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L’uomo che ha fermato la pesca a strascico

Talamone è una cittadina che sorge su un promontorio dell’Argentario, sulla costa toscana meridionale, a strapiombo sul mar Tirreno. Nei giorni sereni, da una delle colline del parco regionale della Maremma o dalle torri che in epoca medievale si utilizzavano per avvistare i Saraceni, si scorgono alcune isole dell’arcipelago toscano, da Montecristo a Pianosa, fino a intravedere, più a ovest, la Corsica. Ma è l’isola del Giglio a dominare il paesaggio marino e a riempire lo sguardo dei turisti che d’estate godono di un’atmosfera da copertina, e che di sera vedono il sole tramontare dietro la terra dove Napoleone visse in esilio, l’Elba. In una delle piazze della cittadina campeggia una statua dedicata a Giuseppe Garibaldi, perché Talamone era uno dei punti strategici in cui il generale conservava le munizioni durante la sua celebre impresa del 1680. Ma il villaggio toscano non è famoso solo per aver fatto parte della storia dell’unità d’Italia. La sua costa, infatti, è una delle migliori per pescare: la baia ospita numerose specie di tonno rosso, spigole, palamite, pesce spada, polpo e branzino. La pesca, a Talamone, è sempre stato uno stile di vita. E la maggior parte degli abitanti sono figli o nipoti di pescatori. Ma dagli anni ’80 l’attività dei grandi pescherecci, che praticano la pesca a strascico, ha eroso il suolo marino, riducendo drasticamente la biodiversità dei fondali, mettendo a rischio diverse specie e contribuendo in modo significativo all’emissione di CO2 nell’ambiente. Lo sa bene Paolo Fanciulli, pescatore artigianale che in decenni di attività ha legato il suo nome alla protezione della costa di Talamone, da quando si è accorto che il paradiso in cui aveva nuotato sin da bambino stava diventando un inferno: la “mangianza” stava per finire, con gravi conseguenze per la sostenibilità economica del territorio.

Un solco lungo il viso

«Dopo l’arrivo dei pescherecci a strascico non si pesca più niente», racconta Paolo a Tpi nella poppa del suo piccolo peschereccio, la Sirena. Ha 60 anni, gli occhi azzurri, la pelle consumata dal sole, un sorriso lungo e un volto segnato da anni di lotta. L’inflessione toscana marcata, un modo di fare vulcanico e l’aria di chi ha vissuto troppe vite per riassumerle in pochi minuti di racconto. Ha iniziato a tirare su le prime reti a 13 anni, già innamorato del mondo subacqueo, che osservava da piccolo esplorando i relitti delle navi e la flora e la fauna che trovavano rifugio al loro interno. Il suo stile di pesca è quello artigianale: una rete di 1.500 metri che non viene trainata, ma calata sul fondale, dove riposa per circa 24 ore raccogliendo solo i pesci adulti e commestibili, grazie alle maglie molto larghe che salvano le alghe e gli esemplari più piccoli, fondamentali per la conservazione della biodiversità. All’inizio degli anni ’80 la sua attività inizia a rendere meno, e si accorge che c’erano meno pesci nel mare, perché la pesca a strascico stava portando via tutto. «Le reti vengono appesantite con catene per essere trascinate sul fondo del mare e sradicano tutta la poseidonia, fondamentale per l’ecosistema mediterraneo», spiega. 

Reti piglia tutto

Come suggerisce il nome, che deriva da quello del Dio del Mare, Poseidone, la poseidonia è un elemento chiave dell’ecosistema marino, ed è considerata uno dei polmoni del pianeta: la pianta acquatica libera nell’ambiente fino a 20 litri di ossigeno al giorno per ogni metro quadrato di superficie che occupa. Non solo: offre riparo ai pesci, e tra le sue radici vi depongono le uova diverse specie, tra cui aragoste e orate. Ma le grandi reti dei pescherecci commerciali possono spazzare via un intero ecosistema anche in una sola passata, sottraendo esemplari di nessun interesse commerciale, che però sono di vitale importanza per l’ecosistema. Una delle caratteristiche dello strascico è la sua non selettività: le maglie strettissime, che misurano anche 40 millimetri, raccolgono tutto, secondo una pratica che si chiama “bycatch”. «È come se un cacciatore bruciasse l’intera foresta per ammazzare un cinghiale», spiega Paolo. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature a marzo del 2021 ha stimato poi che le emissioni di CO2 derivanti dalla pesca a strascico ammontano in media a un miliardo di tonnellate all’anno, superando quelle del traffico aereo globale. La maggior parte – più di 750 milioni di tonnellate – proviene dalle attività nelle acque costiere della zona economica esclusiva della Cina, seguita da quelle di Russia, Italia, Regno Unito, Danimarca e Francia. Nonostante la normative Ue recepita a livello nazionale vieti la pratica “sottocosta”, e cioè a tre miglia dalla costa, numerosi pescherecci commerciali si aggirano impunemente nelle zone protette di tutta Europa. Tra cui quella di Talamone.

Arte eco-interventista 

Paolo ha iniziato a lottare contro la pesca illegale con gli strumenti che aveva a disposizione 30 anni fa: martelli per uccidere le morene, esplosivo fatto a mano, con cui di notte attaccava i pescherecci. «A volte ho avuto il sostegno delle autorità locali per sequestrare le imbarcazioni illegali, altre no. Mi muovevo da solo. Tutto quello che trovavo in barca, lanciavo. Di notte facevo più paura. Una volta un peschereccio chiamò il “may day” perché pensava si trattasse di dinamite. Scappai tra le colline. Avevo 20 anni. Un’altra volta sono stato fermato: ho trascorso una notte in caserma», racconta. Nel 1990, insieme ad altri piccoli pescatori e ad attivisti di Greenpeace, ha attaccato il porto commerciale di Santo Stefano, ma al di là dell’attenzione mediatica la protesta non ha prodotto i risultati sperati. Negli anni Fanciulli si è accorto che gli interessi economici dietro lo strascico erano più grandi di lui e della sua battaglia, e che anche i 100 blocchi di cemento piazzati dalla Regione Toscana sul fondale marino per impedire alle reti di eliminare la vegetazione erano insufficienti e troppo distanziati tra loro per essere efficaci. Grazie al sostegno dei turisti che partecipavano alle sue battute di pesca, aggiunge altre tonnellate di cemento, e infine riesce a ottenere una donazione di 100 blocchi di marmo dal proprietario della cava di Michelangelo, a Carrara. A quel punto, l’arte viene in suo soccorso: attraverso l’attività di divulgazione, l’aiuto dei media stranieri e il passaparola, a partire dal 2006 artisti di fama internazionale – tra cui l’artista britannica Emily Young e Massimo Lippi – iniziano a scolpire il marmo e a creare opere d’arte da immergere sott’acqua, dando vita a un vero e proprio museo sottomarino, che ha dissuaso i pescherecci dall’avvicinarsi alla costa, rigenerando il fondale. 

Frammenti di luce

Oggi la “La casa dei pesci”, la Onlus che si occupa di ottenere i finanziamenti per sviluppare il museo – tra cui quello del marchio Patagonia – conta 39 sculture piazzate fino a 20 metri di profondità lungo la costa di Talamone, e altre sono in lavorazione. Ogni opera pesa dalle 10 alle 15 tonnellate e rappresenta un rifugio per decine di piante e di pesci, che negli intagli dello stesso marmo che ha dato vita al David di Michelangelo, vivono e prosperano. Wymar Van Ommen è uno degli artisti coinvolti nel progetto. Scultore italo-olandese di 30 anni, ha studiato all’accademia di Firenze e di Carrara e ha appena terminato, dopo 24 giorni di lavoro, una delle opere destinate a popolare, nei prossimi mesi, il parco marino: “frammenti di luce”. «L’opera è composta da due occhi perché mi piace l’idea di ricavare particolari anatomici da un basamento. In questo caso ho immaginato uno zoom su una parte del volto: uno sguardo che, rivolto verso la superficie, idealmente sorveglia la pesca illegale», racconta a Tpi. «Ho provato una sensazione strana a creare un’opera destinata a stare sott’acqua. Ma sono contento perché il suo pubblico saranno i pesci e gli animali. Mentre lavoravo percepivo questa cosa. Ho iniziato a sognare: “Qui ci sarà un’alga, qui una piantina, e questa cavità per un polpo sarà una paradiso”». 

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