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Accordi di Abramo, folgorati sulla via di Damasco: così la corsa alla ricostruzione in Siria può far fallire la normalizzazione tra Israele e gli Stati arabi

Per il vertice della Lega Araba a Jeddah del 19 maggio c’erano proprio tutti, nuovi amici e vecchi nemici di Israele: il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, re Hamad del Bahrein e persino il dittatore siriano Bashar al-Assad, sopravvissuto — grazie a Iran e Russia — a 12 anni di guerra e invitato per l’occasione dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, il principale alleato degli Usa nella regione. Apparentemente la normalizzazione dei rapporti tra i vicini e lo Stato ebraico ha poco a che fare con il rientro di Damasco nell’organismo internazionale, eppure a poche ore dall’arrivo di Assad in terra saudita la ministra israeliana dell’Intelligence, Gila Gamliel, si affrettava ad annunciare da Washington — senza fornire dettagli — che «altri Paesi arabi sono pronti ad aderire» agli Accordi di Abramo, i quali starebbero assicurando una «tangibile pace regionale». Curioso, visto l’aumento della violenza sui palestinesi dal ritorno al potere del suo premier Benjamin Netanyahu.

Ma il tema non era in agenda a Jeddah e d’altronde la pace non sembra nemmeno in cima alle preoccupazioni di chi ha firmato le intese promosse nel 2020 dal genero di Trump, Jared Kushner. Piuttosto sembra si sia sempre trattato più che altro di affari e proprio questo potrebbe essere il loro punto debole. Un nuovo business ben più lucroso delle intese commerciali con Israele interessa gli attori della regione: la ricostruzione miliardaria della Siria.

Conti in tasca
A oltre due anni e mezzo dalla firma degli Accordi, secondo l’Abraham Accords Peace Institute, questi hanno portato a 3,47 miliardi di dollari gli scambi tra Israele e i firmatari Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Marocco, oltre a Egitto e Giordania. Per lo più si tratta di affari nei settori energetico, dei trasporti e del turismo ma anche l’industria bellica è coinvolta. A luglio scorso, l’allora ministro della Difesa israeliano Benny Gantz annunciò infatti che, nell’ambito degli Accordi, lo Stato ebraico e i suoi partner regionali avevano raggiunto una serie di intese in materia di armi per un valore di oltre 3 miliardi di dollari. Cifre imponenti – considerando anche che queste intese erano state presentate come un passo verso la pace in Palestina (invece dall’inizio dell’anno i morti sono più che triplicati) – ma decisamente inferiori alla grande torta della ricostruzione siriana. Un sottile filo rosso lega le due questioni, apparentemente scollegate, e porta dritto a Riad, la cui adesione agli Accordi costituirebbe una vera svolta in Medio Oriente.

Come emerso da un incontro avvenuto a gennaio a Gerusalemme tra il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Jake Sullivan e il premier israeliano Netanyahu, il primo passo per la normalizzazione delle relazioni tra Tel Aviv e l’Arabia Saudita passa proprio dal ricucire i rapporti tra quest’ultima e Washington, deteriorati negli ultimi mesi dopo l’accordo raggiunto con la Russia in sede Opec+ per ridurre la produzione di petrolio al fine di sostenerne il prezzo, causando così l’ira di Biden interessato a contenere l’inflazione in patria. Piuttosto che riprendere le relazioni con la Casa bianca però, Riad ha optato prima per normalizzare i rapporti con l’Iran, grazie alla mediazione della Cina, e poi per riammettere la Siria nella Lega Araba, aprendo di fatto la corsa alla ricostruzione del Paese dopo oltre 12 anni di guerra.

Bashar, il “sopravvissuto”
È stata una decisione pragmatica, almeno secondo la diplomazia saudita. Visto da Riad, il mondo arabo deve accettare che Assad sia sopravvissuto alla guerra, una realtà già accolta da molti Paesi della regione malgrado i crimini commessi dal regime contro il suo popolo. Già nel novembre 2021 infatti il ministro degli Esteri emiratino, Abdullah bin Zayed al-Nahyan, aveva visitato Damasco. Ma il processo di normalizzazione delle relazioni con il regime di Assad ha registrato una decisa accelerata a febbraio, dopo il devastante terremoto che ha colpito la Turchia meridionale e il Nord della Siria.

Da allora, il dittatore ha ricevuto i ministri degli Esteri di Giordania, Egitto e Arabia Saudita. Un processo culminato con l’invito ad Assad di partecipare al vertice della Lega Araba di Jeddah, dopo 12 anni di sospensione dall’organismo. Ufficialmente sul tavolo del summit c’era la mediazione dei conflitti in corso in Yemen e Sudan, il contrasto al traffico di stupefacenti (in particolare Captagon) dalla Siria e il rimpatrio dei profughi fuggiti dalla guerra. Il tacito obiettivo di tutti i presenti però sembrava la partecipazione alla spartizione della torta della ricostruzione, stimata in almeno 400 (se non in 1.000) miliardi di dollari tra ripristino delle infrastrutture danneggiate e nuovi progetti di sviluppo.

D’altronde, da quando ha riconquistato ampie porzioni del Paese grazie all’intervento militare russo e all’appoggio delle milizie finanziate dall’Iran, Assad ha cominciato a ricostruire piccole zone della Siria, compreso l’antico mercato di Aleppo e alcune moschee nella stessa città e a Homs. Non solo: dopo decenni di nazionalizzazione dell’economia Damasco ha aperto le porte del settore telecomunicazioni a imprese legate alla Guardie Rivoluzionarie dell’Iran e firmato a inizio maggio ben 15 accordi di cooperazione commerciale con Teheran in vari settori, tra cui i comparti energetico e dei trasporti. Tutto questo però non basta ad Assad, che ha bisogno di altri investitori e in molti appaiono desiderosi di sedersi a un tavolo tanto ricco. In primis, Riad.

Interessi divergenti
Le ragioni sono tutte economiche ma hanno un risvolto politico importante per la regione, proprio come l’accordo tra sauditi e iraniani, mediato dalla Cina. Il principale motore della normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi è stata la necessità per entrambi di rifiatare economicamente, il primo a causa della debolezza e volatilità dei corsi petroliferi legata alle conseguenze dell’invasione russa dell’Ucraina e il secondo per le decennali sanzioni imposte da Usa ed Europa per frenarne il programma nucleare.

Al di là delle conseguenze immediate sulla tregua in Yemen, come notato dalla ricercatrice del Quincy Institute, Annelle Sheline, poco dopo l’annuncio dell’accordo di normalizzazione, al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman restano meno di sette anni per realizzare la sua Vision 2030 con cui intende diversificare l’economia del regno rendendola indipendente dalla sola esportazione di petrolio. Attualmente Riad deve far fronte a seri problemi di deficit, legati al calo dei prezzi sui mercati internazionali.

La situazione, secondo Bloomberg Intelligence, è tanto grave che quest’anno Aramco potrebbe dover staccare altri 20 miliardi di dollari di dividendi (destinati soprattutto al governo saudita) per coprire il buco di bilancio. Così, tra le varie opportunità all’orizzonte, l’affare della ricostruzione della Siria risulta ancora più appetibile. L’unico ostacolo però sono le sanzioni imposte da Usa ed Europa contro Assad, altro motivo di allontanamento di Riad e dei suoi partner regionali dall’Occidente e implicitamente da Israele, che rischia di pagare in prima persona la messa in discussione dell’ordine dato dagli Stati Uniti al Medio Oriente negli ultimi 50 anni.

L’offensiva diplomatica saudita prevede infatti un colpo al cerchio e uno alla botte. Dopo aver ricevuto cordialmente il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, guardato con sospetto da molti presenti vista la vicinanza di alcuni Paesi arabi alla Russia di Putin, nel suo intervento all’assemblea il principe ereditario saudita ha accolto a braccia aperte il ritorno del dittatore siriano nella Lega: «Speriamo che questo (rientro, ndr) sosterrà la stabilità della Siria, il ritorno alla normalità e la ripresa del suo ruolo abituale nella nazione araba». A partire dai rapporti commerciali, s’intende.

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