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L’era del grande riarmo: spese militari mai così alte in Europa dai tempi della Guerra Fredda

Che il 2022 sia stato – letteralmente – un’annata d’oro per i produttori di armi è cosa abbastanza nota. Ma è comunque impressionante (e insieme spaventoso) leggere le cifre sulle spese militari raccolte dall’Istituto internazionale di ricerca sulla Pace di Stoccolma (Sipri) nel suo ultimo rapporto.

I tecnici dell’ente indipendente hanno analizzato i bilanci degli Stati più attrezzati militarmente e hanno scoperto non solo che l’anno passato il mondo ha toccato un nuovo record assoluto di stanziamenti in bombe, mitragliatrici, aerei da guerra – 2.240 miliardi di dollari – ma anche che nell’Europa centrale e occidentale non si spendeva così tanto dai tempi della Guerra Fredda.

Nel 2022 i contribuenti del Vecchio Continente hanno sborsato ben 345 miliardi di dollari in armi e annessi, il 13% in più – al netto dell’inflazione – rispetto al 2021 e il 30% in più rispetto al 2013: una somma per la prima volta superiore a quella che si registrò nel 1989, l’anno della caduta del Muro di Berlino, quando sul mondo aleggiava ancora la tensione tra il blocco americano e quello sovietico.

Il fattore decisivo per questo enorme balzo – non ci sarebbe nemmeno bisogno di precisarlo – è stato l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, che ha spinto molti Stati europei ad aumentare il proprio budget in armamenti, inseguendo o in alcuni casi superando la soglia del 2% del Pil raccomandata dalla Nato.

Ad esempio, sempre secondo il Sipri, l’Italia ha accresciuto la propria spesa militare del 3,9% in termini nominali, arrivando a quota 33,5 miliardi di dollari (pari a circa 30 miliardi di euro), passando dall’1,4% del Pil del 2021 all’1,7%.

Il nostro Paese si conferma nella Top 15 degli Stati più armati, ma perde una posizione – dall’11esimo al 12esimo posto – perché superato proprio dall’Ucraina. Nel 2022 Kiev ha stanziato 44 miliardi di dollari in armamenti, il 645% in più rispetto ai 5,9 miliardi dell’anno precedente: nella storia delle rilevazioni del Sipri, mai era stato registrato un incremento così consistente da un anno all’altro. Con lo scoppio della guerra ad alta intensità sul proprio territorio, le spese militari ucraine sono passate dal rappresentare un trentesimo del Pil nazionale a un terzo.

Anche l’invasore, ovvero la Russia, ha rafforzato il proprio arsenale: dai 65,9 miliari di dollari del 2021 agli 86,4 dell’anno scorso, pari al 4,1% del Pil, che l’hanno proiettata al terzo posto nella classifica mondiale dei Paesi più attivi sul fronte militare. In seguito all’invasione, Mosca ha dovuto rivedere al rialzo le proprie previsioni di budget, segno – secondo gli analisti del Sipri – che la cosiddetta operazione militare speciale «è costata alla Russia molto più di quanto previsto».

La spesa militare a livello mondiale cresce costantemente dal 2014. Rispetto a dieci anni fa, oggi è più alta di un quinto e assorbe il 2,2% del Pil globale. Dei 2.240 miliardi di dollari stanziati nel 2022 in tutto il pianeta, oltre la metà – 1.232 miliardi – vanno ascritti all’Alleanza atlantica.

Il maggiore investitore mondiale sono di gran lunga gli Stati Uniti, che con i loro 877 miliardi di dollari coprono da soli il 39% del mercato mondiale, triplicando la spesa della Cina (seconda in classifica) e quasi raddoppiando quella dell’intera Europa.

Gli Usa trasformano in armi il 3,5% del proprio Pil. L’anno scorso il budget militare federale è aumentato di 76 miliardi rispetto al 2021, un incremento imputabile in larga parte agli aiuti forniti all’Ucraina, pari a poco meno di 20 miliari: benché si sia trattato del più ingente sostegno militare mai fornito da qualsiasi Paese a un altro nell’era post-Guerra Fredda, il contributo ha drenato appena il 2,3% delle risorse stanziate dalla Casa Bianca per il settore militare.

Dietro gli Stati Uniti, come anticipato, il Paese che più spende in armamenti è la Cina: secondo il Sipri nel 2022 Pechino – alle prese con le turbolenze su Taiwan – ha messo a segno uscite pari a 292 miliardi di dollari, una cifra – corrispondente all’1,6% del Pil – in linea con quella dell’anno precedente ma superiore del 63% rispetto a dieci anni fa (al netto dell’inflazione).

Al terzo posto c’è la Russia, poi viene l’India, con 81,4 miliardi di dollari. E al quinto l’Arabia Saudita: la monarchia in cui l’ex premier italiano Matteo Renzi vede la culla di un «nuovo Rinascimento» spende in armi il 7,4% del proprio Pil, vale a dire 75 miliardi di dollari.

In Europa il Paese che più alimenta l’industria della guerra è il Regno Unito, che nel 2022 ha pompato al settore 68,5 miliardi di dollari (grossomodo la stessa cifra dell’anno precedente) di cui 2,5 in aiuti destinati all’Ucraina.

La Germania ha speso poco meno: 55,8 miliardi, che rappresentano però il 33% in più – al netto dell’inflazione – rispetto agli stanziamenti di dieci anni fa. Non solo: dopo l’invasione russa dell’Ucraina, Berlino ha istituito un fondo extra-bilancio di 100 miliardi di euro che sarà utilizzato a partire dal 2023 per migliorare le capacità militari delle forze armate tedesche. Ciò dovrebbe portare a un aumento notevole della spesa militare tedesca nei prossimi anni.

«Il continuo aumento della spesa militare globale è un segno che viviamo in un mondo sempre più insicuro», sottolinea Nan Tian, ricercatore senior presso il Programma di spesa militare e produzione di armi del Sipri. «Gli Stati stanno rafforzando la forza militare in risposta a un ambiente di sicurezza in deterioramento». Ed evidentemente «non prevedono un miglioramento nel prossimo futuro».

Secondo un recente rapporto dell’Area Studi di Mediobanca, quello della Difesa è il settore industriale a maggior tasso di crescita in termini di capitalizzazione. Nel corso del 2022, mentre tutte le Borse mondiali registravano crolli a doppia cifra, i titoli dei trenta più importanti gruppi produttori di armamenti sono saliti del 34,6%.

Il giro d’affari aggregato ha raggiunto i 432 miliardi di euro, il 4% in più rispetto all’anno precedente e addirittura il 10,5% in più rispetto al 2019, ultimo anno dell’era pre-Covid.

Le aziende statunitensi valgono da sole i quattro quinti del mercato, con in prima fila colossi come Lockheed Martin, Raytheon Technologies e Boeing. Nella classifica dei ricavi, le italiane Leonardo e Financantieri si piazzano rispettivamente all’ottavo e al 23esimo posto: entrambi i gruppi hanno messo a segno nel 2022 balzi superiori alla media (Fincantieri dell’8,1% e Leonardo del 4,1%). Il maggior incremento di fatturato lo ha registrato la turca Aselsan (+75%), davanti alle tedesche Hensoldt (+15,8%) e Rheinmetall (+13,3%).

La stagione d’oro delle armi sta proseguendo anche nel 2023: secondo gli analisti di Mediobanca, alla fine dell’anno in corso le multinazionali del settore brinderanno a un ulteriore crescita del 6%. Anche perché non accennano a fermarsi i rifornimenti di armi all’Ucraina da parte dell’Occidente.

La scorsa settimana, il 3 maggio, il Coreper (comitato che riunisce gli ambasciatori permanenti all’Ue dei 27 Stati membri) ha dato il via libera a un ulteriore stanziamento da un miliardo di euro in aiuti militari a Kiev. Lo stesso giorno la Commissione europea ha lanciato un nuovo piano, denominato “Asap” ( Act in Support of Ammunition Production), che destina 500 milioni di euro al sostegno della produzione di armi da parte delle aziende del settore europee.

Ma non solo: come ha spiegato il commissario per il Mercato unico Thierry Breton, i Paesi dell’Ue potranno reindirizzare all’industria bellica sia i fondi di coesione sia i fondi del Pnrr. Secondo Breton, rafforzare il settore della Difesa rientra in uno dei tre pilastri del Next Generation Eu: quello della «resilienza». Una parola che oggi va molto di moda. Proprio come le armi.

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