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Esclusivo TPI – Operazione Stay Behind: la strategia libanese di Cosa nostra e l’ombra di Gladio

Il 29 luglio del 1983, di buon’ora, il giudice istruttore Rocco Chinnici esce come ogni mattino dalla sua abitazione nel cuore di Palermo. Lo aspetta la macchina blindata e la scorta dei carabinieri. Un lampo ed un boato invadono la strada. Il tritolo che lo colpisce uccidendolo sul colpo era nascosto in una Fiat 126. Aveva cinquantotto anni. Nell’attentato persero la vita il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta (entrambi addetti alla scorta) e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi. Rimasero ferite 17 persone. La chiamarono la strategia libanese di Cosa nostra: «Macchine danneggiate, vetrine e saracinesche danneggiate, le mura dei palazzi circostanti sembravano colpite da bombe o da colpi di mitragliatrice e di fronte al portone dove c’era l’abitazione del dottore Chinnici la strada risultava scavata, c’era una fossa profonda, abbastanza», si legge in uno dei primi rapporti.

Pochi mesi prima, il 25 gennaio, Cosa nostra aveva colpito un altro magistrato, Giacomo Ciaccio Montalto, pubblico ministero a Trapani. Un commando lo aspettò a casa e all’una e mezza di notte venne ucciso a colpi di mitraglietta. Era senza scorta e senza macchina blindata. Da mesi stava seguendo la pista dei soldi, entrando nelle banche del trapanese alla caccia del tesoro mafioso. Indagava anche sul traffico di eroina ed aveva incontrato il collega Carlo Palermo, giudice istruttore a Trento, titolare di una complessa inchiesta sulle rotte del narcotraffico e delle armi.

L’anno che segue vede ancora morti sulle strade siciliane. Il 5 gennaio 1984 viene ucciso il giornalista Giuseppe Fava; il 18 ottobre a piazza Scaffa a Palermo furono uccise otto persone, una strage simbolo dopo l’ondata di arresti seguiti al pentimento di Tommaso Buscetta. Passano pochi mesi, di nuovo a Trapani Cosa nostra mostra il volto militare e “libanese”. Il 2 aprile a Pizzolungo un’autobomba esplode mentre passa la macchina blindata del giudice Carlo Palermo, nel frattempo trasferitosi in Sicilia per prendere il posto di Giacomo Ciaccio Montalto. Si salva. Un’automobile, con a bordo una mamma e le due figlie, fa involontariamente da scudo. Moriranno sul colpo.

Erano gli anni dell’ascesa dei Corleonesi, la mafia vincente, la cupola stragista che userà il tritolo fino al 1993 per affermare il proprio potere e mostrare a tutti salde alleanze. Non c’era angolo della Sicilia che non fosse sotto il controllo – militare e millimetrico – del gruppo guidato da Riina e Provenzano. Tra Trapani e Palermo, nella zona di Alcamo – con un mare tanto meraviglioso, quanto tragico – i laboratori di Cosa nostra producevano la fetta più importante del traffico mondiale di eroina, raffinando la morfina base che arrivava dai Balcani. Poco prima lo Stato aveva mandato un generale, Carlo Alberto Dalla Chiesa, per affermare l’esistenza dello Stato. Fu lasciato solo e trucidato. Già, lo Stato. Appariva assente, lontano, perdente nella sua apparente impotenza.

Il volto dello Stato

Hanno il colore ingiallito degli archivi dimenticati. L’intestazione è quella del Ministero della Difesa, con numeri e sigle che odorano di quella stanca burocrazia ministeriale. Ma basta passare alla prima pagina per scoprire un mondo tenuto nascosto dal Segreto di Stato per decenni. Una quarantina di cartelline, tutte con una intestazione: “Rapporto di zona di sbarco clandestina”. Poi foto aeree, cartine militari, dettagli sul terreno. Dove trovare cibo e acqua; dove si potrebbe nascondere un ipotetico nemico; come raggiungere la strada più vicina; chi vive nelle case vicine alla costa; che tipo di imbarcazione usare, quanti “operatori” impiegare; e ancora, la natura del fondale, le fattorie nelle vicinanze, i punti dove nascondersi. È il cuore di un ampio carteggio dell’organizzazione Gladio/Stay Behind – nata negli anni ’50 su impulso della Cia e della Nato, sciolta alla fine del 1990 – dedicato alle coste della Sicilia. Una quarantina di punti per operazioni clandestine, concentrati soprattutto tra Palermo e Trapani. Schede compilate con maniacale precisione tra la metà del 1983 e il 1984, mentre nelle vie della città siciliane esplodevano le autobombe contro magistrati, carabinieri, poliziotti.

I documenti consultati da TPI sono stati depositati all’Archivio di Stato con la direttiva Draghi del 2 agosto 2021, che ha declassificato i dossier su Gladio e sulla Loggia massonica P2. Avevamo già raccontato della nota del luglio 1990, dove veniva proposta la creazione di una nuova struttura clandestina poco prima dello scioglimento dell’organizzazione Stay Behind. Questi nuovi documenti – fino ad oggi inediti, che vi presentiamo per la prima volta – aprono uno scenario inquietante sull’attività militare segreta in Sicilia. Siamo a migliaia di chilometri di distanza dalla cortina di ferro, da quel confine con il Patto di Varsavia – che all’epoca arrivava fino al Friuli – che l’organizzazione Gladio avrebbe dovuto difendere in caso di invasione. Tra i documenti rilasciati dal governo Draghi non c’è nulla che indichi la zona tra Palermo e Trapani come strategica nella contrapposizione della Nato al blocco sovietico. Nulla che giustifichi – nell’ambito della “dottrina” Stay Behind – una attività così capillare degli agenti clandestini di Gladio. Eppure la “nota organizzazione” compilò decine di dossier su zone della costa siciliana scelte per operazione segrete.

L’area di Pizzolungo

In alcuni casi, come vedremo, le “zone di sbarco clandestine” coincidono con luoghi particolarmente significativi. Sono aree dove Cosa nostra – tra gli anni ’80 e ’90 – ha compiuto stragi, controllate metro dopo metro dai clan.

L’area di Pizzolungo, a pochi chilometri da Trapani, è stata attentamente studiata da Gladio alla fine del 1983. Quattro fotografie aeree, cinque pagine fitte di dati e una mappa dell’Istituto geografico militare compongono il dossier, compilato il 3 ottobre 1983 dall’agente “Antonio”. L’area di sbarco indicata è adiacente la Stele virgiliana, lungo la strada che porta verso Trapani. Siamo sotto il monte Erice, a pochi metri dalla curva all’altezza di via Ercole. Questo è il punto dove Cosa Nostra il 2 aprile 1985, un anno e mezzo dopo la compilazione del dossier classificato “Segreto”, collocò l’autobomba contro il pubblico ministero Carlo Palermo, che aveva preso servizio da meno di quattro mesi nella Procura di Trapani. Lui si salvò, ma morirono Barbara Rizzo e i piccoli figli Salvatore e Giuseppe Asta. Come mandanti sono stati condannati Salvatore Riina e Giuseppe Virga, come esecutori, tra gli altri, Baldassare di Maggio e Antonino Madonia.

Trapani, per Gladio, non era una città qualunque. Nel 1987 – due anni dopo l’attentato – il Sismi creò il centro Scorpione, affidato a Vincenzo Li Causi, originario di Partinico, l’agente che verrà ucciso in Somalia nel 1993, poco prima di tornare in Italia per essere interrogato dai magistrati proprio sull’organizzazione clandestina della Nato. Nella documentazione desecretata ci sono pochissimi dettagli sull’attività di quel centro: la contabilità è piena di omissis, senza dettagli, a differenza delle rendicontazioni prodotte da tutte le altre basi Gladio del nord Italia. E la documentazione inedita consultata da TPI retrodata l’interesse di Stay Behind per la Sicilia di almeno quattro anni, con l’intensa attività di mappatura dei possibili punti per sbarchi e operazioni clandestine.

Il tritolo all’Addaura

Il 1989, per Giovanni Falcone, era un anno chiave. In mano aveva i delicatissimi fascicoli sugli omicidi politici di Cosa Nostra, dall’agguato a Pio La Torre fino all’eliminazione del fratello dell’attuale presidente della Repubblica Piersanti Mattarella. Falcone concluse quell’inchiesta indicando la presenza come esecutori dell’agguato contro Mattarella anche di due killer dei Nar, Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini. Verranno poi assolti nel processo che attribuirà alla sola Cosa nostra quell’omicidio.

Nel 1990 Falcone chiederà di indagare su Gladio, dopo la rivelazione della sua esistenza. Non ci riuscì e decise di chiedere il trasferimento al Ministero della Giustizia, puntando a candidarsi per dirigere la nuova struttura che aveva ideato, la Direzione nazionale antimafia. Sapeva che era necessario allargare l’orizzonte delle indagini, per capire fino in fondo quella rete oscura che aveva permesso a Cosa nostra di dominare per decenni la Sicilia e il paese.

Nel giugno del 1989 Giovanni Falcone aveva in agenda incontri importanti. Erano scesi a Palermo per riunioni di coordinamento investigativo Carla Dal Ponte e Claudio Lehman, giudici elvetici impegnati in indagini sui soldi di Cosa nostra in Svizzera. In quei giorni Falcone faceva la spola con la villa sulla spiaggia dell’Addaura che aveva affittato per il periodo estivo, dove aveva invitato anche i due colleghi arrivati a Palermo. Il 21 giugno due poliziotti della sua scorta trovano una borsa con candelotti di dinamite e un innesco radiocomandato, accanto ad una muta da sub e a due pinne sugli scogli della casa del magistrato. Un ordigno pronto ad esplodere. Due settimane dopo Giovanni Falcone commentò così quell’attentato sventato al giornalista dell’Unità Saverio Lodato: «Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi, ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi. (…) Sto assistendo all’identico meccanismo che portò all’eliminazione del generale dalla Chiesa… Il copione è quello. Basta avere occhi per vedere».

Anni dopo, nel 2013, nel corso del processo sull’omicidio di Mauro Rostagno davanti alla corte d’Assise di Trapani, viene depositato un documento proveniente da una fonte anonima che indicava lo svolgimento di una operazione Stay Behind davanti alla villa dell’Addaura nei giorni immediatamente precedenti il ritrovamento della borsa con l’esplosivo. I servizi di intelligence ascoltati in aula non si sono espressi sull’autenticità di quel documento. C’è un elemento che potrebbe essere decisivo. Nel documento si fa riferimento ad un punto della costa dell’Addaura, Torre del Rotolo, a poche centinaia di metri dall’abitazione di Falcone. Ed è questa una delle “zone di sbarco clandestine” presenti nei fascicoli declassificati dal governo Draghi, che rende perlomeno compatibile l’area con le attività della “nota organizzazione”. Anche in questo caso ci sono foto aeree, mappe, dettagli, indicazioni delle modalità per una eventuale operazione segreta con gommoni ed operatori dei servizi. Una semplice coincidenza?

Grandi manovre

Siamo nel giugno 1993. È l’anno terribile delle stragi di mafia sul continente, arrivate dopo gli attentati del 1992 contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un poliziotto del commissariato di Alcamo, Antonio Federico, viene avvicinato da una fonte. Gli indica dei luoghi e delle situazioni da monitorare. Durante alcuni appostamenti scopre una villa con armi e una cassa di esplosivo (che sparirà prima della perquisizione formale), una sorta di bunker di cemento armato dove dichiara di aver visto attrezzatura elettronica sofisticata (e anche questa svanisce nel nulla, con un accesso degli investigatori che arriva solo giorni dopo il suo sopralluogo) e soprattutto assiste ad una operazione militare incredibile. Una notte, appostato in luogo indicato dalla fonte, vede calarsi da un viadotto un gruppo di uomini armati – probabilmente contractor – che porteranno delle casse su alcune automobili, per poi allontanarsi verso il mare.

Siamo nella zona di Balestrate, agro di Alcamo, in una valle che parte da una meravigliosa spiaggia, risalendo le colline fino al viadotto autostradale. Di nuovo, una “zona di sbarco clandestina”. Nel fascicolo conservato all’archivio di Stato dedicato alla zona di Balestrate, compilato dall’agente “Franco” il 17 novembre 1983, ci sono le foto aeree dell’area, con la solita mappa dell’Igm e i dati raccolti minuziosamente. Dal punto indicato per l’azione clandestina parte la strada che risale la collina, verso quell’area che la fonte indicherà, dieci anni dopo, al poliziotto come da attenzionare. Sulla prima pagina in un’immagine aerea appare indicato con una freccia – come se fosse un target – quel viadotto autostradale da dove Antonio Federico ha visto calarsi quegli “operatori” armati e particolarmente addestrati. Ed è la stessa area del bunker e di alcuni punti di atterraggio di elicotteri militari, visti in azione da alcuni testimoni. Di nuovo, coincidenze?

Organizzazione vasta

L’ombra di Gladio attraversa decenni della storia d’Italia. Si incrocia e si confonde con altre organizzazioni segrete, come l’Anello o i Nuclei di difesa dello Stato. Compone un amalgama indistinto, opaco, che ha condizionato la nostra fragile e incompiuta democrazia. Nelle motivazioni dell’ultima sentenza del Tribunale di Bologna sulla strage del 2 agosto 1980, sono riportate le parole del generale Rossetti, già dirigente del Sios Esercito per l’Italia centrale. Parla di una struttura parallela, che nella descrizione ricorda chiaramente Gladio/Stay Behind. E alla fine dichiara: «A mio avviso l’organizzazione è talmente vasta da avere capacità operative nel campo politico, militare, delle finanze, dell’alta delinquenza organizzata». Commenta il giudice estensore della sentenza: «Fino a questo punto il quadro delineato può adattarsi perfettamente alla struttura Stay Behind. L’ultima frase della testimonianza, con l’inquietante riferimento ad una capacità operativa in molti campi compresa la mafia, sembra alludere a qualcosa di ben più ampio dell’organizzazione Gladio, per come è stata è poi conosciuta». Per ora questi documenti sono ombre cinesi, riflessi di segreti probabilmente ancora ben custoditi.
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