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Salario minimo a confronto: ecco come e dove funziona nel resto d’Europa

Divisa su tanti punti, regolarmente in ordine sparso a ogni scadenza elettorale, l’opposizione, con la sola eccezione di Italia Viva, è riuscita a unirsi intorno a una proposta da portare in Parlamento che da anni viene toccata a livello di programmi e dibattiti ma che mai è stata messa in campo in modo concreto e un minimo strutturato. È così che, su proposta di Giuseppe Conte e del Movimento Cinque Stelle, il Partito Democratico, Più Europa, Sinistra Italiana, Verdi e persino Azione hanno deciso di depositare una proposta di legge sul salario minimo a nove euro l’ora che ancora non si sa quanto approderà in aula, ma verosimilmente non prima della fine di questo mese.

Questa iniziativa fa discutere e non vede d’accordo tutte le forze politiche e sociali, ed è essa stessa frutto in parte di una mediazione tra le diverse anime che la andranno a sostenere. Oltre a introdurre un minimo salariale di nove euro, non è prevista l’indicizzazione automatica in base all’inflazione e sono invece previste compensazioni da parte dello Stato per venire incontro in un primo momento ai datori di lavoro che dovranno adeguarsi. Non saranno inoltre previste modifiche per i contratti nazionali attualmente superiori ai nove euro l’ora della proposta di legge.

Attualmente, infatti, in Italia non esistendo un salario minimo legale nazionale per tutti i lavoratori i vari trattamenti salariali sono regolati dai contratti collettivi nazionali, che vengono negoziati da sindacati e associazioni di categoria di ciascun settore.

Il governo si è mostrato critico verso la misura, con una posizione cautamente contraria basata in primis sul ritenere più opportuno arrivare a un aumento dei salari tramite una riduzione del cuneo fiscale e del costo del lavoro. «Non credo che al salario minimo si possa arrivare per legge», ha dichiarato al riguardo la ministra del Lavoro, Marina Calderone, auspicando che gli aumenti arrivino tramite una contrattazione di qualità.

Se questa è grossomodo la situazione attuale in Italia, cosa succede invece nel resto d’Europa?

Salario minimo

Oltre i dieci euro
Se dovesse (anche se numeri alla mano, pare molto difficile) essere approvato il salario minimo da nove euro l’ora in Italia, sarebbe il settimo più alto di tutta l’Unione europea, ma si tratterebbe comunque del più basso tra quelli dei tre Paesi del G7 che fanno parte dell’organizzazione.

La Germania, infatti, lo scorso anno ha aumentato il minimo salariale da 9,85 a 12 euro l’ora, rendendolo così il secondo più alto in Europa dopo quello del Lussemburgo, fissato a ben 13,37 euro. Anche in Francia il salario minimo orario è in doppia cifra, pari a 11,27 euro.

A questi Paesi già citati, vanno aggiunti Belgio (11,87 euro), Irlanda (11,30) e Paesi Bassi (11,16).

Campagna (elettorale) spagnola
In Spagna invece il salario minimo è pari a 7,82 euro l’ora: per quanto inferiore ad altri Paesi europei, rappresenta un forte aumento pari a circa il 46 per cento rispetto a quando nel 2018 si è insediato il governo guidato da Pedro Sanchez sostenuto in primis dal suo partito, il Partido Socialista Obrero Espanol (Psoe), e da Podemos, formazione di sinistra, eco-socialista e femminista. Non è un caso che Sumar, cartello elettorale di cui fa parte anche Podemos, ha come leader e figura di punta la ministra del Lavoro, Yolanda Diaz.

Sia Sanchez sia Diaz nel corso della campagna elettorale stanno rivendicando a nome dei rispettivi partiti l’aumento del salario minimo portato avanti in questi anni e hanno inserito nel programma nuove misure per proseguire su questo cammino.

Il Partido Popular, principale forza del centrodestra spagnolo, ha anch’esso menzionato il salario minimo nel programma, impegnandosi ad aggiornarlo nel quadro del dialogo sociale, ma senza precisare alcuna cifra.

Il salario minimo spagnolo da 7,82 euro è in una fascia molto simile a quello della Slovenia, dove tale misura ammonta a 6,92 euro l’ora.

Sguardo a est
Guardando la mappa del salario minimo in Europa vediamo come quelli più bassi si trovino nell’Est del Vecchio continente. Sotto i sei euro l’ora, tranne Portogallo e Malta, tutti gli altri Paesi che fanno parte di questo gruppo si trovano nell’Europa orientale, e se a Lisbona tocca i 5,54, andando in Bulgaria la cifra scende a 2,37, la più bassa dell’Unione europea.

Ovviamente il meccanismo è chiaro: il salario minimo è infatti strettamente collegato anche ad altri fattori sociali, dal potere d’acquisto al costo medio della vita fino alle retribuzioni generali e la cifra spesso cambia di conseguenza.

L’eccezione scandinava che ci somiglia
L’Italia è uno dei cinque Paesi dell’Unione europea insieme ad Austria, Danimarca, Svezia e Finlandia a non avere un salario minimo stabilito per legge.

Colpisce come oltre al nostro, tre Paesi su cinque a non avere il salario minimo si trovino nell’area scandinava, dove non a caso anche la Norvegia, che non fa parte dell’Unione, adotta la stessa linea dei suoi vicini. In tali Stati i minimi sono stabiliti come da noi tramite la contrattazione collettiva e gli stipendi elevati che tramite tale meccanismo sono riusciti a raggiungere lo fanno considerare un modello funzionante.

Potrebbe infatti sorprendere che, quando nel 2021 il Parlamento europeo è stato chiamato a discutere sulla direttiva sul salario minimo che sarebbe stata approvata l’anno seguente, nonostante i socialdemocratici di tutto il continente si siano spesi a favore della misura, da Svezia e Danimarca è arrivata una certa freddezza proprio per timore che questo potesse mettere in crisi un meccanismo che nel loro contesto è ritenuto funzionante.

La direttiva europea
Nel 2022, il Parlamento europeo ha votato una direttiva sul salario minimo, che tuttavia non impone ai Paesi di adottare tale misura né stabilisce una cifra unica intorno alla quale muoversi. Tuttavia, ha chiesto agli Stati membri di fare in modo che i salari, che siano fissati per legge o affidati alla contrattazione collettiva, siano in grado di garantire ai lavoratori un’esistenza dignitosa in base a costo della vita e ai livelli retributivi in generale e nel rispetto dei diversi modelli di mercato dei rispettivi Paesi.

Per dare un’indicazione che valuti l’adeguatezza delle misure, ha individuato il 60 per cento del salario mediano lordo e il 50 per cento del salario medio lordo come soglia per definire il salario compatibile con quanto stabilito.

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