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La P2, i soldi dati a Cosa Nostra e tante altre ombre: andiamoci piano con la beatificazione di Silvio Berlusconi

Ci sono almeno tre date cruciali nella vita di Silvio Berlusconi su cui non ci si è soffermati abbastanza, in queste settimane: tre date dimenticate dalla stragrande maggioranza dei media e degli esponenti politici che si sono cimentati nell’analizzare chi è stato e cosa ha rappresentato per l’Italia questo grande imprenditore diventato il più longevo presidente del Consiglio della nostra storia.

Un vecchio adagio greco, tradotto in latino, recita: «De mortuis nihil nisi bonum», ovvero «Dei morti si parli bene oppure si taccia». Ecco, per Silvio Berlusconi è doveroso fare un’eccezione in nome della verità e della completezza delle informazioni.

Guanti bianchi
La prima data che occorre andare a riprendere è il 26 gennaio 1978. Quel giorno, a Roma, nella centralissima e lussuosa via Condotti, all’ultimo piano del palazzo che ospita la gioielleria Bulgari, nel chiuso di un appartamento da 400 metri quadrati, Berlusconi entra formalmente a far parte della loggia massonica clandestina P2, acronimo di Propaganda 2.

Solo tre anni più tardi, casualmente, in seguito a una perquisizione della Polizia nell’ambito di un’inchiesta sul presunto rapimento del banchiere Michele Sindona, gli italiani scopriranno l’esistenza di questa organizzazione. Negli elenchi degli iscritti figurano nomi di politici, militari, funzionari dei servizi segreti, magistrati, giornalisti, imprenditori.

La P2 verrà sciolta per legge nel 1982, dopo che un’apposita Commissione parlamentare d‘inchiesta, presieduta dalla democristiana Tina Anselmi, avrà concluso che si trattava di un’associazione criminale con finalità eversive: una piovra con tentacoli che arrivavano più o meno ovunque e che, influenzando i decisori pubblici, puntava a realizzare il suo “Piano di rinascita democratica”. I successivi processi nei tribunali, tuttavia, si concluderanno con un nulla di fatto.

Quel 26 gennaio 1978 Berlusconi – che all’epoca è un imprenditore 42enne attivo nell’immobiliare, nell’editoria e nelle telecomunicazioni, e che da un anno è stato nominato Cavaliere del lavoro dal presidente della Repubblica Giovanni Leone – riceve la tessera della P2 numero 1816.

Alcuni particolari del suo rito di affiliazione sono stati raccontati nel 2008, in un’intervista a L’Espresso e a Pandora tv, da Licio Gelli, il grande maestro venerabile della loggia, che in seguito sarà condannato in via definitiva per svariati reati, fra cui il depistaggio sulla strage alla stazione di Bologna e la bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano: «La sede di via Condotti – ricorda Gelli – era intestata a un nome di copertura perché allora avevamo sei ministri e le cupole dei servizi segreti, della giustizia e della stampa, e non potevamo certo segnalare la loggia. A Berlusconi venne fatta la cerimonia della spada. Al momento dell’iscrizione vengono consegnati due paia di guanti bianchi: un paio resta al neofita come simbolo di pulizia, l’altro lo deve regalare alla sua donna del cuore».

Nel 2000 il Cavaliere – che per l’adesione alla P2 non è mai stato nemmeno indagato – ha smentito questa ricostruzione: «Non sono mai stato piduista», ha dichiarato a Telelombardia, «mi mandarono la tessera e io la rispedii subito al mittente: comunque i tribunali hanno stabilito che gli iscritti alla P2 non commisero alcun reato, e quindi essere stato piduista non è titolo di demerito».

Secondo le conclusioni della Commissione parlamentare guidata da Anselmi, alcuni membri della loggia, tra cui è citato lo stesso Berlusconi, trovarono «appoggi e finanziamenti al di là di ogni merito creditizio» presso «molti degli istituti bancari ai cui vertici risultavano essere personaggi inclusi nelle liste P2».

Il ché solo in parte contribuisce a far luce sulla misteriosa origine dei capitali da cui iniziò l’ascesa imprenditoriale del costruttore di Milano 2 e Milano 3.

Quel che è certo è che Berlusconi all’inizio degli anni Sessanta ottenne una fideiussione dalla Banca Rasini, di cui suo padre Luigi era un importante dirigente. L’istituto in questione sarà indicato nel 1984 da Sindona come la principale banca utilizzata dalla mafia a Milano: tra i suoi correntisti c’erano “padrini” del calibro di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Il Cavaliere, da parte sua, ha sempre sostenuto che la sua scalata sociale iniziò grazie alla liquidazione del padre. Quando invece è stato interrogato dai magistrati sulla matrice di alcuni finanziamenti ricevuti dalla sua Fininvest tra il 1975 e il 1978 e provenienti da conti svizzeri, si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Il patto di Milano
La seconda data da non dimenticare nella vita di Silvio Berlusconi è compresa fra il 16 e il 29 maggio 1974. Un giorno non meglio precisato di quelle due settimane, in un palazzo di Milano, si tiene un incontro riservato al quale partecipano almeno sei persone: l’allora titolare dell’Edilnord, il suo collaboratore Marcello Dell’Utri, il boss di Cosa Nostra Stefano Bontade (capo della famiglia di Santa Maria del Gesù), il vicecapomafia Girolamo Teresi (anche lui dei Santa Maria del Gesù), l’“uomo d’onore” Francesco Di Carlo (famiglia Altofonte) e Gateano Cinà, legato alla famiglia di Malaspina.

L’incontro è stato confermato da più fonti ed è stato accertato dalla Corte di Cassazione nella sentenza che nel 2014 condannerà in via definitiva Dell’Utri a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. 

Nato a Palermo, parlamentare di Forza Italia tra il 1996 e il 2013, Dell’Utri aveva conosciuto Berlusconi negli anni Sessanta, quando entrambi studiavano Giurisprudenza all’Università di Milano, e agli inizi degli anni Settanta ne era diventato il suo più stretto collaboratore. Ma secondo la Suprema Corte fece anche da intermediario tra l’imprenditore e la mafia siciliana. 

In particolare, scrivono i giudici, quell’incontro milanese del maggio 1974 ebbe come risultato un «patto di protezione concluso da Berlusconi con Cosa Nostra grazie all’opera d’intermediazione di Dell’Utri».

Per queste vicende Berlusconi sarà successivamente indagato, ma la sua posizione verrà archiviata, mentre per il suo collaboratore palermitano, come detto, si arriverà a una condanna definitiva. I magistrati hanno ritenuto penalmente irrilevante la condotta del costruttore edile perché lo hanno considerato sostanzialmente come vittima di un’estorsione.

In quegli anni Berlusconi – che già poteva contare su un consistente patrimonio – temeva per la sicurezza sua e dei suoi famigliari. Era la stagione dei sequestri di persona e Cosa Nostra, con quell’accordo, gli garantì protezione in cambio di «cospicue somme di denaro» (circa 200 milioni di lire all’anno). I pagamenti proseguirono «sino a tutto il 1992». E i giudici non escludono che, nel corso degli anni, la protezione assicurata dai mafiosi si sia estesa alle antenne tv che Berlusconi aveva interesse a installare in Sicilia.

Poco più di un mese dopo il famigerato incontro di Milano, l’imprenditore assunse Vittorio Mangano, affiliato alla famiglia mafiosa di Porta Nuova (che all’epoca dei fatti, però, non aveva a carico condanne di mafia) come collaboratore nella sua villa di Arcore, dove rimase almeno fino alla fine del 1974. Secondo la Cassazione, la presenza di Mangano ad Arcore «costituiva l’espressione dell’accordo concluso» con Cosa Nostra.

Bomba o non bomba
La terza data da ricordare è la notte fra il 26 e il 27 maggio 1993, la notte della bomba piazzata da Cosa Nostra in via dei Georgofili a Firenze, che fece cinque morti. Esattamente due mesi dopo, il 27 luglio, un altro attentato esplosivo della mafia causò ulteriori cinque vittime a Milano e nelle stesse ore una terza bomba fu fatta esplodere davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano, a Roma, senza uccidere nessuno. 

Berlusconi e Dell’Utri sono stati più volte indagati come presunti mandanti esterni per le stragi del 1993, ma sono sempre stati prosciolti. Tuttavia, dopo le dichiarazioni rese nel 2020 ai magistrati dal boss Giuseppe Graviano circa i suoi presunti rapporti con il Cavaliere, i pm di Firenze hanno riaperto le indagini. 

Graviano – che fu tra i registi di quelle stragi – ha riferito di aver incontrato Berlusconi più volte tra gli anni Ottanta e Novanta e ha parlato anche di una fantomatica scrittura privata (mai trovata) che documenterebbe una serie di finanziamenti in favore dell’imprenditore provenienti dalla Sicilia. I legali dell’ex premier, tuttavia, hanno sempre bollato come false e calunniose tali affermazioni.

Va anche aggiunto che l’ex factotum di Graviano, Salvatore Baiardo, oggi uomo libero, ha riferito ad alcuni giornalisti – salvo poi ritrattare – di essere in possesso di tre fotografie, risalenti al 1992, che ritraggono Berlusconi insieme allo stesso Graviano. Baiardo – la cui attendibilità, così come quella di Graviano, è tutta da dimostrare – nei mesi scorsi è stato perquisito dalle forze dell’ordine, ma quegli scatti non sono stati trovati. Morendo, Berlusconi è uscito dal registro degli indagati dei pm fiorentini. Proseguono, invece, gli accertamenti su Dell’Utri.

Dimenticanze
Dunque, ricapitolando: Berlusconi è stato affiliato alla P2, ha dato soldi per anni a Cosa Nostra e al momento della morte era indagato come presunto mandante esterno delle stragi del 1993. Eppure in queste settimane, nel ripercorrere la vita del Cavaliere di Arcore, la maggioranza dei commentatori non ha citato nessuno di questi fatti, o si è limitata a menzionarne solo qualcuno e solo incidentalmente, quasi si trattasse di passaggi trascurabili nella vita, così piena, di un uomo che ha cambiato l’Italia e gli italiani. 

Non è così. Aver avuto rapporti economici con la mafia, anche soltanto indiretti e penalmente irrilevanti, e aver fatto parte di una loggia massonica considerata dal Parlamento «eversiva» – senza dimenticare poi la condanna passata in giudicato per frode fiscale – non è normale per un senatore della Repubblica, figuriamoci per un ex presidente del Consiglio che ambiva al Quirinale. Non si tratta di essere berlusconiani o anti-berlusconiani: semplicemente, se non si tiene conto di questi fatti, il giudizio complessivo su una figura così complessa è monco alla radice.

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