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Roma città aperta: l’eredità di San Lorenzo bombardata

La Seconda Guerra mondiale è stata il teatro delle più grandi tragedie morali e materiali del ‘900. Città di milioni di abitanti divenute da un giorno all’altro linea del fronte, devastate dalle bombe, dai cannoneggiamenti, dai combattimenti strada per strada. La “Guerra totale” che per la prima volta ha coinvolto su larga scala sia i militari che i civili in un massacro senza precedenti.

Il bombardamento di San Lorenzo a Roma, di cui ricorrono gli 80 anni il 19 Luglio, può sembrare solo un modesto episodio nell’insieme delle vicende belliche. Eppure ancora oggi  è scolpito in maniera indelebile nella memoria della città, come il sacco dei Lanzichenecchi o la fuga del Papa a Gaeta. La ragione di questo risiede nella profonda importanza storica di quella giornata e nell’eccezionalità di Roma: le reazioni, i molteplici simbolismi e il precipitare degli eventi nei giorni e nelle settimane successive. La prima significativa incursione aerea fu vissuta dai romani come un atto di “lesa maestà”, una sorta di diluvio biblico, di una tale portata evocativa da contribuire al definitivo crollo del castello di carte del Regime e della sua narrativa bellicista. Perché se è vero che il Fascismo era già con le spalle al muro dopo lo sbarco alleato in Sicilia, il bombardamento di San Lorenzo fu probabilmente il colpo definitivo.

La Città del Papa

“La Città del Papa non può essere teatro di guerra”. Questa percezione comunemente diffusa è stata tramandata nei decenni successivi per spiegare lo sconcerto e il moto di indignazione popolare. Eppure, osservando il succedersi degli eventi di quei giorni, possiamo dire che fu proprio in seguito al bombardamento di San Lorenzo che Roma tornò, davvero, la Città del Papa.

Il Re, fino ad allora debole e indeciso sull’intraprendere azioni risolutive circa il futuro del Regime, si recò nel quartiere lo stesso pomeriggio del 19 luglio. “Pace, non la vostra carità, vogliamo la pace”, queste le grida di accoglienza riservate al Sovrano. Una reazione avversa che influenzò pesantemente il giudizio di Vittorio Emanuele III sulla situazione politica. “La gente ancora non lo sa, ma in quel 19 Luglio il Re ha preso finalmente la grande decisione”, scrive la storica Simona Colarizi.

E il Duce? Il Duce era a Feltre per incontrare Hitler. Ormai messo all’angolo dalle ripetute sconfitte e con l’opinione pubblica contro, secondo alcune fonti Mussolini si recò nei luoghi del bombardamento solamente il 22 Luglio, in incognito. Un triste epilogo del rapporto tra il superbo condottiero delle adunate oceaniche e la capitale dell’Impero. Il destino del Fascismo era ormai segnato e si compì solo pochi giorni dopo nella notte del Gran Consiglio tra il 24 e il 25 luglio del 1943.

Nel momento di massimo smarrimento, delle macerie e della delegittimazione dello Stato, Papa Pio XII uscì dal Vaticano accompagnato dal sostituto Segretario di Stato Giovanni Battista Montini (futuro Papa Paolo VI), e senza alcun preavviso giunse a San Lorenzo dove fu acclamato dalla folla. Col Re e Mussolini percepiti ormai da tutti come i principali responsabili della tragedia, il Pontefice si riappropriò della sua città dopo vent’anni di mito della romanità classica, di folle sotto Palazzo Venezia e di retorica del “ritorno dell’impero sui colli fatali di Roma”.

Nei mesi successivi la città visse le pagine più dolorose della propria storia recente: l’occupazione, le torture di via Tasso, le rappresaglie tedesche, il rastrellamento del Ghetto. Tragedie di fronte alle quali i Romani non rimasero passivi, ma seppero rispondere anche con grandi atti di eroismo come Porta San Paolo e la quotidiana guerra di resistenza clandestina dei Gruppi di Azione Patriottica. Gesta che, come nel resto d’Italia, contribuirono al riscatto del Paese.

Simbolo capitolino

Se da una parte emergono con grande chiarezza l’importanza simbolica e politica del bombardamento di San Lorenzo,  dall’altra viene spontaneo riflettere su quanto la parabola storica della città eterna sia stata di pura eccezionalità rispetto alle altre capitali Europee  e agli altri centri urbani durante la guerra. Un’eccezionalità percepita in modo tutt’altro che positivo dall’opinione pubblica del resto del Paese.

Le città del nord Italia erano già state martoriate dalle bombe per anni, Roma no. Nel sentire comune questo fatto non passò di certo inosservato.  I malumori verso il Regime, via via più consistenti nei mesi che precedettero il 19 luglio, avevano fatto lievitare le antipatie verso la vanagloriosa retorica della romanità che aveva accompagnato tutto il ventennio. La città del Duce era diventata nell’immaginario degli italiani il centro dell’oppressione, della corruzione e dello sfacelo nazionale.

Mentre le incursioni aeree sul resto della penisola si facevano sempre più frequenti, i resoconti e le relazioni fiduciarie redatte in quei mesi dai servizi di informazione riportavano eloquentemente gli umori popolari nelle altre città: “Andate a bombardare Roma che i responsabili stanno là”, “ci vorrebbero delle bombe anche su Roma”. E infine, da una relazione fiduciaria redatta a Milano quattro giorni dopo San Lorenzo: “L’impressione più grave e in un certo senso più tragica che si riceve in seguito alle notizie del bombardamento su Roma è che esso ha provocato in vaste masse di ogni sfera sociale un sentimento mostruoso di soddisfazione […] ne deriva che l’avversione contro le classi dirigenti che in quella città hanno i loro centri propulsori è anche superiore a ogni avversione contro il nemico”. Queste sono solo alcune delle tante testimonianze.

Un’anomalia italiana

C’era qualcos’altro in questo sentimento oltre all’odio crescente per la guerra e per il Fascismo che l’aveva causata? Probabilmente sì: Roma non stava pagando a pieno il prezzo dello sforzo bellico. Almeno non come le altre capitali europee o come sarebbe stato immaginabile per il principale centro politico e amministrativo del paese. Un’anomalia non da poco nel mondo della “guerra totale”, dei bombardamenti con le bombe incendiarie e del massacro dei civili. Era come se Roma non stesse portando sulle spalle il pieno peso degli eventi storici che in quegli anni travolsero l’Italia.

Eppure questa circostanza non fu la prima nella storia del paese in cui ciò avvenne. Nella parabola storica nazionale Roma partì sin dall’inizio da una posizione di eccezionalità: il processo unitario del Regno non ha preso le mosse dalla Capitale, ma questa, al contrario, ne è rimasta fuori per tutti gli anni realmente decisivi. Roma ha finito addirittura col subire l’Unità d’Italia dieci anni dopo tutte la altre principali città italiane a parte Venezia, Trento e Trieste.

E’ fin troppo evidente che la presenza di un altro Stato sovrano al proprio interno abbia storicamente influito. Roma ha svolto da sempre un doppio ruolo che spesso l’ha preservata, ma, talvolta, l’ha isolata dal contesto italiano, sfavorendone il ruolo compiutamente nazionale. Questa eccezionalità ancora oggi persiste e crea profonde dicotomie nella visione della città. Pochi eventi ne hanno esposto a pieno tutte le contraddizioni come il bombardamento di San Lorenzo.

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