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Provaci ancora, Elly

L’ultima coltellata, in ordine di tempo, è stata quella del governatore della Campania Vincenzo De Luca: «Vedo gente che va in giro a fare cortei… Vedo nullità assolute promosse al rango di dirigenti nazionali….”. Fino all’affondo sul vero bersaglio, Elly Schlein: «Anche lei è al terzo mandato, praticamente una cacicca ante litteram». 

Così la neosegretaria del Pd, dopo pochi mesi di leadership si ritrova di nuovo nel mirino, attaccata da tutti i fronti. Ad esempio da Matteo Renzi, che la irride sul salario minimo (una medaglia, ovvio). Poi dalla minoranza gueriniana (nel senso di Lorenzo Guerini, ex ministro della Difesa) per la linea tenuta sulla pace per la guerra in Ucraina (un problema serio, purtroppo).

Quindi da molti media per alcune scelte eccentriche e non politiche  (l’armocromia, una fidanzata che parla e pensa con la sua testa). Infine dai cattolici per la scelta di campo sulla gravidanza per altri (un vero e proprio campo minato, in un partito multiculturale). E – dulcis in fundo – dai giornali e dagli opinionisti di destra (qualsiasi cosa dica). Su Il Foglio una rubrica giornaliera poligrafa fa le pulci a tutte le scelte della segretaria. 

Ma il problema è la fronda dei dirigenti nel partito. Mentre gli elettori dicono al 67% di essere soddisfatti della leadership e anche della scelta di alleanza con il Movimento 5 Stelle, in una parte dei dirigenti di alto e medio rango gli argomenti di questa fronda sembrano fare breccia.

Non sono più fratelli, se mai lo sono stati, ma sono sicuramente coltElly, nel senso che qualcuno sta giocando a logorare la leader del Pd, e ha deciso di farlo con una velocità sorprendente, mettendosi nell’impresa con una furia metodica e spietata. 

I giorni felici di «Non ci hanno visto arrivare» sembrano un ricordo lontano. Adesso le accuse si sommano, come le freccette sul bersaglio di un tiro a segno. Il gruppo al Parlamento europeo (TPI lo ha raccontato due numeri fa) si è diviso sul delicatissimo ordine del giorno Asap, il provvedimento che consente agli Stati membri di acquistare armi per l’Ucraina anche attingendo ai fondi del Pnrr e della coesione.

La Schlein definisce «inammissibile» questa decisione, ritrovandosi in sicura sintonia con il popolo del Pd. Ma il gruppo a Strasburgo si divide: gli eletti delle vecchie correnti (dieci) votano a favore della risoluzione, quattro deputati si astengono, uno vota contro (Massimiliano Smeriglio), un altro (Giuliano Pisapia) non partecipa al voto. Tra gli astenuti c’è l’unica eurodeputata che siede in direzione, la schleiniana Camilla Loreti. È il primo serio campanello d’allarme. 

Dopo l’alluvione dell’Emilia Romagna gli oppositori più coperti l’hanno accusata di non essere andata nei territori alluvionati (in realtà ci è andata, ma dopo la Meloni). E il tam tam della vecchia guardia del partito dice che Elly gira poco nei luoghi e che si sottrae alle incombenze dell’incarico.

Nel giorno in cui la Schlein ha abbracciato Giuseppe Conte (mentre lei era in delegazione alla manifestazione del M5S sulla precarietà) tutti i nemici si sono uniti e sono usciti allo scoperto all’insegna dello slogan: «La Schlein sta svendendo il Pd a Conte». Una tesi a dir poco ridicola, alla luce dei sondaggi: nella serie degli ultimi tre mesi la neo-segretaria aveva riportato il Pd ai livelli dell’era Zingaretti. Nel giorno in cui chiudiamo questo articolo, un sondaggio di Swg per il tg di Enrico Mentana indica il Pd al 20%.

A tutti questi veleni si aggiunge un tema vero: nella composizione degli organismi dirigenti e dei gruppi parlamentari, la Schlein ha promosso molti volti nuovi che non vengono dalla storia delle correnti e del partito. Uomini e donne come Marta Bonafoni o Paolo Ciani che hanno molto caratterizzato, negli anni le loro posizioni pacifiste. 

“Gli Schlein”, come vengono chiamati, non sono percepiti come uno dei normali avvicendamenti tra maggioranza e opposizione (dove nei gruppi dirigenti del Pd tutti si conoscono dalle elementari) ma come degli Ufo, gente con cui è difficile fare degli accordi. Ed è a questo punto che occorre tornare alla lunga e acida esternazione del governatore della Campania di lunedì scorso.

De Luca ha giurato vendetta alla Schlein per due nobilissimi motivi. Il primo è la degradazione dell’amato figlio Piero, che in età lettiana era riuscito a diventare vice-capogruppo a Montecitorio. Il secondo è la sua ferma risoluzione di ricandidarsi alla guida della Regione. Una scelta che la Schlein considera inopportuna, e a cui si oppone (per adesso) con la moral suasion. 

De Luca, tuttavia, con il suo fiuto di animalone politico ha capito una cosa importante: i suoi tempi di scelta non gli consentono di attendere le elezioni europee della prossima primavera. E se arriva alle europee, dato il consenso di cui gode tra gli elettori, la segretaria si conquisterebbe il diritto di dare le carte alle elezioni politiche. Ovvero il potere di decisione sulle liste elettorali che il Rosatellum assegna a tutti i segretari. Un bel problema, dunque, per tutti gli oppositori scoperti e non.

Ecco perché il governatore ha deciso di alzare i toni, sparando a zero sulla Schlein: «Ha rotto con i cattolici, con il mondo delle imprese e non dice nulla sul mondo del lavoro, soprattutto dei giovani», dice De Luca. E subito dopo, tirando alle elezioni amministrative scorse: «È stato un disastro». 

De Luca annuncia, per settembre, una «operazione verità». Ovvero un evento in cui mettere sotto accusa in modo organico e sistematico la segretaria del Pd e la sua linea. Ma se non è un ammutinamento poco ci manca. La scelta è quella di porsi come catalizzatore dei lanciatori di “coltElly” per far uscire allo scoperto chi rema contro il nuovo corso “sottocoperta”. 

Domanda: quali forze riusciranno a raccogliere gli oppositori occulti e palesi? Dirlo adesso è difficile, e dipenderà da come si chiudono le porte dell’estate, dal Governo al Mes, alla Rai.

Ciò che invece è evidente, anche in questa ultima drammaturgia, è un problema strutturale che si ripete da anni: accadde con il fondatore, Walter Veltroni, che si dimise senza fare i nomi degli oppositori interni dopo la sconfitta delle regionali sarde del 2007. Accadde con Pierluigi Bersani, accoltellato con la manovra di Palazzo dei 101.

E la fronda colpì duramente anche Nicola Zingaretti, arrivato a una lettera di dimissione drammatica, e ad un messaggio choc: «Mi vergogno del mio partito». Anche in quel caso Zingaretti denunciò i suoi oppositori ma non fece i nomi. Poi la sconfitta elettorale di Enrico Letta, con un addio mesto e silenzioso di tutti quelli che lo avevano voluto.

Con l’arrivo della Schlein il fuoco amico è ripreso. Sembra che il Pd sia divorato dal paradosso delle primarie: quando il leader è investito di un grande consenso, i gruppi dirigenti si preoccupano e parte la contraerea di Palazzo. Quando invece il leader è espressioni delle élites politiche tradisce il consenso e perde gli elettori. Molti, anche tra i più scaltri soffrono male. 

Per questo, quando nel lunedì in cui esplode il caso De Luca incontro Elly Schlein, mi stupisce il suo sangue freddo. Risponde a De Luca senza citarlo, e spiegando: «Ho dovuto commissariare la Campania per alcune gravissime irregolarità nella gestione del partito durante le primarie». Per il governatore è l’equivalente di uno schiaffo in faccia. 

Ma la cosa che mi stupisce – perché non me l’aspetto – è la metafora calcistica con cui la Schlein commenta la sua lotta interna: «Quando ero ragazza, al mio paese, mentre aspettavamo lo scuolabus, giocavano a pallone…». E… «E mai una volta invita mia, correndo intorno al campo sono rimasta dietro un maschio!». Sorriso. E… «Mi divertivo a confondere l’avversario con la veronica».

Qui la Schlein ride di gusto: «È  una finta di corpo, non facile da seguire, che consiste nel cambiare direzione, bruscamente, confondere il marcatore e saltarlo andando a rete». Pausa, la guardo stupito e lei, ridendo: «Mi viene molto bene, sa?». Non capisco se parla del calcio, di De Luca, o del Pd. Un avvertimento importante per gli Elly coltelly.

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