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Cosa dobbiamo aspettarci dopo il vertice Nato di Vilnius

Il summit NATO di Vilnius ha il sapore di uno di quei vertici che rimarranno nella storia. L’Europa si trova dinanzi a un bivio. Risorgere in autonomia secondo interessi propri o rimanere all’ombra di questo o quel gigante — americano, russo o cinese che sia.

Non c’è solo il supporto all’Ucraina in ballo, ma molto di più. Si tratta infatti del primo, grande appuntamento post-invasione russa con il quale i leader del cosiddetto mondo occidentale intendono ridisegnare gli equilibri mondiali, rafforzando l’asse Atlantico e rinvigorendo la natura stessa della NATO.

Scacco matto alla Russia e la Cina sempre più isolata. Non è certo una coincidenza, infatti, che il rappresentante permanente italiano presso la NATO, Marco Peronaci, abbia recentemente affermato che gli alleati sfrutteranno il summit di Vilnius per intraprendere decisioni strategiche volte non solo al rafforzamento degli assetti già esistenti ma anche a una riorganizzazione generale, un dialogo a tutto tondo verso rinnovate cooperazioni politiche. Nel nome della sicurezza.

Al vertice hanno partecipato anche Australia, Giappone, Corea del Sud e Nuova Zelanda. L’idea di puntare sulla “globalizzazione” della NATO emerge dalla posizione di Roma alla vigilia del vertice lituano: l’alleanza atlantica – si legge in un report del Comitato Atlantico italiano dal titolo “The future of NATO and the role of italy” – deve tornare a rivestire la sua storica funzione politica, dovrà essere una naturale attrazione per una rinnovata percezione dell’Occidente, con l’obiettivo di implementare i principi strategici della NATO in una visione innovativa e volta al futuro.

In tal senso, [la NATO] non dovrà solo occuparsi della minaccia russa ma anche dotarsi degli strumenti necessari per rispondere alle nuove sfide poste dalla Cina in un sistema geopolitico multipolare.

La richiesta di adesione da parte di Svezia e Ucraina costituisce, in questo senso, il tentativo di pesare le forze in ballo nella sfida globale che l’Occidente ha davanti a sé, e l’ultimo banco di prova nel rivitalizzare la natura stessa della NATO.

Ciò tuttavia non distoglie l’attenzione da quella che alcuni osservatori internazionali definiscono un’ulteriore provocazione nei confronti di Mosca e, per estensione, di Pechino.

Organizzare l’annuale summit NATO sotto le finestre del Cremlino, nel bel mezzo di una guerra europea divenuta cronica, rischia di far aumentare la tensione in un momento già di per se estremamente delicato.

A maggior ragione, poi, se il non ingresso dell’Ucraina nell’alleanza atlantica rimane una della condizioni che Putin ha posto per sedersi a un tavolo delle trattative.

Dunque, cosa vuole essere la NATO? A cosa serve oggi? Quali interessi deve perseguire?

Il rischio è che, stante le premesse di cui si parla, questa guerra (e qualsiasi altra di simile natura) compia un salto di qualità che sa tanto di tuffo nel baratro più che di una generale riorganizzazione di un’alleanza. La quale, sinora, ha servito perlopiù gli interessi di Washington che l’ha utilizzata come braccio armato laddove non poteva intervenire direttamente per suo conto.

Chi sostiene di essere realmente al fianco dell’aggredito nella guerra d’Ucraina, e non avere nulla a che spartire con i metodi dell’aggressore russo, dovrebbe perlomeno prendere in considerazione l’idea che armarsi e mostrare i muscoli rafforzando la NATO non sia, in fondo, la soluzione più efficace. Nel nome della sicurezza.

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