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Generazione Banlieue: Kylian Mbappé non salverà la Francia

Nel momento in cui a bruciare sono le banlieue, proprio come nel 2005, e il fuoriclasse transalpino Kylian Mbappé, idolo dei giovanissimi, si rivolge innanzitutto a loro per provare a gettare acqua sul fuoco della rivolta che ha fatto seguito all’uccisione di Nahel, la Francia si scopre nuda. Nahel, infatti, era un ragazzo di appena diciassette anni che guidava un SUV senza patente e si era rifiutato di fermarsi benché gli agenti gli avessero intimato l’alt. Un duplice errore, anche piuttosto grave, d’accordo, ma che di sicuro non giustifica la scelta disumana del poliziotto che gli ha sparato e lo ha ucciso, acuendo ulteriormente le tensioni sociali che covano da tempo in una Francia ormai in guerra con se stessa. Del resto, in un Paese squassato dalla scoperta che Galtier, uno dei tecnici più famosi e pagati, ex Nizza e Paris Saint-Germain, non vuole neri e musulmani in squadra, non ci si può aspettare un clima tanto diverso. 

La Francia è a terra e non da oggi. È a terra dal giorno in cui venne colpito al cuore il settimanale satirico Charlie Hebdo. È a terra per via del Bataclan, cui il sedicente socialista Hollande seppe rispondere solo con un diluvio di bombe su Raqqa. È a terra da quando Marine Le Pen si è trasformata in un’alternativa politica credibile a un socialismo ormai ridotto ai minimi termini e a un macronnismo sempre più divisivo e impopolare. Ed è a terra perché alla destra della figlia del fondatore del Front National, si è affermato Zemmour, un personaggio a tratti grottesco e per certi versi inquietante, capace di far sembrare una personalità di estrema destra come la Le Pen una figura quasi rassicurante, favorendo la conquista del consenso da parte del suo Rassemblement National.

Il modello di integrazione francese, affermatosi anche grazie alla vittoria dei Mondiali casalinghi ad opera della Nazionale guidata da Zidane, da ragazzo chiamato col secondo nome Yazid, figlio di un immigrato algerino proveniente dalla Cabilia, è andato definitivamente in frantumi. Nel ’98, lo slogan scandito dalle tribune di Saint-Denis, quartiere difficilissimo di Parigi in cui da allora sorge lo Stade de France, recitava: “Black! Blanc! Beur!”, e la magia espressa in campo da neri, bianchi e berberi, uniti da un obiettivo comune, faceva il resto.

Oggi, invece, neanche la generazione Mbappé, a sua volta campione del mondo nel 2018, riesce più a contenere la rabbia delle periferie ghettizzate. Colpa di politiche sbagliate, certo, specie se si pensa che la Francia degli anni Novanta vedeva alla guida un gaullista come Chirac, erede della tradizione del generale che affrontò con saggezza la Guerra d’Algeria e traghettò la Nazione dalla Quarta alla Quinta Repubblica, mentre negli ultimi quindici anni abbiamo visto all’opera Sarkozy, che definì i rivoltosi del 2005 “racaille” (feccia), i “socialisti immaginari” Hollande e Valls e l’attuale inquilino dell’Eliseo, ossia colui che ha trasformato la Francia in un campo di battaglia permanente.

Volendo, tuttavia, ampliare lo sguardo alla complessa dinamica sociale francese, ci accorgiamo che i ribelli del 2023 non si limitano a rivendicare diritti sacrosanti ma assaltano negozi di pregio per procurarsi gli oggetti del loro desiderio che non possono permettersi. Consumismo, dunque, misto a falsi idoli, disperazione, abbandono, violenza, esclusione sociale, criminalità e mancanza di cultura e di istruzione: di questo si tratta ed è una miscela esplosiva e pericolosissima. Non a caso, come detto, il mito dei ragazzi delle banlieue è Mbappé, un fenomeno che percepisce cifre astronomiche dal PSG e ne ha chieste di simili al Real Madrid per accettare un eventuale trasferimento.

Non parliamo, quindi, di un sostenitore degli ideali socialisti ma della quintessenza del capitalismo più sfrenato, lo stesso che ha messo in ginocchio l’intero Occidente e che induce quei giovani a compiere gesti estremi, continuando tuttavia a osannare il vanto del modello che non sopportano più.

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