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Vittime collaterali: la guerra in Ucraina la pagano i poveri

Liza e suo marito vivono da sfollati a Manjupara, in Bangladesh. Una volta riuscivano a sopravvivere grazie all’allevamento e alla vendita di pollame e bestiame, ma l’attuale aumento dei prezzi dovuto agli effetti della guerra in Ucraina, l’assenza di opportunità di lavoro stabili e le conseguenze della crisi climatica hanno tolto loro tutto. «Una volta compravamo un pollo a 150 taka al chilo (1,26 euro), ma ora il prezzo è di quasi 300 (2,53 euro). Un anno fa, un pesce costava circa 200 taka (1,69 euro), ora costa quasi 1.000 (8,43 euro)», ricorda. «Prima potevamo pescare da soli, allora mangiavamo bene, ma ora è difficile. Non abbiamo più nulla».

La coppia è solo una delle milioni di vittime collaterali dell’invasione russa. A quasi un anno e mezzo dallo scoppio della guerra, l’impatto del conflitto causato dallaumento del costo delle materie prime continua a colpire i Paesi più vulnerabili, dove le famiglie arrivano a spendere fino a dieci volte quanto pagavano 16 mesi fa per acquistare generi di prima necessità, alimentari e non. Anche se il resto del mondo non sembra essersene accorto.

Indici a confronto
Per l’Onu infatti, la crisi sembra sul punto di rientrare. Secondo la Fao, a maggio i prezzi alimentari  globali erano in calo del 22,1% rispetto ai massimi del marzo 2022. Un dato in controtendenza con un recente studio condotto da ActionAid in 14 Paesi in Africa, Asia e Caraibi, secondo cui i prezzi della pasta e dei fertilizzanti sono aumentati in media di oltre il 115%, i costi della benzina dell’80%.

Nei mercati locali di Afghanistan, Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Haiti, Kenya, Malawi, Myanmar, Nepal, Nigeria, Sierra Leone, Somaliland, Zambia e Zimbabwe, dall’inizio della guerra il prezzo medio di una pagnotta di pane è più che raddoppiato, lo zucchero è aumentato in media del 59%, lolio del 57%, il gas da cucina del 47% e gli assorbenti dell’83%. Tra le zone più colpite, molte sono in Africa dove le condizioni erano già gravi prima del conflitto.

Sconfitti
In Tigray, ad esempio, dove a maggio il World Food Programme (Wfp) e la United States Agency for International Development (Usaid) hanno deciso di sospendere gli aiuti alimentari, a causa delle sparizioni dei carichi destinati alla popolazione, che da più di due anni combatte contro la carestia scatenata dalla guerra civile scoppiata nel novembre 2020.

La catastrofe è nei numeri: i Paesi più poveri del mondo non possono fare a meno delle materie prime esportate dalle zone del conflitto, che però oltre a costare sempre di più finiscono spesso agli Stati più ricchi. Stando ai dati dellOnu per la Black Sea Grain Initiative, su oltre 32,4 milioni di tonnellate di cereali esportati dallUcraina tra lagosto 2022 e la fine di giugno 2023, solo 4 milioni (il 12,2%) sono arrivate nei Paesi africani. Appena il 19,5%, circa 7 milioni di tonnellate, è andato a nazioni a reddito medio o basso e solo 685mila tonnellate sono state riservate al Wfp per alleviare le conseguenze di carestie e altre catastrofi in Etiopia, Yemen, Afghanistan, Turchia, Sudan, Kenya, Somalia e Gibuti.

Ma l’aumento dei prezzi e la crisi economica minacciano anche il futuro dei più giovani. In Nigeria, gli studenti come Fauziya sono sempre più in difficoltà. «Fotocopiare una dispensa costa molto: una volta erano 5 naira per due documenti, ma ora sono 30-50 naira», spiega. «Un quaderno di 40 pagine costava 300 naira (0,36 euro), ma ora ne costa 800 (0,95 euro). A causa della scarsità di carburante, non abbiamo più elettricità e la gente sta soffrendo molto».

Così, secondo lo studio di ActionAid, l’aumento del costo della vita ha incrementato i tassi di abbandono scolastico perché le famiglie non possono più permettersi di far studiare i figli, che sempre più spesso finiscono nelle maglie degli sfruttatori del lavoro minorile. Come in Bangladesh, dove una donna di Sunamganj, sottolinea: «L’istruzione è molto meno importante del cibo per la sopravvivenza. I ragazzi devono lavorare nelle cave di pietra o di sabbia per 300 taka (2,53 euro) al giorno nel fiume Jadukata. Per questo saltano la scuola».

Tempesta perfetta
Il Bangladesh è particolarmente vulnerabile, visto che deve affrontare molteplici crisi convergenti, aggravate dalle conseguenze del riscaldamento globale che colpisce soprattutto le donne, spesso piccole imprenditrici come Shazida. La donna vive a Purbapara, nel centro del Paese, ma non può irrigare i suoi campi agricoli perché il prezzo della benzina è aumentato in media di oltre il 70%. Una situazione peggiorata dal clima, sempre più caldo: «Durante le recenti inondazioni, non ho potuto portare con me nemmeno una piantina. Ogni raccolto è stato danneggiato», ricorda. «Tutti gli abitanti del nostro villaggio hanno subito la stessa tragedia».

Stessa situazione anche a Kolpara, nel sud del Bangladesh, come racconta Meem: «Alluvioni, siccità e l’acqua salata sono problemi comuni», spiega. «L’uso dell’acqua salata (per la nostra igiene, ndr) è dannoso per la salute, ma non abbiamo altra scelta». Un problema in più per le donne, che non possono permettersi nemmeno gli assorbenti. «A casa usiamo un pezzo di stoffa, un metodo per nulla igienico, e poi dobbiamo lavare questi panni in acqua salata. È molto dannoso per il nostro corpo», osserva Meem, secondo cui la situazione è aggravata dalle preesistenti diseguaglianze sociali. «I ricchi possono cavarsela con gli aumenti dei prezzi, ma i poveri fanno fatica. Bisogna fare qualcosa».

Sono proprio i più indigenti infatti a subire il peso dell’aumento dei prezzi di cibo, carburante e fertilizzanti, che ancora una volta colpiscono soprattutto le donne. Il 57% delle intervistate in Bangladesh per lo studio di ActionAid ha infatti dichiarato di essersi indebitata a causa dell’aumento dei prezzi. Nel complesso, gli effetti delle crisi multiple stanno riducendo l’accesso al cibo e all’istruzione, mentre stanno aumentando i matrimoni infantili e la violenza di genere. Per buona parte del mondo, la guerra in Ucraina è tutta qui.

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