Di Palma. 

A quasi trent’anni dal suo pentimento, Teresa Concetta Managò e i suoi quattro figli vivono in una località segreta. Il loro cognome non è più Condello, come previsto dal programma di protezione testimoni.

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