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Ce lo chiede la Nato: così, dietro un cieco atlantismo, abbiamo sepolto i valori e i principi dell’Ue

Che fine hanno fatto coloro i quali chiedevano a gran voce l’esercito comune dell’Unione europea? Dove sono finiti quelli che ambivano a un’unione fiscale de facto dell’Ue senza rivendicazioni dei cosiddetti “frugali”? Cosa pensa e in cosa crede, oggi, chi pochi mesi fa ambiva alla creazione degli Stati Uniti d’Europa?

Sono tempi duri per gli europeisti, stretti fra la morsa atlantista e una rivendicazione comunitaria.

Da quando la Nato è tornata al centro della scena internazionale, le aspirazioni federali di chi avrebbe voluto rendere il Vecchio Continente una forza globale al pari di Usa e Cina sono svanite quasi nel nulla.

Il fallimento di questo disegno politico e istituzionale si nasconde in questi mesi – come il dito di un bambino – proprio dietro il recente riscatto militarista dell’Alleanza atlantica; così come la Nato alimenta la scusa ideale per evitare che i Paesi membri proseguano nel contorto e difficile ma doveroso processo di unificazione europea.

Dalla sanità (Mes) alla difesa militare, passando per l’esercito comunitario fino ai flussi migratori, lo Stato di diritto, i diritti Lgbtq+, le norme sulle agevolazioni fiscali, il patto di stabilità e il Pnrr: nell’emergenza del conflitto, meglio se prolungato, nessuno decide da che parte stare. Nessuno decide nulla per la verità.

Tutti sono d’accordo nell’essere atlantisti (vedi alla voce Vilnius), ma nessuno sa più cosa significhi essere europeista.

Chi in questi mesi ha indossato l’elmetto non lo ha fatto solo per battersi a favore della causa ucraina, per la libertà del suo popolo, per la difesa della sovranità nazionale, ma anche perché ha intravisto nell’invasione russa un’occasione politica per fuggire dalle ambiguità, dalla vaghezza, dalla confusione su certi temi centrali che, se Bruxelles avesse un cuore e un’anima, senz’altro imporrebbe sull’agenda dei governi, costi quel che costi.

Ma la Commissione, il Parlamento, il Consiglio non hanno anima alcuna.

Piegata dallo scandalo del Qatargate, ultima euro-vergogna, Bruxelles è la capitale di tutti gli sfollati politici, non certo dei leader più ammirati e temuti (ammesso che ancora ne esistano).

E così Macron se ne sta a Parigi, non guida l’Europa. Merkel serviva gli interessi della Germania, non degli europei. Draghi quelli del capitale globale, non quelli del continente più popoloso d’Occidente.

L’ultra-militarismo, gli affari, il sovranismo occidentale, la sicurezza internazionale e la guerra hanno saldato incomprensioni, impasse, incapacità di prendere decisioni, di capire chi e cosa vuol essere da grande quest’Europa invertebrata.

Dietro un cieco atlantismo fine a se stesso abbiamo sepolto, nello spazio d’un mattino, tutti i valori e i principi su cui si fonda l’Unione; gli stessi per cui ci battiamo affinché Kiev sia libera; e sempre nel nome della Nato si celano anche le più crudeli ipocrisie e indecisioni.

Nell’ultimo numero abbiamo scritto: l’Europa si trova dinanzi a un bivio, risorgere in autonomia e perseguire interessi propri o morire all’ombra del gigante a stelle e strisce, o cinese che sia.

Il conflitto in Ucraina, benché ormai cronico, non potrà durare per sempre. E presto verrà il tempo in cui questi temi – cruciali e imprescindibili per definire la percezione di un nuovo Occidente – torneranno a bussare alle porte dell’Ue.

Non potrà certo essere sufficiente delegare alla Nato la nostra sicurezza, quella dei nostri figli, dei nostri nipoti. In nome di chi? Delle scelte di quale leader?

Per quale motivo dovremmo rinunciare, come europei, a una nostra (e solo nostra) politica estera? Non sarà una stupida percentuale sul Pil, traduzione economica dei nostri investimenti militari in armi e apparati di difesa, a stabilire chi siamo.

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