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Guerre, disastri climatici, fame: ecco da dove (e da cosa) scappano i migranti

Chi migra attraversando confini, deserti e mari lo fa perché deve farlo. Lo fa perché non ha più una casa, perché il Paese che sta lasciando è poco sicuro, è in conflitto o non è abbastanza libero. Lo fa per sopravvivenza, per tentare una vita migliore. Lo slogan emblematico del nostro tempo è “aiutiamoli a casa loro”, ma si tratta davvero della soluzione migliore? Ecco da dove arrivano:

Da dove arrivano i migranti grafico

Se scaviamo un attimo più a fondo nel concetto, ci accorgeremo di come il nodo della questione ruoti sempre intorno all’accoglienza e agli sforzi che si dovrebbero fare per fermare l’immigrazione, mentre ci si sofferma poco sulle ragioni dei flussi migratori e sul contesto di partenza dei migranti. Ma analizziamo come si vive in questi Paesi.

Costa d’Avorio
Dopo le elezioni del 2010, vinte dall’attuale presidente Alassane Ouattara ci furono diversi mesi di violenze che provocarono circa 3.000 vittime. Decine di persone vennero uccise negli scontri che hanno preceduto le elezioni del 2020, in cui Ouattara ha cercato e ottenuto un terzo mandato dopo aver dichiarato che non si sarebbe candidato. Le elezioni non sono né libere né regolari: il governo ha vietato manifestazioni pubbliche e ha contrastato con la violenza quelle che si sono svolte. 

Guinea
Il generale malcontento per l’operato del presidente Alpha Condé, al potere dal 2010, ha provocato instabilità, proteste e scioperi dopo le elezioni municipali del 2018. Il 47% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, la mortalità infantile è molto alta (130/1.000), l’analfabetismo arriva quasi al 70% e l’accesso ai servizi sanitari raggiunge solo il 20% della popolazione.

Egitto
Il governo autoritario di Abdel Fattah al-Sisi, salito al potere con un colpo di Stato nel 2013, vieta l’espressione del dissenso, limita i diritti civili e viola quelli umani. Manca un’opposizione politica. Nelle carceri le condizioni di vita sono disumane, mentre la pena di morte è aumentata. È peggiorata la crisi economica, e i livelli di povertà sono aumentati. Continua infine il conflitto tra le forze di sicurezza e le cellule militari legate allo Stato Islamico nella Regione del Sinai.

Bangladesh

È uno dei Paesi più colpiti dalla crisi climatica, nonostante contribuisca alle emissioni per lo 0,5%. Nell’ultimo decennio 700mila persone sono sfollate ogni anno, mentre negli ultimi 30 anni si sono contati oltre 200 disastri naturali, l’erosione dei circa 700 fiumi stanno rendendo il territorio invivibile: le comunità rurali sono costrette a migrare verso le città, sovraffollate.

Pakistan
L’arresto dell’ex primo ministro Imran Khan è stato il culmine di una crisi istituzionale che l’anno scorso è diventata insostenibile. Ad agosto l’alluvione senza precedenti ha causato migliaia di vittime e sfollati. Sempre caldo il conflitto con l’India per il Kashmir e per il Pakistan (sia sulla frontiera con l’India, sia su quella con l’Afghanistan), mentre sul fronte interno prosegue la lotta contro i gruppi islamisti, anti-sciiti e separatisti. I difficili rapporti con i Paesi confinanti (Afghanistan e Kashmir) riguardano anche la gestione delle risorse idriche comuni.

Tunisia
Corruzione, stagnazione, disuguaglianze socioeconomiche, assenza di giustizia e apparato di sicurezza mal funzionante sono ostacoli al pieno consolidamento democratico. La pandemia ha causato una grave crisi economica. Il divieto di assembramenti pubblici, il coprifuoco esteso e le restrizioni agli spostamenti hanno ostacolato l’espressione del dissenso per strada. Dal 2021 è aumentata la violenza della polizia. Nel Paese mancano le opportunità economiche, ed è elevato il tasso di disoccupazione soprattutto tra donne e giovani.

Siria
Dopo 12 anni di conflitto, il Paese è sull’orlo del baratro, il sistema sanitario al collasso, quello educativo in frantumi. Gli aiuti internazionali faticano a raggiungere il Paese, colpito a febbraio da un violento terremoto. L’80% dei siriani vive sotto la soglia di povertà, in alcune aree densamente popolate manca l’acqua potabile. I danni a ospedali, scuole, case e infrastrutture sono incalcolabili. L’inquinamento ambientale dato dalla guerra è elevato e da valutare. Milioni di persone, soprattutto bambini, soffrono la fame. L’Isis non controlla più territori ma compie ancora attacchi suicidi in alcune aree che aveva conquistato.

Burkina Faso
Da sette anni il Paese lotta contro gli jihadisti che hanno provocato migliaia di morti e milioni di sfollati. A causa della siccità vi sono ricorrenti crisi, nonostante ciò il cambiamento climatico ha aumentato i periodi di penuria d’acqua e aggravato le inondazioni. Quella del Burkina Faso è una delle peggiori crisi umanitarie al mondo: sempre più persone sono colpite da malnutrizione severa e acuta. 

Camerun
Nel 2016 è cominciato un conflitto tra gruppi separatisti e le Forze Armate Camerunensi, ma i dialoghi di pace sono di fatto inesistenti. In sette anni più di 700mila bambini e ragazzi hanno abbandonato le scuole. Nelle aree anglofone oltre 2 milioni di persone hanno bisogno di sostegno umanitario, almeno 600mila hanno abbandonato le proprie case e più di 75 mila sono fuggite in Nigeria, dove è ancora attivo il gruppo terroristico Boko Haram. La pandemia ha spinto in uno stato di povertà 400mila persone, in un Paese in cui oltre il 25% della popolazione viveva già sotto la soglia di povertà. Il Camerun è inoltre vittima di land grabbing (accaparramento di terre da parte delle multinazionali agro industriali e dei Governi stranieri e locali): oltre 10 dei 22 milioni di ettari di foreste camerunensi sono già stati assegnati per lo sfruttamento minerario o agricolo.

Mali
A causa delle insurrezioni jihadiste nel Paese vi è una crisi di sicurezza, politica e umanitaria. Esistono conflitti tra pastori semi nomadi per il controllo delle risorse naturali, sempre più scarse a causa dell’aggravarsi degli effetti nefasti dei cambiamenti climatici (su tutti l’avanzamento del deserto). La maggior parte della popolazione vive in contesti rurali, sotto la soglia di povertà, l’analfabetismo supera il 65%. Il debito estero sfiora i 5 miliardi di dollari.

Afghanistan
Da quando i Talebani hanno ripreso il potere e imposto una stretta lettura della sharia, le donne sono discriminate, la minoranza sciita degli hazara perseguitata e gli oppositori civili uccisi. La crisi economica è senza precedenti per mancanza di fondi e moneta circolante. Durante i mesi invernali la tragedia umanitaria si aggrava a causa delle bassissime temperature. Esecuzioni extragiudiziali, arresti e detenzioni arbitrarie, torture, punizioni disumane, attacchi terroristici, violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno. L’Afghanistan è uno dei Paesi più vulnerabili alla crisi climatica. 

Niger
Secondo l’Indice di Sviluppo Umano è il Paese più povero del mondo. Vi sono scontri violenti e attacchi terroristici alimentati dal jihadismo, dal crimine organizzato, dal traffico di droga e dalle attività di contrabbando. Più del 40% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Inoltre nel Paese le temperature stanno aumentando 1,5 volte più velocemente che nel resto del Mondo e le piogge, quando si verificano, si trasformano in alluvioni potenti e improvvise.

Nigeria
Nel Paese dilaga il terrorismo e i rapimenti a scopo di riscatto, soprattutto nel Nord. Nel solo mese di novembre 2021 oltre 11.500 persone si sono rifugiate in Niger. Nel luglio 2022, la moneta nazionale ha toccato il suo tasso di conversione più basso di sempre rispetto al dollaro statunitense: si sono contate oltre 80 milioni di persone vivevano in estrema povertà. La Nigeria è infine uno dei Paesi più pericolosi per i giornalisti.

Sudan
Attualmente vi è una lotta interna tra l’esercito regolare delle forze armate sudanesi e il gruppo paramilitare Rsf, che ha interrotto le forniture di acqua ed elettricità, colpito e danneggiato numerosi aeroporti e ospedali e costretto centinaia di migliaia di persone a fuggire. Inoltre restano teatro di conflitto le Regioni del Darfur, del Nilo Azzurro e delle montagne di Nuba, dove continuano morti e migrazioni: la guerra in Darfur ha provocato oltre 400 mila vittime e causato la fuga di oltre 2.8 milioni di persone.

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