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Come sarebbe un’Italia senza immigrati? Più anziana, più povera, più indebitata

Nel 2011 al Festival del Cinema di Venezia fu presentata una commedia con Diego Abatantuono, Valerio Mastandrea e Valentina Lodovini dal titolo “Cose dell’altro mondo” (regista Francesco Patierno). Il film immaginava cosa accadrebbe se un mattino, di colpo, l’Italia si ritrovasse senza immigrati: case sottosopra perché mancano le colf, fabbriche semideserte perché sono rimasti solo operai italiani, bar e ristoranti costretti a chiudere per l’assenza di personale. Morale: gli immigrati ci servono come il pane.

La Lega Nord andò su tutte le furie: il sindaco leghista di Treviso, Gian Paolo Gobbo, impedì lo svolgimento delle riprese in città e il deputato del Carroccio Massimo Bitonci presentò addirittura un’interrogazione parlamentare sul finanziamento concesso alla pellicola dal Ministero dei Beni culturali, che peraltro era guidato dall’alleato forzista Giancarlo Galan.

A dodici anni di distanza, il dibattito pubblico nel nostro Paese è ancora fermo lì. Lo scorso 3 maggio il settimanale Panorama è uscito nelle edicole con una copertina provocatoria che ha fatto discutere: il titolo era “Un’Italia senza italiani”, accompagnato dall’immagine dello Stivale riempito con foto di donne col velo islamico e uomini di etnia africana, mediorientale e indiana. Secondo il giornale diretto (ed editato) da Maurizio Belpietro, viviamo in «un Paese in cui l’immigrazione disordinata o clandestina ha strappato il tessuto sociale». 

Non c’è dubbio sul fatto che la cattiva gestione dei flussi migratori in entrata abbia contribuito in questi anni ad accrescere le tensioni nella nostra società, già sfibrata da ripetute crisi economiche e da disuguaglianze crescenti. Così come sarebbe ipocrita negare che la criminalità può contare su molti immigrati fra le propria fila (nelle nostre carceri un detenuto su tre non è italiano).

Ma identificare lo straniero come portatore di degrado e delinquenza è semplicemente una sciocchezza. Non lo suggeriscono ragionamenti etici o pre-giudizi di stampo «buonista». Lo dicono i freddi numeri. Quelli relativi all’impatto dell’immigrazione sull’economia italiana certificano un dato: oggi l’Italia non può fare a meno degli immigrati. Se all’improvviso sparissero tutti gli stranieri, l’Italia si scoprirebbe più anziana, più povera e lo Stato rischierebbe di non poter pagare la pensione a chi ne ha diritto.

Equilibratori
Secondo le rilevazioni dell’Istat aggiornate al primo gennaio 2022, gli stranieri residenti in Italia sono poco meno di 5,2 milioni, pari all’8,8% della popolazione. Due terzi vivono al Nord: a Milano, Torino e Bologna sono circa il 15% degli abitanti, mentre a Napoli, Bari e Palermo si oscilla intorno al 4%. I principali Paesi di provenienza sono, nell’ordine: Romania, Marocco, Albania, Cina e Ucraina.

Stiamo chiaramente parlando di immigrati regolari. Ai quali vanno aggiunte alcune decine di migliaia di richiedenti asilo: nel corso del 2022 sono state presentate 77mila domande (in Francia sono state quasi il doppio, in Germania quasi il triplo, in Spagna 116mila).

Poi ci sono gli immigrati clandestini, quelli che sfuggono alle statistiche ufficiali: la Fondazione Ismu, una delle più autorevoli fonti in materia, stima siano 519mila.

Gli immigrati regolari che vivono nel nostro Paese hanno un’età media nettamente più bassa rispetto agli italiani autoctoni: 35,1 anni contro 46,7. Essendo più giovani, hanno anche un tasso di mortalità inferiore, pari al 2 per mille, contro una media nazionale del 12. Non solo: fanno pure molti più figli: 11 all’anno ogni mille abitanti, a fronte di una media nazionale che non arriva a 7. 

Nelle nostre scuole le studentesse e gli studenti che non hanno la cittadinanza italiana sono 877mila (il 10,3% del totale), mentre i minorenni stranieri residenti nel nostro Paese sono 1,3 milioni, vale a dire il 13% della popolazione under 18.

Se ancora non fosse chiaro, tutti questi numeri stanno a significare che gli immigrati – come sottolinea anche l’Istat – stanno attenuando gli effetti del verticale declino demografico che attraversa l’Italia, dove da ormai quindici anni calano costantemente le nascite e aumentano i decessi.

Ma c’è un ma: il ritmo di crescita della popolazione straniera sta rallentando fortemente (dal 20,9 per mille del 2006 al 9,2 del 2021). Tanto che nell’ultimo Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione realizzato dalla Fondazione Leone Moressa si legge che «la presenza di stranieri sul territorio nazionale, che nei primi anni del millennio rappresentava una risorsa per bilanciare il calo demografico, ora non è più sufficiente». Ergo: ne servirebbero di più, almeno finché le politiche per incentivare la natalità fra gli italiani non avranno dato frutti concreti.

Spiega a TPI l’economista Tito Boeri, professore alla Bocconi ed ex presidente dell’Inps: «Senza l’apporto degli immigrati il nostro sistema previdenziale rischierebbe il collasso. Il problema non è tanto nella longevità degli italiani quanto nel fatto che ci sono delle coorti di ingresso nel mercato del lavoro che sono sempre più sottili. E senza immigrazione noi non riusciamo ad affrontare questo nodo».

Da una certa parte politica si obietta: non bisogna puntare sull’immigrazione, ma su politiche di incentivo alla natalità. Boeri replica con due argomentazioni.

Primo: «È un errore contrapporre le due cose. Gli immigrati impegnati nei servizi di supporto alle persone sgravano gli italiani, soprattutto le donne, dagli oneri di cura famigliare e permettono a loro di lavorare maggiormente e fare figli. In altre parole, gli immigrati contribuiscono ad aumentare la natalità degli italiani».

Secondo: «Gli stranieri che arrivano da fuori sono disponibili fin da subito a entrare nel mercato del lavoro. Al contrario, anche se dovessimo riuscire ad attuare delle politiche per la natalità efficaci, ci vorrebbero almeno altri vent’anni perché i nuovi nati entrino nel mercato del lavoro».

Lavoratori
L’esempio lampante di quanto l’Italia abbia – nei fatti – bisogno degli immigrati lo abbiamo avuto lo scorso 27 marzo, in occasione del click-day per il decreto flussi: il Viminale aveva messo a disposizione 82.705 posti per lavoratori extracomunitari, ma le richieste arrivate dai datori di lavoro sono state oltre 252mila, più del triplo.

L’Inps ha calcolato nel nostro Paese 3,4 milioni di lavoratori immigrati regolari (dato aggiornato al 2021), di cui 2,9 milioni sono dipendenti del settore privato. Il tasso di occupazione è in linea con quello degli italiani. I mestieri più comuni sono muratore e operaio per gli uomini, badante e addetta alle pulizie per le donne.

In certi settori, come l’edilizia, l’agricoltura e la ristorazione, è straniero quasi un addetto su cinque, mentre vengono dall’estero addirittura due collaboratrici domestiche su tre. Ciò significa che senza immigrati si fermerebbero molti cantieri, chiuderebbero migliaia di ristoranti e alberghi, la filiera agroalimentare andrebbe in tilt e non sapremmo come fornire assistenza agli anziani.

«Per produrre le eccellenze del nostro Made in Italy abbiamo bisogno anche di più manodopera straniera», sottolinea al nostro giornale Riccardo Crotti, presidente di Confindustria Lombardia. «Oggi in alcune mansioni, specialmente nella raccolta di ortofrutta, gli immigrati arrivano a rappresentare il 30% della forza lavoro. Ma riscontriamo grandi difficoltà a reperire manodopera. Ne servirebbe di più». 

Secondo l’ultima edizione del Dossier statistico sull’immigrazione, curato dal centro studi Idos, un terzo dei lavoratori stranieri è sovraistruito, cioè possiede un titolo di formazione più alto rispetto alle mansioni che ricopre (tra gli italiani la percentuale è del 25%).

Inoltre un occupato immigrato su tre rientra nella categoria dei cosiddetti “lavoratori non standard”, che include rapporti di lavoro precari, a termine e part-time involontari. 

Peraltro, nel nostro Paese si contano anche circa 600mila imprese a guida straniera. Negli ultimi dieci anni, mentre gli imprenditori nati in Italia sono diminuiti dell’8,6%, quelli provenienti dall’estero sono aumentati del 31,6%, arrivando a rappresentare ormai un decimo del totale degli imprenditori attivi in Italia .

Ma – avverte la Fondazione Moressa – si tratta di un fenomeno con luci e ombre: «Se da un lato l’aumento dell’imprenditoria rappresenta la prosecuzione di un percorso di integrazione», dall’altro «in molti casi le nuove imprese a conduzione straniera si collocano in segmenti del mercato a bassa produttività e basso valore, determinando una “sostituzione al ribasso” rispetto alle precedenti attività». 

Contribuenti
I contribuenti nati all’estero residenti in Italia sono 4,17 milioni. Nel 2021 hanno dichiarato redditi per 57,5 miliardi di euro e hanno pagato 8,2 miliardi di euro di Irpef, pari al 5% del gettito totale per lo Stato derivante dall’imposta. Non solo: hanno versato contributi per 15,9 miliardi di euro, ricevendo in cambio circa la metà, 8,4 miliardi di euro, sotto forma di pensioni e sussidi di disoccupazione. Il loro impatto sul Pil è stato quantificato in 144 miliardi di euro, pari al 9% del Prodotto interno lordo nazionale. 

Anche il Governo di centrodestra, nel recente Documento di Economia e Finanza, ha messo nero su bianco – con tanto di grafici a supporto – che se l’immigrazione netta aumenterà del 33% nei prossimi cinquant’anni il debito pubblico dell’Italia calerà di oltre venti punti, mentre se diminuirà del 33% il debito si impennerà di sessanta punti. 

Eppure, mentre con la mano destra scrive queste cose sul Def, con la mano sinistra la stessa maggioranza di governo firma dichiarazioni che vanno in senso opposto. Basti ricordare la sventurata uscita del ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida: «Non possiamo arrenderci all’idea della sostituzione etnica: gli italiani fanno meno figli, quindi li sostituiamo con qualcun altro».

Ma l’equivoco viene da lontano, come spiega a TPI la professoressa Laura Zanfrini, docente di Sociologia delle migrazioni all’Università Cattolica di Milano: «Quella che abbiamo ereditato dalla storia è una concezione “etnica” della nazione, che enfatizza la comunanza linguistico-culturale, la condivisione di un territorio e di una discendenza (i “fratelli d’Italia” che fanno da incipit all’inno nazionale)», fa notare l’esperta.

«Il carattere sfidante dell’immigrazione sta nel fatto di obbligarci a ripensare ai caratteri costitutivi della nostra comunità politica, secondo criteri più coerenti con la sua composizione eterogenea. La percezione di una “minaccia identitaria” va contrastata diffondendo la consapevolezza che ciò che dobbiamo difendere sono i principi e i valori che qualificano l’identità di una democrazia occidentale. E tra essi vi sono valori come la protezione dei più vulnerabili, il diritto d’asilo, la libertà religiosa…».

Secondo la professoressa Zanfrini, peraltro, il modello di integrazione italiano è «miope, appiattito sui vantaggi del breve periodo (quello, in particolare, di disporre di una manodopera adattabile e a buon mercato) ma disattento alle istanze di sostenibilità».

«Salari bassi e lavoro irregolare – conclude la sociologa – producono inevitabilmente una popolazione molto vulnerabile dal punto di vista economico: già oggi quasi un terzo delle famiglie immigrate vive in condizioni di povertà assoluta. Il lavoro, principale canale di integrazione, rischia di trasformarsi in fattore di esclusione e di ampliare l’area del disagio sociale. Con inevitabili conseguenze anche sulla complessiva qualità della convivenza interetnica».

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